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Castle - Detective tra le righe

Castle – 2.01 Deep in Death

Lo so sono di parte, però fatemi fare una domanda : ma come si fa a mantenere il broncio ad uno così??? O_o ——>
Eh già perchè Richa
rd Castle è finalmente tornato per la seconda stagione – promossa all’autunno – e riparte esattamente dove si era interrotto qualche mese fa: Kate Beckett con la bile che trasuda da ogni poro e il Richard Castle che pare cadere dalle nuvole. What did I do wro ng?” (che ho fatto di male) –  The only thing I asked you not to do” (l’unica cosa che ti avevo chiesto di non fare) risponde Beckett.
Questa volta l’ha combinata proprio grossa, perchè ha oltrepassato quella linea di confine che ha toccato dei nervi ancora, troppo, scoperti. Intestardito infatti nella sua convinzione di essere nel giusto, indaga sull’omicidio della madre di Kate, quando quest’ultima aveva espressamente chiesto di lasciare la polvere sui fascicoli che ormai appartengono al passato. Per questo si nota già da subito un’incrinatura nel rapporto, ma abbiate fede!

(Tutte le foto promozionali dell’episodio nella Gallery)

 

Veramente scoppiettanti le scene iniziali, con Castle in seduta fotografica (al dipartimento di polizia) per la presentazione del nuovo libro e delle “poliziotte” seminude che gli si strusciano addosso, il tutto sotto lo sguardo stupito – è un po’ geloso – di Beckett. Come sappiamo è lei la musa ispiratrice del personaggio dei nuovi romanzi e per questo anche lei, sempre col bene placito del sindaco, è costretta di malavoglia a sottoporsi all’intervista del caso. Già inviperita con Castle le saltano i nervi quando l’iperattiva giornalista le dice quanto sia fortunata ad avere lo scrittore a risolverle i casi. Ma non c’è storia, il nostro Rick è intoccabile.

E difatti Kate è costretta a portarselo dietro nel nuovo caso di omicidio, però ad un patto: questo sarà l’ultimo caso che seguiranno insieme, al termine del quale lui chiederà di terminare il rapporto di collaborazione con il NYPD. Castle accetta ma le preannuncia, con quel suo sorriso sornione, che le farà cambiare idea.
Delizioso lo scambio di battute mentre si recano presso il luogo dell’omicidio: Castle cerca ancora un modo per riconquistare la stima e l’affetto di Beckett e con l’ingenuità di un adolescente ricco e viziato le propone “I can buy you a pony” (posso comprarti un pony). La battuta è detta con così tanta convinzione, e con la voglia di riparare le cose, che fa tenerezza, infatti anche Beckett non può che sorridere e poi dirgli di focalizzarsi sul caso. Il bello della battuta, a parte la “banalità” della proposta, come se Beckett fosse una bimba che fa i capricci, è proprio il modo in cui viene detta – senza la benché minima ombra di cattiveria – e in cui viene recepita.

Il caso riguarda l’omicidio di un uomo, il cui cadavere viene trovato tra i rami di un albero alto una decina di metri. Da quote list la battuta di Castle, che con gli occhi rivolti in alto dice It’s raining men, richiamando la nota canzone. Vista l’enrome capacità di Richard, secondo la giornalista, di risolvere i casi Beckett, sempre più stizzita, lo spedisce all’obitorio a scoprire qualcosa di nuovo.
Ma ovviamente il viaggio non può andare liscio, e dopo un confronto con la coroner che gli rinfaccia lo sgarbo a Beckett, deve anche subire un assalto con annesso furto di cadavere. Dopo un po’ di indagini sulla vita del morto, si scopre che era un insospettabile corriere della droga – aveva le capsule di eroina nello stomaco – e di fatti poco dopo ne viene ritrovato il cadavere con la pancia sventrata.

La capacità di questo telefilm è quella di sdrammatizzare i momenti più cupi, di non prendersi mai troppo sul serio e di essere autoironico. E proprio quest’atmosfera un po’ scanzonata fa sì che le battute e i riferimenti non appaiano mai fuori luogo. Come ad esempio quando sono tutti alla morgue, con la dottoressa che sta procedendo con l’esame autoptico e Castle le chiede se vuole un po’ di musica, perché di solito in CSI quando fanno le analisi c’è sempre musica. Oppure quando negli ematomi da strangolamento manca l’impronta del mignolo e Castle conclude che l’assassino forse uccide con il mignolino alzato, come quando si beve il te.

L’omicidio si scopre ben presto essere legato alla mafia russo-cinese e i buon Rick, non essendo un poliziotto, si offre per l’infiltrazione. In particolare dovrà infiltrarsi tra i tavoli da gioco, luogo in cui è di casa grazie alle partite con i suoi amici scrittori. Anche in questa stagione la puntata è arricchita dai camei di Stephen J. Cannell e da Michael Connelly – creatore del detective Henry Bosch – al tavolo verde. Tra l’altro sono proprio loro a scoprire il punto debole dell’amico, quando Cannell dice “Ti piace proprio quella poliziotta”, lasciando intendere che si sta per cacciare in grossi guai. Ma il legame di affetto è ricambiato e di fatti, quanto l’incazzatura di Beckett sia molto molto relativa, lo scopriamo quando Castle, come sda copione si trova nei pasticci.

Molto carino il siparietto in cui Beckett dice di aver studiato russo e di far finta di essere moscovita quando non sa che fare. Considerando che Stana Katic è di origine croata e che parla le lingue slave, la cosa diventa ancora più simpatica. Altra citazione brillante è quella di Beckett in versione Sydney Bristow: con indosso solo uno spolverino, con tacchi alti, capelli scompigliati e un accento russo, entra nel club del poker e va a salvare Castle, il quale nel bel mezzo dell’arresto, guardando le gambe della collega osserva in modo molto partecipato il cambio di vestiti della detective (it is just my imagination or did you changed?). La presenza di mamma Castle e di Alexis sono state più marginali anche se hanno permesso a Richard di fare i conti con sé stesso e di capire di aver sbagliato con Beckett. Se dapprima i piano per riconquistarla era solo l’usare il suo solito fascino  – al che la madre chiede ironicamente quale sia il piano B – solo più avanti grazie ad Alexis, Richard riesce a capire quale sia l’unica cosa che può fare per rientrare nella sfera di Kate. Ed è una cosa semplicissima, cioè chiedere scusa. Semplice e diretto, senza cercare arrampicate sugli specchi e giustificazioni.
E proprio nella scena finale, molto dolce e tenera, si ha la chiusura del cerchio. Un Castle ormai convinto di non poter più vedere Beckett va da lei e si scusa. I’m sorry sono le uniche parole che stavolta dice, e mentre se ne sta andando una Kate con gli occhi lucidi gli dice “ci vediamo domani”.
Beh che dire, era ovvio che andasse a finire così, però se pur sapendolo riesci a farti venire il magone vuole dire che la scena è stata impostata decisamente bene.

A differenza della scorsa stagione il caso era molto più lineare, meno colpi di scena, più consequenzialità. Alcuni l’avranno trovato noioso, ma sinceramente che importa? Penso che la maggior parte di coloro che guardano questa serie lo faccia per la chimica tra i protagonisti e i dialoghi scoppiettanti e non certo per il genere poliziesco che ormai inonda le nostre TV. E di sicuro questo inizio di stagione non ha per niente deluso. Segnalo infine le sempre meravigliose riprese aree di New York, che ricordano molto da vicino quelle di Dirty Sexy Money, e danno quel tocco in più che non fa mai male.

 

Voto alla puntata 8.0

Quotes
I can buy you a pony
– It’s raining men

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