Hanno Ucciso l’Uomo Ragno: la nostalgia come arma e il presente inevitabile – Recensione della serie di Sidney Sibilia

Prendi un regista da sempre in fissa con i temi della nostalgia e in particolare gli anni Ottanta – Novanta e aggiungi una canzone iconica di quel periodo come Hanno Ucciso l’Uomo Ragno. Il Sidney Sibilia di Mixed by Erry e L’incredibile storia dell’Isola delle Rose e i primissimi 883 di Max Pezzali e Mauro Repetto. Un cast di attori giovani e perfettamente in parte. Una colonna sonora evergreen con pezzi pronti a tornare in vetta alle classifiche degli ascolti dopo anni di fisiologico oblio. E poi la provincia italiana incubatrice di sogni da difendere a tutti i costi o da rimpiangere tra la noia quotidiana di lavori accettati per necessità e non per convinzione. Un mix di ingredienti che una scrittura frizzante, una fotografia vivace e una regia spensierata riescono a imbrigliare in una storia che cattura e ipnotizza lo spettatore.

Tutto questo è Hanno Ucciso l’Uomo Ragno. O anche: tutto questo è la migliore serie italiana dell’anno.

Hanno Ucciso l’Uomo Ragno: la recensione – Credits: Sky

L’arma per nulla segreta

Hanno Ucciso l’Uomo Ragno non ha mai giocato a nascondino. Fin dalle prime voci sul coinvolgimento di Sidney Sibilia in un progetto dedicato agli inizi degli 883 e poi sempre più durante la campagna promozionale e le clip tra un episodio e l’altro. In nessuno di questi momenti la serie di Sky ha mai voluto negare che la sua arma per nulla segreta sarebbe stata la nostalgia. Rivolgersi ai cinquantenni di oggi offrendogli quello che più hanno amato. Quegli anni Novanta che per loro sono indimenticabili come solo possono esserlo gli anni della giovinezza spensierata a cavallo tra le superiori appena concluse e un domani ancora tutto da scrivere.

Il momento in cui sognare è un felice obbligo e la realtà è solo il terreno dove piantare i semi per far germogliare qualunque progetto per quanto astratto e utopico possa sembrare. Ché tanto i cassetti dell’armadio servono solo a tirar fuori gli abiti per andare in discoteca e non per riporre i sogni impossibili che a quell’età non esistono.

Sidney Sibilia, in quegli anni, ci è nato (1981 recita la sua carta di identità) per cui il suo ricordo è quello ovattato e sfumato di un bambino. Ma deve averli studiati per bene perché nulla manca in Hanno Ucciso l’Uomo Ragno. Non solo i due ovvi protagonisti Max Pezzali e Mauro Repetto, ma anche la coorte di personaggi che all’epoca cavalcavano l’onda della popolarità prima di diventare i divi di oggi o le meteore di un’estate e nulla più. Il guru Claudio Cecchetto con la sua capacità di scoprire talenti da mandare in orbita sulla spinta della popolarità. Un Fiorello astro nascente e un Jovanotti ancora interessato solo a fare casino.

Ma anche una comparsata degli immortali Metallica e un cameo di un Sandy Marton pronto a tornare in una Ibiza da cui non era mai veramente venuto. Tutto il festante zoo di Radio Deejay con Fargetta e Albertino. Quei produttori che in quegli anni creavano la musica che faceva da colonna sonora costante di ogni giornata. E, perché no, anche le ragazze di Non è la Rai, appuntamento tanto immancabile quanto inconfessabile di ogni pomeriggio.

In Hanno Ucciso l’Uomo Ragno rivivono quei luoghi che erano iconici e che oggi sono al più ricordi che sembrano più belli perché visti con gli occhiali della malinconia. Le discoteche ancora non ammorbate dalle mortali esalazioni delle letali droghe chimiche attuali. L’Aquafan di Riccione come simbolo agognato del divertimento più spensierato. I fast food che i paninari degli anni Ottanta avevano trasformato in chiese dove celebrare la liturgia del sabato sera. Le sale giochi dove perdersi in mille chiacchiere quando i videogiochi erano esperienze da vivere nel in comune e non nella propria cameretta.

Hanno Ucciso l’Uomo Ragno è una full immersion negli anni che il pubblico che paga gli abbonamenti a Sky ama di più. Una manovra di marketing perfettamente compiuta.

Hanno Ucciso l’Uomo Ragno: la recensione – Credits: Sky

Un presente inevitabile

I dati di ascolto dicono che Hanno Ucciso l’Uomo Ragno è andata ovviamente benissimo proprio in quella fascia di pubblico che era il suo primo obiettivo. Ma dicono anche di più. Ossia che la serie ha catturato l’interesse entusiasmato anche dei figli di quel target primario. Di quei ragazzi che hanno ora l’età che i loro genitori avevano allora. A indicare che la serie aveva un’arma in più rispetto alla sola nostalgia. E quell’arma, stavolta davvero tenuta nascosta, è la capacità di parlare di un presente inevitabile. Quello di ogni ragazzo che si trova ad avere gli anni della giovinezza spensierata a cavallo tra le superiori appena concluse e un domani ancora tutto da scrivere. E, si, è volutamente la stessa identica frase scritta poco sopra.

