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Hannibal

Hannibal: Recensione dell’episodio 1.06 – Entrée

Un riverente quanto meraviglioso omaggio a Il Silenzio degli Innocenti

Bryan Fuller attraverso questo episodio, nel suo stilisticamente meraviglioso modo, omaggia i Padri nobili di questa serie: Jonathan Demme e Thomas Harris. Lo fa costruendo l’episodio più Hannibal-centrico finora con una sequela di citazioni più o meno evidenti delle opere di maggior successo che l’hanno originato, ossia il film del 1991 con Jodie Foster e Anthony Hopkins e l’omonimo romanzo di Harris. Si, certo, sappiamo tutti che le storie hanno la stessa matrice, quindi è abbastanza normale che ci siano dei riferimenti incrociati, ma nel vedere la bellissima sequenza in cui la Dottoressa Bloom entra nella sezione “speciale” dello State Hospital for the Criminally Insane di Baltimora e passa davanti alle celle degli altri detenuti per raggiungere quella del Dr. Gideon, Hannibal 106aper poi sedersi di fronte a lui, separati da un vetro, il nostro cervello automaticamente sovrappone questa scena alla stessa in cui era Jodie Foster a fare la stessa passeggiata, nello stesso luogo per raggiungere il Dr. Lecter.

Qui vediamo il tocco di Fuller, nel simbolismo che apporta con la ricostruzione degli ambienti, dove nella scena originale c’era uno “scantinato” dove erano rinchiusi i prigionieri, qui c’è un asettico e silenzioso paesaggio più che alieno, alienante. Demme dava risalto al lato cupo della follia, cosa che Fuller non toglie, ma rinforza con la tangibile sensazione di dissociazione dalla realtà, aggiungendo il tocco stilistico della riproposizione continua della scena ma con diversi protagonisti, per l’appunto Alana Bloom, la giornalista Lounds e lo stesso Will Graham. La mente criminale, per Fuller, rimane un mistero da esplorare, così come il concetto della morte, di cui parlerò dopo, e non si limita a confinarla nel campo dell’orrorifico, ma vuole entrare in modo più profondo in quel campo grigio che divide l’insanità dal genio, lasciando spazi bianchi e vuoti da riempire.

Hannibal 106bViene introdotto in questo episodio anche il personaggio del Dr. Chilton, Direttore dell’Ospedale psichiatrico qui, tanto quanto nel film di Demme e, rimanendo tratteggiato sempre come un personaggio vanesio e viscido, che vuole dimostrare la propria superiorità intellettuale e successo ad ogni costo, è foriero anche lui di un paio di citazioni, forse meno palesi, ma decisamente raffinate del film originale: nel descrivere il Dr. Gideon a Crawford e Graham lo descrive come un pezzo pregiato del suo personale palmares, così come descrisse Haannibal nel film, ma soprattutto, scena che mi ha dato una scossa di piacere (per restare in tema) per palati raffinati, è stato il suo dialogo alla cena con Lecter, nella quale il nostro Cannibale dice la stessa battuta (“have an old friend for dinner”) che è la battuta finale del film di Demme, con la quale Hopkins si riferiva proprio allo stesso Chilton (ok, lo ammetto, al termine di questo episodio sono andato a rivedermi Il silenzio degli Innocenti per poter cogliere al meglio tutto).

Ancora citazionismo, questa volta su Jack Crawford: in questo episodio lo vediamo reclutare una giovane in addestramento per
“usarla” per raggiungere i suoi obiettivi, consapevole del rischio che le fa correre, ma determinato a non fermarsi davanti alla prospettiva del risultato, così come, nel film del 91, lo stesso Crawford, inviava da Lecter la giovane recluta Clarice Starling. Hannibal 106cIl citazionismo più profondo (quasi da onanismo cinefilo) si vede nella scena in cui recluta da una parte (serie tv) Miriam Lass e dall’altra (film) Clarice, che sono praticamente identiche con la stessa tipologia di dialogo che avviene tra i due.

Le tematiche dell’episodio, tralasciando il caso del Dr. Gideon, che appare solo un mero pretesto scenico, sono principalmente due: la prima è l’ambizione e quanto i vari personaggi mettano in gioco per raggiungere i propri scopi. Lo vediamo in Crawford e lo vediamo in Chilton, ma anche Hannibal, pur se con differenti metodi, punta alla perfezione e al conseguimento di quel sapere che sembra spingerlo tanto quanto e forse più di un’atavica fame. Nessuno di loro si ferma a considerare chi subisce i danni collaterali della loro avanzata, che sia una giovane cadetta o la moglie di cui si è accorto solo ora dell’importanza oppure la verità su un crimine, da poter sacrificare sull’altare della vana gloria professionale. Ed è qui che rientra l’empatia di Will come pungi-ball morale, lui che assorbe i colpi e li rende suoi e che in questo episodio si vede meno, per cui i colpi dei contendenti si sentono maggiormente, meno attutiti.

L’altro tema è la morte, in special modo quella violenta e la sua fascinazione. Come fatto notare da Lalla nella recensione degli episodi Hannibal 106fdella settimana scorsa, la morte è arte e non come nei banali tentativi di definirla tale fatti da una serie come The Following (si, lo so, il confronto è impietoso). Definire la morte come un arte o una sensazione estrema non è un concetto che può passare solo perché un po’ di personaggi lo ripetono continuamente (vedi esempio della serie citata prima) ma, anzi, qui non viene proprio affermato, lo si percepisce dall’immagine, costruita con la fotografia e le musiche (ri-cito Lalla), con le sensazioni che trapelano dai personaggi e con la ricerca stilistica e ossessiva della precisione, tant’è che Hannibal viene scoperto come il Chesapeake Ripper, in meravigliosi flashback proiettati in scale di grigio, dalla giovane cadetta Miriam, perché ritrova nel suo studio, come esemplificazione del modus operandi del killer quello che è il “Wound Man” (citato anche nel romanzo di Harris), ossia il disegno del Fasciculus Medicinae di epoca tardo medievale, in cui venivano rappresentati i diversi modi in cui un uomo poteva venire ferito in battaglia o in un incidente, conferendo alla metodologia dello Sventratore un aura di scienza e ricerca. Ed è in quel momento che Hannibal, per la prima volta per noi spettatori, uccide.

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