La seconda stagione di The Last of Us si è ufficialmente conclusa, e ora che l’emotività ha lasciato spazio alla riflessione, possiamo provare a valutarla nel suo insieme.
È stata una stagione complessa, coraggiosa nelle scelte narrative, ma anche profondamente divisiva.
Per chi non aveva mai giocato al videogioco — e parliamo di una fetta consistente del pubblico televisivo, ben più trasversale rispetto a quello videoludico — l’esperienza è stata particolarmente disorientante.
Il colpo emotivo inferto dalla morte di Joel, già nel secondo episodio, ha rappresentato un brusco cambio di rotta rispetto alla prima stagione, che aveva costruito la sua forza proprio sul legame profondo tra Joel ed Ellie.
È fondamentale fare questa premessa, perché la percezione della stagione cambia radicalmente a seconda del punto di vista: chi conosceva già la storia del gioco sapeva che quel momento sarebbe arrivato — si tratta, di fatto, del fulcro e del motore delle vicende successive.
Chi invece si è avvicinato solo alla serie ha vissuto quella morte come un tradimento, uno shock non annunciato (basta guardare le reaction online per capire di cosa parliamo!).
E questa differenza di prospettiva ha inevitabilmente influenzato anche il modo in cui la stagione è stata accolta e giudicata. C’è da ricordare che accadde qualcosa di molto simile anche all’uscita del secondo gioco.
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La morte di Joel e il vuoto narrativo
Con la scomparsa brutale del protagonista, The Last of Us ha perso, almeno temporaneamente, il suo baricentro emotivo.
Joel ed Ellie erano il cuore pulsante del racconto. Il loro rapporto era cresciuto episodio dopo episodio, generando empatia e coinvolgimento nello spettatore.
Nella seconda stagione, invece, l’effetto è stato l’opposto: anziché un crescendo emotivo, abbiamo assistito a una frammentazione.
Gli episodi centrali — il 3, 4 e 5, eccezion fatta per il flashback finale (guarda caso, con Joel) — non sono riusciti a replicare l’intensità della stagione precedente.
L’elaborazione del lutto è apparsa affrettata, e l’introduzione della relazione con Dina, pur importante, è sembrata stonata nei tempi e nei modi.
Un cortocircuito emotivo e narrativo
Non è colpa di Bella Ramsey né di Isabela Merced: entrambe offrono interpretazioni intense e credibili.
Il problema risiede nella scrittura: la sceneggiatura ha generato un vero cortocircuito.
Mentre lo spettatore cercava di metabolizzare la perdita di Joel, la narrazione spingeva in avanti — troppo in fretta — con nuove storyline, relazioni e tematiche, tutte però affrontate in modo troppo superficiale. Il risultato?
Molti spettatori sono rimasti emotivamente distaccati, aspettando con impazienza solo i flashback con Joel (compresa la stampa, che puntualmente titolava “quando tornerà Joel?” ” in quanti episodi tornerà Pedro Pascal”!).
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Un cammino verso la vendetta… o verso l’incertezza?
The Last of Us che avevamo conosciuto è cessato di esistere dopo il secondo episodio: la serie ha cambiato forma, tono e direzione.
Da racconto di sopravvivenza e redenzione, si è trasformata in un viaggio nel dolore e nella vendetta.
Ma il sentimento di vendetta, che avrebbe dovuto muovere la narrazione, non è detto che venga condiviso dal pubblico.
Alcune scelte narrative, perfette per un videogioco in cui il giocatore è parte attiva, possono risultare meno efficaci in un medium passivo come la TV.
Non è un caso che il sesto episodio — bellissimo e carico di emozione — ci abbia ricordato perché ci siamo innamorati della serie.
Il Joel di Pedro Pascal: un vuoto impossibile da colmare?
Il problema non è solo narrativo.
Pedro Pascal ha reso Joel un personaggio iconico: complesso, umano, vulnerabile e profondamente coinvolgente.
La sua assenza ha lasciato un vuoto difficilmente colmabile — sia dal punto di vista emotivo, sia per altre ragioni.
Grazie a questo ruolo, Pascal ha visto esplodere la sua popolarità, diventando una vera star del panorama seriale.
Per molti, The Last of Us è anche (e soprattutto) lui.
La sua uscita di scena così repentina ha avuto un impatto forse sottovalutato dagli showrunner.
Posticipare la sua morte — magari verso il terzo atto della stagione — avrebbe permesso una transizione più graduale, dando tempo al pubblico di elaborare il lutto e agli autori di costruire con più equilibrio le nuove dinamiche.
Anche in ottica premi: avrebbe garantito a Pascal una candidatura come protagonista, come accaduto nella prima stagione che invece potrebbe non essere certa avendo partecipato a soli 3 episodi su 7.
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Il futuro è Abby-centrico: funzionerà?
La terza stagione sarà incentrata su Abby e sul tentativo (coraggioso, ma rischioso) di farci empatizzare con le sue motivazioni.
Ma il pubblico sa già perché Abby ha ucciso Joel.
E anche se può comprenderne razionalmente le ragioni, l’impatto emotivo resta: nessuna vendetta potrà riportare Joel indietro, né restituirci le stesse vibes della prima stagione.
Dati e reazioni: un segnale d’allarme?
Gli ascolti della seconda stagione hanno mostrato un calo, dal primo all’ultimo episodio — sebbene si tratti ancora di dati parziali.
Ma il vero termometro è il sentiment sui social: un malcontento diffuso, diviso tra gamer puristi (a volte troppo rigidi) e spettatori che si sono sentiti traditi da una svolta narrativa percepita come troppo brusca, dopo due anni di attesa.
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Conclusione: si può amare The Last of Us senza Joel?
The Last of Us resta una delle serie più belle, raffinate e coraggiose degli ultimi anni.
Ma la domanda resta: può davvero sopravvivere senza Joel?
La risposta — almeno per ora — è un “forse” pieno di incognite.
L’ombra di Joel è ancora troppo presente. E lo sanno bene anche gli autori, che hanno già lasciato intendere un possibile ritorno in qualche flashback.
Scenario difficile, però, visto che il materiale del gap temporale dei 5 anni è stato praticamente esaurito in un solo episodio.
Nel frattempo, Kaitlyn Dever sarà la protagonista della terza stagione, che presumibilmente arriverà nel 2027.
Due anni saranno sufficienti per riconquistare il pubblico?