Perché è questo il segreto del successo di Hanno Ucciso l’Uomo Ragno. Parla di un passato che è invece una fase immancabile della vita di ognuno. Non è la storia degli 883, un gruppo pop che ha iniziato da avere successo nell’estate del 1992. Ma è la storia di Max e Mauro, due ragazzi di una provincia italiana come tante che sognano di evadere. Dalla monotonia dei pomeriggi sempre uguali. Dalle litigate con i genitori che non li capiscono. Dal grigiore di un percorso già stabilito da altri. L’avventura straordinaria di due amici che non si sono arresi nonostante a momenti neanche loro credessero in sé stessi. Un racconto fatto di mille piccole e grandi difficoltà superate grazie alla fiducia reciproca e a una sana dose di ingenua follia.

Da questo punto di vista, Hanno Ucciso l’Uomo Ragno è un passo in più su una strada che Sidney Sibilia ha da sempre percorso. Prima con l’umorismo irresistibile dei suoi ricercatori di Smetto quando voglio trasformatisi in improbabili criminali per reagire orgogliosamente ad uno svilente precariato. Poi con la passione irrefrenabile del Giorgio Rosa di Elio Germano disposto a costruirsi un proprio stato indipendente in L’incredibile storia dell’Isola delle Rose pur di reclamare il diritto alla propria autonomia. Ed, infine, l’Enrico Frattasio di Mixed by Erry che con i fratelli inventa senza saperlo la pirateria musicale solo perché non gli hanno lasciato fare il deejay.

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Hanno Ucciso l’Uomo Ragno è, quindi, un attestato di coerenza da parte di un regista che fa della nostalgia una lente di ingrandimento per esaltare quello che c’è di comune tra ogni ieri e ogni oggi.

Hanno Ucciso l’Uomo Ragno: la recensione – Credits: Sky

La perfezione in pochi volti

Le buone idee della serie sarebbero, però, restate solo buone intenzioni se Hanno Ucciso l’Uomo Ragno non avesse trovato in Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli i due protagonisti perfetti. Entrambi praticamente al debutto, ma già in grado di caricarsi sulle spalle una serie la cui riuscita dipendeva quasi completamente dalle loro performance. Invece, i due esordienti riescono a dare vita a due personaggi complementari quanto universali. Max: il ragazzo timido e imbranato, ma con tante doti nascoste che aspettano di essere tirate fuori. Mauro: quello incontenibile e irruento con mille idee e nessuna intenzione di rinunciare a metterle in pratica fino all’ultima. Un duo che si integra a perfezione grazie ad una chimica spontanea che dona una vivida naturalezza a quella che è una simbiosi inscindibile.

È, comunque, tutto il cast di Hanno Ucciso l’Uomo Ragno a girare con la precisione proverbiale di un prezioso cronografo svizzero. Altra quasi debuttante è Ludovica Barbarito. A lei il compito di essere quella scintilla necessaria ad accendere quel timido sfigato che è Max. E di accettare anche che diventerà un auto in corsa a cui è difficile restare in scia. Altrettanto bravi sono sia i più esperti ma ancora giovani Davide Calgaro e Angelo Spagnoletti. Entrambi sono i deus ex machina che in modi e tempi diversi daranno a Max e Mauro le idee per uscire dai momenti di pericolosa stasi. Un parterre di volti freschi che si guadagnano tutti una patente di credibilità da spendere in futuro.

A supportarli un insieme di attori che condividono l’essere dei volti noti che non hanno mai però raggiunto un vero successo di pubblico e critica. Non perché non siano dotati, ma perché spesso limitati in ruoli secondari o coinvolti in lavori su altri media. Che siano i corti su YouTube per Alberto Astorri spesso parte del gruppo Il Terzo Segreto di Satira. O il successo televisivo come comico per Edoardo Ferrario (l’irresistibile Maicol Pirozzi del Gialappa Show). Un cast che comunque contribuisce a creare quel mondo in cui muoveva i primi passi quella coppia di amici che sarebbero poi diventati campioni di incassi con il nome 883.

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Hanno Ucciso l’Uomo Ragno è una ventata di aria fresca e profumata nel panorama usualmente asfittico della seralità italiana (che comunque ci sta provando a migliorare). Un prodotto capace di giocare su più piani per piacere sia ai genitori nostalgici che ai figli sognatori. Migliore serie italiana del 2024? Difficile non rispondere si.

Hanno Ucciso l'Uomo Ragno: la recensione

Giudizio Complessivo

La capacità di giocare tra nostalgia e presente per piacere sia ai genitori che ai figli per una produzione che si candida a essere la migliore serie italiana dell'anno

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