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Cinema

Jackie: recensione del film di Pablo Larraín con Natalie Portman

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Titolo: Jackie

Genere: Drammatico, Biografico

Anno: 2016

Durata: 100′

Regia: Pablo Larraín

Sceneggiatura: Noah Oppenheim

Cast: Natalie Portman, Peter Sarsgaard, John Hurt, Billy Crudup, Greta Gerwig, Max Casella, Beth Grant

Noi siamo la nostra memoria, noi siamo questo museo chimerico di forme incostanti, questo mucchio di specchi rotti. (Jorge Louis Borges)

Ci sono storie di cui ognuno di noi fa parte, o almeno credo di farne parte. Rappresentano quel bagaglio culturale, emotivo, gnoseologico che ci permette di definirci come componenti di un racconto che va al di là del singolo. Anche quando la lontananza fisica e temporale non ci ha permesso effettivamente di essere spettatori o attori (protagonisti o secondari) di quel preciso istante, ne reclamiamo il possesso. Ne conserviamo memoria in quell’immaginario album di famiglia che tutti ci contiene.

Il 1963 è sicuramente una data annotata nell’agenda di molti, nati o meno in quell’anno. Quella frazione di tempo in cui John Fitzgerald Kennedy cadde, colpito a morte, tra le braccia tremolanti della moglie Jacqueline è un’immagine iconica, una reliquia a cui ognuno di noi ha attribuito un significato e un’emozione. Ognuno ha “imposto” la sua presenza, in quell’attimo di secondo in cui il respiro interrotto di JFK venne sovrastato dalle urla incredule della consorte.

Jackie, il nuovo film (anti)biografico di Pablo Larraín, è un’elegia del ricordo possibile, parafrasando Jorge Luis Borges. Riprendendo in parte l’approccio utilizzato nella sua precedente pellicola Neruda, il regista cileno porta lo spettatore al centro della costruzione di quella memoria ora largamente condivisa. Lo fa sulle gambe solo all’apparenze insicure e gli occhi fermamente vuoti di una giovane donna, suo malgrado divenuta una Kennedy.

Interpretata da una magnifica in odor di Oscar Natalie Portman (senza la quale questo film non sarebbe stato lo stesso), Jackie è la nostra guida nei corridoi di quella Casa del Popolo in cui la storia ha dormito, cenato, discusso, vissuto. Ma è soprattutto l’autrice di quel racconto universale di cui ci sentiamo partecipi. A lei spetta il difficile compito di scrivere le pagine di una favola brutalmente interrotta e consegnarle ad una nazione, ad un popolo, ad una umanità che dovrà alimentarne il ricordo. 

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Fare in modo “che i personaggi di cui leggiamo sui libri finiscano per essere più reali delle persone che ci stanno accanto” non significa però raccontare la verità e questo Jackie lo sa bene. Lo sa quando sull’aereo presidenziale si asciuga il volto pieno di sangue e si specchia in un’immagine che solo a lei è concesso vedere.

Lo sa quando accende una dietro l’altra una sigaretta nelle notti agitate che succedono all’uccisione di suo marito, in cui come un fantasma percorre – ancora una volta – stretta in sontuosi abiti quelle stanze vuote, di persone e di significato, che hanno fatto da scenario alla (sua) favola. Solo nell’intimità Jackie è se stessa. Ma quella intimità è relegata ad una carezza o un sospiro mancato, mentre il resto della sua esistenza è invaso dal peso della storia che sta (ri)scrivendo.

La preparazione dei funerali, l’organizzazione del trasloco, la condivisione del lutto con i due figli ancora bambini caricano Jackie di una responsabilità che lei non delega a nessuno. Perché, in fin dei conti, a Jackie piace stare al centro dell’attesa, non hai mai fatto mistero della sua vanità. La Jackie di Larraín non è esente dal peccato, da quel sottile cinismo con cui gestisce i suoi rapporti nel pubblico come nel privato. Ma non riusciamo comunque ad ascrivere a lei la responsabilità, lei cristallo in un negozio di elefanti.

Il ritratto che questo film fa di una delle donne più amate al mondo è aspro e dolce, avvicina e al tempo stesso allontana lo spettatore da questa regina della modernità. Il debutto in lingua inglese di Larraín è una sapiente, misurata, mai banale messa in scena di una novella popolare. La versione contemporanea della leggenda dei Cavalieri della Tavola Rotonda, guidata da una donna, conosciuta ai più con il nome di Jackie. 

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  • Regia e fotografia:
  • Sceneggiatura:
  • Recitazione:
  • Coinvolgimento emotivo:
4.1

Riassunto

La regina di Camelot si chiamava Jackie.

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