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The Last of Us: sopravvivere a sé stessi – Recensione della prima stagione

L’hype e The Last of Us. La spasmodica attesa che il videogioco di maggior successo degli ultimi dieci anni venisse adattato per il piccolo schermo in live action. La paura che tutto andasse a finire come è capitato a praticamente tutte le serie tv che hanno provato a tradurre la passione di giocatori intransigenti dalla lingua di console e pc al linguaggio differente delle serie tv. Una lista talmente lunga di esperimenti falliti che il pericolo maggiore era che l’hype si trasformasse da sinonimo di attesa estasiata a pioggia di rabbiose critiche e velenose condanne. Né bastava il precedente recente rappresentato da Arcane perché la serie animata aveva in comune con League of Legends solo la lore e i personaggi lasciandone da parte la storia. L’opposto di quanto avevano promesso gli autori ingaggiati da HBO.

Che, per fortuna, hanno i nomi di Neil Druckmann e Craig Mazin. Per fortuna dei videogiocatori e degli amanti delle serie tv.

The Last of Us: la recensione
The Last of us Recensione stagione 1 – Credits: HBO

Una serie tv fatta di persone e non di azioni

Ci sono due modi di descrivere The Last of Us. Entrambi giusti da un punto di vista formale eppure radicalmente diversi. Quello meramente cronachistico. The Last of Us è la storia di Joel che deve accompagnare Ellie in un mondo distrutto da una apocalisse zombie perché lei potrebbe essere l’ultima speranza di salvezza essendo immune al morbo. Ne verrebbe fuori una lettura superficiale e nondimeno foriera di una promozione a pieni voti. Perché la serie non manca di elementi puramente action che mantengono sempre alta l’adrenalina grazie soprattutto alla scelta di zombie feroci e violenti, alla presenza di bande criminali quasi più pericolose, alla quantità di difficoltà che Joel e Ellie devono superare. Un modo di vedere che premierebbe la fedeltà al gioco di cui vengono riprodotte le dinamiche e spesso anche le scene e i dialoghi quasi in una copia carbone.

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Ma gli stessi giocatori sanno però che non è la componente puramente da survival game ad aver reso The Last of Us un unicum inimitabile. Ed è per questo che diventa più veritiero descrivere la serie per quello che davvero è. La storia di due persone che si sono trovate insieme per forza e senza volerlo e hanno trovato in questa coesistenza imprevista il modo di sopravvivere a sé stessi prima che all’apocalisse. The Last of Us non è il racconto di come adattarsi a vivere in un mondo post apocalittico falcidiato da zombie, dittature militari, bande senza legge, comunità indipendenti, cannibali che si auto assolvono. Tutto questo è un affascinante contorno, ma è solo uno sfondo che può anche restare sfocato perché ciò che conta è chi c’è in primo piano.

Neil Druckmann e Craig Mazin riescono a fare di The Last of Us una serie ai limiti della perfezione perché sanno cogliere l’anima più profonda del gioco e farne le fondamenta del loro racconto seriale. Che non è intessuto di fatti, ma di persone. Joel e Ellie. Bill e Frank. Sam e Henry. Tommy e Maria. E poi Tess, Marlene, David e tutti gli altri che compaiono anche solo per un episodio o per qualche scena. Non al servizio di una storia da mandare avanti. Ma protagonisti di vite che hanno dovuto fare i conti con quel che è stato e trovare un modo di scrivere altre pagine in quel libro che ci stanno facendo leggere.

È questo The Last of Us: un romanzo fatto di persone da conoscere e non di missioni da superare.

The Last of Us: la recensione
The Last of us Recensione stagione 1 – Credits: HBO

Rinascere dalla propria apocalisse personale

Il Nord a cui punta l’ago della bussola di The Last of Us diventa, quindi, non il come sopravvivere al crollo della civiltà destreggiandosi tra tutto il male che è sorto dalla gramigna che non muore mai. Il messaggio “endure and survive” che fa da tag line per l’immaginaria graphic novel a puntate che i collezionisti ricercano è la sintesi delle storie dei protagonisti. Resisti e sopravvivi. Non tanto e non solo in senso letterale per quanto questo indirizzi le scelte che i personaggi devono compiere. Ma soprattutto in senso drammaticamente personale. Resisti ai drammi che hai dovuto affrontare per esserci ancora. Sopravvivi a te stesso e a quello che hai dovuto fare perché non hai trovato altro modo.

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The Last of Us mostra come questa battaglia venga affrontata da due personaggi in particolare. Due anime con alle spalle storie quasi opposte, con caratteri forti, chiusi nei loro vissuti, inizialmente ostili l’uno all’altro. Joel che il suo pegno all’apocalisse lo ha pagato pesantemente perdendo una figlia e macchiandosi di colpe inconfessabili. Delitti a cui ne aggiungerà altri che stavolta resteranno inconfessabili, ma non più colpe. Perché Joel non potrà mai accettare che siano altri a scegliere chi merita di vivere o morire.

