
Hannibal: Recensione dell’episodio 3.10 – And the Woman Clothed in Sun
“Did he who made the Lamb make thee?”
The Lamb e The Tyger sono due poemi opposti e complementari scritti e illustrati dal caro Blake. E condividono proprio questo verso pronunciato da Hannibal a Francis. Come ha potuto Dio creare l’agnello nella sua innocente bellezza quanto la tigre nella sua splendente ferocia? E’ questo il dualismo che percorre questo l’episodio così come in tutta la serie.
Hannibal, Bedelia, Dolarhyde. E’ la vita ad averli trasformati in quello che sono, o la vita ha solo, con un lento lavorio, estratto la loro vera forma? E’ stato Hannibal a plasmare Bedelia con la sua influenza nefasta o è stato semplicemente la lente che l’ha aiutata a scorgere la sua
vera natura? Stiamo velocemente arrivando alla conclusione di questo visionario telefilm e Fuller ci tiene a non lasciare indietro nulla. Crolla l’alone di mistero che circondava Bedelia e la sua turbolenta storia con Hannibal grazie a due delle scene più belle di questa stagione. Gillian Anderson nella sua glaciale calma è straordinaria e il suo doppio confronto con Will ci regala un altro sguardo gettato nella bocca dell’inferno e un’ennesima analisi raffinata sulla natura umana. A questo punto della storia è Bedelia a trionfare. L’analisi di se stessa e di chi la circonda è lucida ed implacabile. Si circonda di una cortina di bugie ma nessuna di esse è rivolta a se stessa. E’ vero, l’influenza di Hannibal ha avuto una parte molto importante nel suo cammino. “Some snails survive digestion and emerge to find the world transformed.” Si è fatta un bel giretto nelle budella di Hannibal è quello che vi ha trovato è stata se stessa. Hannibal ha giocato a fornirle su un piatto d’argento uno spunto ma è lei che, con ferocia quasi erotica, ha affondato la mano nella gola del suo paziente, affondando in se stessa fino a trovare quella scintilla di crudeltà, quel desiderio di spezzare e distruggere. Il riuscire a guardare quella scintilla con obiettività è probabilmente il motivo che l’ha spinta a seguire Hannibal in Europa. Una curiosità morbosa ma quasi scientifica sulla natura di Hannibal ma soprattutto su se stessa.
Se vedete un uccello ferito, qual è il vostro primo impulso? Quello di salvarlo o quello di annientare la sua debolezza? Entrambe le cose richiedono empatia. Non sempre aiutare qualcuno corrisponde al salvarlo. Distruggerlo può essere un atto di pietà altrettanto grande? O è forse solo una scusa per giustificare quel lampo di pura esaltazione che abbiamo scorto sul viso di Bedelia mentre affondava il braccio fino al gom

La presenza dell’agnello presuppone l’esistenza della tigre, così come la tigre esiste solo come controparte dell’agnello. I due opposti che si attraggono.
Anche Reba è un agnello. Fragile e puro e fiducioso ma allo stesso modo potente e luminoso. Francis non può fare a meno di percepire la sua forza e il suo splendore dilaniato tra il senso di tenerezza nei suoi confronti e il drago dentro di lui che vuole divorare il mondo. Perfettamente calzante è la bellissima scena, fedelissima al libro, dove Francis, 

A chi appartiene il mondo? Agli sciocchi agnelli o alle gloriose, implacabili tigri? Restano ancora un paio di episodi per scoprirlo. E io mi ritrovo a sentire un po’ la mancanza di Hannibal pur essendo totalmente incantata dalla bravura di Armitage (mai c’è stato un dubbio nella mia mente sul suo valore) e tra la perfetta intesa con Rutina Wesley che ci hanno reso i loro due personaggi così vicini in così poco tempo. Perché la verità è che lo spazio è poco e la fine è dietro l’angolo.
Inutile stracciarci le vesti a questo punto, limitiamoci a godere degli ultimi guizzi abbaglianti di una serie che continua ad incantarci con la sua oscurità.










