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All Eyes On

All Eyes On: Ken Loach

Ken Loach

Reduce dalla sua seconda vittoria della Palma d’Oro al Festival di Cannes, Kenneth “Ken” Loach è senza ombra di dubbio uno dei migliori registi europei, e non solo. 80 anni di età e più di carriera, una carriera – la sua – tra le più intriganti e profonde del cinema contemporaneo.
Loach ha dimostrato, attraverso i suoi numerosi lavori, sia cinematografici che televisivi e teatrali, di essere il regista del popolo e soprattutto dei lavoratori, capace più di tanti altri di dipingerne in maniera magistrale tutte le contraddizioni e le difficoltà del nostro tempo. I suoi film migliori riescono ad essere politici senza la pretesa di indottrinare, tremendamente seri eppure alleggeriti da quell’umorismo che contraddistingue i britannici, emozionanti anche nel loro essere intellettualmente sopraffini.

Kenneth Loach nasce a Nuneaton nel Warwickshire, vicino Coventry nel 1936. Suo padre era un elettricista ed è da qui che nasce la sua devozione alla classe operaia, che sarà sempre protagonista delle sue opere. Studente di legge ed appassionato di teatro, si dedica a quest’ultimo durante gli anni dell’università, tanto da intraprendere una carriera nel mondo dello spettacolo. Nel 1963 inizia la sua esperienza alla BBC, dove nascerà la collaborazione con Tony Garnett. Due socialisti convinti, i quali insieme daranno vita per The Wednesday Play ad una serie di film che avrebbero dovuto accendere all’interno della classe medio-bassa una voglia di rivoluzione economica. I primi riconoscimenti arrivano con Up the Junction, seguito un anno dopo da Cathy Come Home. La sua ispirazione è sicuramente il neo-realismo del cinema italiano, che lo condurrà ad introdurre nel panorama inglese un nuovo genere, quello del docudrama. Raccontare storie di finzione attraverso tecniche tipiche dei documentari: proprio questa innovazione gli ha concesso di raggiungere dei livelli di autenticità mai visti prima.

IL SUCCESSO

Loach e Garnett decidono di lasciare la BBC, dedicandosi al teatro ed al cinema. Sono gli anni di Kes (1969), film auto-prodotto dai due, che racconta di un ragazzo di Barnsley intento ad addomesticare un gheppio per sfuggire ai suoi problemi familiari e scolastici. Kes, però, rappresenta anche una svolta dal punto di vista stilistico per Ken Loach, grazie ad un approccio più naturale e controllato, caratteristiche che si possono ritrovare durante tutto il corso della sua carriera. Durante gli anni ’70 Loach e Garnett si alterneranno tra teatro e televisione creando nel mezzo quel capolavoro che è Days of Hope, una miniserie in quattro parti sui movimenti operai nati in Gran Bretagna tra il 1916 ed il 1926.

Separatosi da Garnett, Ken Loach deciderà di concentrarsi sui documentari, a causa (anche) dell’aria di conservatorismo che si respirava in quegli anni con l’elezione di Margaret Thatcher, per poi risorgere artisticamente negli anni ’90. Sono anni molto produttivi per il regista, il quale realizza alcuni tra i suoi migliori lavori: Riff Raff (1991), Piovono Pietre (1993), Terra e libertà (1995), La canzone di Carla (1996). Le difficoltà dei personaggi saranno connotante da una vena di umorismo, lasciando che i messaggi politici vengano fuori dalla storia stessa, senza forzare nulla. Questa evoluzione è dovuta anche e soprattutto all’inizio della sua collaborazione con Paul Laverty, collaborazione che farà la sua fortuna e che, soprattutto, gli permetterà di conquistare definitivamente la critica, che da quel momento in poi inizierà a ricoprirlo di premi e riconoscimenti. Tra i suoi più devoti ammiratori ci sono, sicuramente, i giurati del Festival di Cannes.
Da Sweet Sixteen a Jimmy’s Hall, passando per Il mio amico Eric e La parte degli angeli, fino ad arrivare ai due film che gli hanno portato la vittoria della Palma d’Oro. Nel 2006 il regista ha ricevuto il premio grazie al magnifico Il vento che accarezza l’erba, pellicola che racconta la guerra d’indipendenza irlandese e la guerra civile dei primi anni ‘20.

Il SUO ULTIMO LAVORO

Esattamente dieci anni dopo, Loach vince ancora. Questa volta con I, Daniel Blake, che ci regala uno sguardo sull’impatto della burocrazia sull’assistenza medica in Gran Bretagna attraverso la storia di un carpentiere, costretto a lasciare il lavoro a causa di un problema cardiaco. Nonostante non ci sia nulla di rivoluzionario in tutto questo, l’immersione nel mondo della burocrazia di Loach, in un modo così dettagliato, non può che essere intrigante. All’inizio, coerentemente con il suo stile, la storia di Daniel Blake è affrontata con umorismo, soprattutto nel racconto del primo approccio con scartoffie e telefonate. Alla fine, però, l’uomo assume un atteggiamento più ribelle ed inizia a pretendere aiuto, piuttosto che aspettare passivamente che arrivi. È un tipico personaggio di Ken Loach, spinto all’attivismo come ultima risorsa.

Così come gran parte dei suoi film, vediamo un aspetto della vita in cui l’ambito personale si interseca con quello politico. Questo binomio è una delle colonne portanti dell’intera opera di Loach che ha provato a descrivere (e spesso criticare), attraverso delle storie di finzione, tutte le contraddizioni della nostra società ed in particolare di quella britannica. Dai suoi film viene fuori l’idea per cui un disagio economico può avere delle conseguenze sulla psiche umana anche molto gravi. Loach però non si scaglia soltanto contro le istituzioni del capitalismo, ma anche contro i membri di una società liberale che, pur di avere successo, sarebbero disposti a qualsiasi cosa. Il tutto è confezionato dal regista in maniera magistrale, con un’autenticità capace di dare una voce alle classi calpestate. I personaggi sono il centro dei suoi lavori, ed è proprio attraverso una dettagliata caratterizzazione che riesce a far emergere naturalmente le tematiche politiche. L’umorismo rappresenta un’altra caratteristica fondamentale nello stile del regista britannico, primo perché gli permette di dare respiro allo spettatore e secondo perché la forza della classe operaia, secondo Loach, sta proprio nella sua capacità di scherzare sui suoi problemi.

La sua visione gli ha creato non pochi difficoltà nella realizzazione dei suoi film, soprattutto nella ricerca dei finanziamenti. Questo non gli ha impedito di portare avanti i suoi ideali con convinzione e proprio questo fa di lui se non uno dei migliori registi europei, uno dei più integri. Le opere di Loach sono arte allo stato puro, perché capaci di raccontare i fallimenti e i limiti dell’esperienza umana e allo stesso tempo indicare una via di cambiamento e di progresso.

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