E poi Ellie che il mondo di prima non l’ha mai conosciuto, ma non può arrendersi all’idea che quello di oggi sia chiuso tra le cortine di ferro di una dittatura che impone un unico modo di pensare e di vivere. Due persone che imparano a conoscere sé stessi attraverso il modo in cui devono spiegarsi all’altro. Solitudini che si incontrano e che attraverso gli scontri imparano a smussare le proprie asperità. Per diventare tessere di un puzzle che hanno senso solo se messi insieme.

Joel imparerà che aveva ragione Bill. Quelli come loro nascono per prendersi cura degli altri. Senza saperlo e faticando ad ammetterlo, Joel riconoscerà in Ellie non la figlia che aveva perso, ma una nuova ragione per andare avanti. Un motivo per perdonarsi i peccati che ha commesso per sopravvivere e che ora può vedere come passi dolorosi necessari per arrivare ad una nuova ragione di vita. Ellie scoprirà che delle persone è possibile anche fidarsi e che perdere qualcuno non deve per forza significare la fine dei sogni. Un domani c’è sempre. Una ragione per cui vale la pena lottare la si trova comunque. E non sarà meno vera solo perché nata da una bugia.

The Last of Us è allora il racconto di due rinascite. Di chi si era rassegnato a sopravvivere e trova invece un motivo nuovo per vivere.

The Last of Us: la recensione
The Last of us Recensione stagione 1 – Credits: HBO

Saper scegliere tra fedeltà e riscrittura

Questa lettura del significato di The Last of Us aiuta anche a capire il perché Druckmann e Mazin scelgano di restare fedeli all’originale videoludico, ma non abbiano paura di stravolgerlo se necessario. Esempio più illustre è la storia di Bill e Frank. Il finale nella serie è in totale contraddizione con quanto si vede nel video gioco. Eppure, proprio lo struggente finale televisivo di quello che solo stupidamente si può definire episodio filler è l’unico giusto quando lo si guardi con gli occhiali che la serie ci invita ad indossare.

Anticipando quello che accadrà a Joel e Ellie, Bill e Frank rappresentano il possibile che può nascere dall’inatteso. La speranza che può fiorire anche nel deserto di sentimenti a cui ci si era condannati. Rinunciarvi solo perché le cose andavano in altro modo nella versione originale è un crimine di cui anche lo stesso creatore del gioco non vuole rendersi responsabile.

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Questo stesso atteggiamento motiva ogni altra scelta. Va lodata HBO non solo per aver investito affinché la serie fosse magnificente in termini di regia, fotografia, costumi, trucco, effetti visivi. Ma soprattutto per aver affidato la scrittura ad una coppia inedita come quella formata da Druckmann e Mazin. Il creatore del gioco che accetta di tradire la sua creatura quando questo serve a comunicarne meglio il messaggio. L’autore della pluripremiata miniserie Chernobyl che capisce quando la finzione di un videogioco può comunicare la stessa intensità di una realtà concreta. È il felice connubio di questi due autori a rendere possibile il capolavoro seriale che è The Last of Us.

Una serie dove ogni elemento va al posto giusto e nulla è lasciato in secondo piano. Soprattutto una serie in cui ogni attore interpreta al meglio il ruolo assegnatogli che duri una sola scena o un ciclo di episodi. Anna Torv e la sua dolente Tess. Nick Offerman e Murray Bartlett perfetti nei ruoli di Bill e Frank. Gabriel Luna e il suo Tommy in cerca di pace con la Maria di Rutina Wesley. Ma anche Melanie Linskey per la dispotica Kathleen e Scott Shepherd per l’inquietante David. Su tutti, superfluo ma indispensabile dirlo, Pedro Pascal e Bella Ramsey che formano una coppia talmente affiatata che sarà impossibile per gli stessi appassionati del gioco non pensare a Joel ed Ellie con volti diversi.

The Last of Us poteva essere l’ennesimo fallimento nel complicato rapporto tra tv e video giochi. Si rivela, invece, un successo tale da poter dire già a metà Marzo di aver trovato una delle migliori (se non, la) serie del 2023.

The Last of Us: la recensione

Giudizio complessivo

Un adattamento che si mantiene fedele al significato più profondo di una serie e di un gioco fatto di persone da conoscere e non missioni da finire

User Rating: 4.1 ( 3 votes)

Winny Enodrac

In principio, quando ero bambino, volevo fare lo scienziato (pazzo) e oggi quello faccio di mestiere (senza il pazzo, spero); poi ho scoperto che parlare delle tonnellate di film e serie tv che vedevo solo con gli amici significava ossessionarli; e quindi eccomi a scrivere recensioni per ossessionare anche gli altri che non conosco

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