Doctor Who: Recensione dell’episodio 9.05 – The Girl Who Died
Eccolo quell’episodio che aspettavamo, chi per una ragione chi per l’altra. La prima riguarda naturalmente la presenza di Maisie Williams che, come ogni guest star apparsa negli episodi del Dottore, ha suscitato parecchia attesa; l’altra, perfino più sorprendente della precedente, è la spiegazione che ogni buon whoviano aspettava da Moffat e che finalmente ha chiarito perché il volto del Dottore sia così simile (uguale) al pompeiano che Ten aveva salvato da una Pompei sull’orlo della rovina.
In seguito ad un incidente, il Dottore e Clara finiscono nel bel mezzo di un villaggio di Vichinghi e, benché il Dottore non sia dell’umore adatto per affrontarli, restano abbastanza per scoprire che il loro villaggio è oppresso dai Miri, a cui si oppone la figura di Ashildr (Maisie Williams). E’ proprio lei al centro del piano ideato dal Dottore per sconfiggerli, utilizzando in parte la loro tecnologia e in parte il suo stesso ingegno, che però porterà alla morte – momentanea – della ragazza. Mentre la struttura dell’episodio non sembra presentare nulla di nuovo, in verità sono molti i spunti da affrontare nell’analizzare la quinta puntata di questa nona stagione. La storia del confronto tra un popolo e l’oppressione dei cattivi è la prassi, proprio come prassi è la sconfitta di questo stesso essere con l’aiuto del Dottore e del suo ingegno. A differenza del solito, tuttavia, qualcosa va storto, qualcosa nel piano brillante non funziona ed ecco che a rimetterci è la vita di Ashildr, la coraggiosa ragazza che tanto stupore aveva suscitato in Clara.
La sua morte è un promemoria, quasi un necessario passaggio, che ricorda al Dottore che, dopotutto, lui non è invincibile e se da una parte può viaggiare nel tempo e nello spazio dall’altra è comunque una persona e come tale può avere i propri difetti e le proprie mancanze. Ma è del Dottore che siamo parlando e quindi non sarebbe stato da lui lasciare che un’innocente perdesse la vita. Salva la ragazza, facendone un ibrido metà umano e metà macchina, e le regala così una vita eterna. Dono o maledizione? Le lascia naturalmente un chip simile al suo, per regalare l’eternità a chi le aggradi nel futuro prossimo, ma lo sguardo sofferente di Ashildr la dice lunga, alla fine dell’episodio: l’eternità è un fardello comunque troppo grave, anche se lo si può dividere con qualcuno.
Ma è proprio la scelta di salvare una ragazza, una semplice ragazza, a scatenare qualcosa nell’animo del Dottore. Un ricordo, un semplicissimo ricordo che cambia tutto. Si ricorda, infatti, che quando era ancora alla sua Decima rigenerazione, nella Pompei che era prossima ad essere seppellita dalla Lava e dalla cenere. Si ricorda della supplica della sua companion, di Donna, che l’aveva pregato di tornare e salvare qualcuno, consapevole che quel singolo gesto avrebbe significato tanto, tantissimo nel suo piccolo. E’ quello che il Dottore ha fatto ed è questa la spiegazione che Moffat decide di darci, rispondendo agli scettici che si aspettavano un suo silenzio in merito per il resto di questa Dodicesima rigenerazione. La faccia del nuovo dottore è uguale a quella del romano salvato da Pompei, certo, ma è una scelta inconsapevole per ricordare a se stesso che lui non solo può cambiare il tempo ma che può fare la differenza. Allora la differenza era stata salvare un pompeiano, ora lo è salvare una ragazza vichinga dalla morte.
Quello che poteva rivelarsi un episodio ordinario si rivela così un episodio brillante. Si tratta ancora una volta di vedere il Dottore scendere a compromessi, non tanto con il mondo che lo circonda ma in primis con se stesso – e quelli sono i compromessi di gran lunga più interessanti di tutti. Se sempre è stata fondamentale la figura di Clara, per aiutarlo ad andare avanti e comprendere che alcune strade sono migliori di altre, stavolta è Clara ad essere spettatrice del percorso che porta il Dottore alla sua conclusione – non del tutto spettatrice passiva, poiché la sua parte la fa anche lei, ma spettatrice più delle altre volte di certo.
Capaldi tiene benissimo la scena per tutto l’episodio, regalando un pathos e un’emozione alla sua filippica finale che commuove quasi quanto rivedere il caro David Tennant spuntare da quella cabina blu che un tempo era stata sua. Capaldi è il vero protagonista, proprio come dovrebbe essere, che di sicuro regala molto allo spettatore, molto più (mi rincresce dirlo) della partecipazione della Williams che, ottima nei ruoli della piccola guerriera alla riscossa, poco aggiunge alla carica generale della puntata. Nel complesso un episodio che, meritevole o meno, rientrerà sicuramente tra quelli da ricordare nella storia del Dottore.
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