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Cinema

Youth – La giovinezza: la recensione

Youth

Ad accogliere i personaggi del nuovo e atteso film di Paolo Sorrentino non è più una maestosa capitale come Roma, insolitamente silenziosa come le imponenti rovine del passato glorioso del tempo che fu. L’acclamato regista napoletano si sposta doppiamente fuori dall’Italia, sia per il cast internazionale sia per la location, un lussuoso albergo nell’esotica Svizzera. In “Youth” dunque spira un’aria del tutto nuova, che offre un maggiore respiro alla poetica di un artista che sembra migliorare pellicola dopo pellicola. In una recente intervista ha ammesso che l’aspetto più difficile del lavoro di regista è riuscire a mantenere tutto insieme, conservare la coerenza dell’idea dal primo all’ultimo giorno di riprese: posso tranquillamente dire che tale difficoltà è stata superata con una grandissima maestria e con l’eleganza sottile che caratterizza sempre più i suoi lavori. Youth-1

Sul grande schermo ritroviamo nuovamente la dolce-amara questione del confronto con ciò che è stato e con ciò che è, ma senza la chiaroveggenza di una voce over che offra spiegazioni ulteriori, ed è anche questo uno dei fattori che concorrono a rendere ancor più apprezzabile la storia, che si dispiega da sola, una scena dopo l’altra, una giornata dopo l’altra. Due vecchi amici, Fred Ballinger (Michael Caine) un celeberrimo compositore e direttore d’orchestra e Mick Boyle (Harvey Keitel) un famoso regista, trascorrono una vacanza insieme in un lussuoso hotel nelle alpi elvetiche, il primo senza alcun tipo d’interesse artistico o lavorativo, nemmeno se a proporgli di dirigere di nuovo è la regina Elisabetta in persona, il secondo invece entusiasta di lavorare con una troupe di giovani al suo “film-testamento”. I giorni si susseguono tra cure, massaggi, bagni termali, passeggiate, serate organizzate, dialoghi e incontri con altri ospiti dell’hotel, vecchi e giovani, uomini e donne. Non vi è alcuna distinzione di sesso o età, sono tutti umani allo stesso modo, ognuno con i propri problemi giornalieri, fisici, psicologici, sentimentali. Soprattutto, tutti hanno avuto un proprio passato che li ha portati fin lì, un passato di successi e travagli, di impegno e risultati, di mancanze e difetti, pieno di complessità insomma. Ognuno è la risultante di ciò che è stato fino ad allora, momento dopo momento, ed è così che i personaggi vengono presentati a noi, giorno dopo giorno, perché è così che scorre l’esistenza, a venti come a ottant’anni. Nessuno sembra giustamente vergognarsi di questo comune corso delle cose terrene, come non si sente vergognato nell’esporre la propria nudità: sempre di umanità si tratta, bella o brutta, giovane o vecchia che sia.

Non manca l’amarezza “sorrentiniana” in sede di confronto, è vero, ma non si tratta di quella decadente che guida il “re dei mondani” Jep Gambardella ne “La Grande Bellezza”: pur nei suoi sbagli e nella sua negligenza, e a maggior ragione nella sua, seppur nascosta, sensibilità, nessuno dei personaggi può essere guardato con occhio di distacco bisbetico, di acre rimprovero o di critica aspra, perché ognuno a modo proprio suscita tenerezza. Mi sono chiesta da dove questo sentimento potesse nascere e la risposta credo mi sia giunta dai personaggi stessi. Prima di tutti da Jimmy Tree (Paul Dano), un giovane attore californiano intento a lavorare sul suo prossimo personaggio: verso la fine del soggiorno ammette che ascoltando o solo osservando le persone conosciute nell’hotel, ognuno è riuscito a dargli qualcosa, a fargli capire qualcosa. Il confronto è produttivo e positivo solo con la comunicabilità e con la sua ricerca. Si tratta di una disposizione attitudinale banale e fondamentale al contempo, l’unica che permette di creare un contatto vero, con o senza parole, come fa la ragazzina addetta ai massaggi, che riflette e fa riflettere appunto sul contatto fisico delle mani, attraverso cui è in grado di capire molto più di quanto si pensi. La comunicabilità quotidiana dei personaggi permette loro di scoprire e arricchirsi e nessuno nel film la rifugge, nemmeno un apatico compositore in pensione, nemmeno una figlia sconvolta da una delusione d’amore (Rachel Weisz). Non importa che essa implichi delle confessioni dolorose o ridicole, che essa prenda forma di una carezza inaspettata o di un pugno in faccia dalla realtà dei fatti, che essa consista in un rimprovero o nel raccontarsi solo le cose belle. Essa è una nota positiva in mezzo alla malinconia silenziosa che avvolge il film, la quale si sposa con il virtuosismo personalissimo delle immagini a tratti anche felliniano che Sorrentino si concede senza troppi scrupoli e senza turbare mai l’occhio dello spettatore. È una forma di speranza che smorza parzialmente il tono riflessivo del film, che permette di strappare dei sorrisi inteneriti alla sala e che offre maggiore completezza alla storia, quella via d’uscita e di salvezza che stentava a venire a galla nel film precedente.

Youth-2Ogni persona in questo modo risulta essere una risorsa per un’altra, il vecchio per il giovane, ma con grande sorpresa anche il contrario. Sono infatti le parole incontaminate dei bambini a far tornare gli adulti con i piedi per terra, allorché persi nell’ambizione di voler essere ricordati per i loro grandi lavori passati e non solo, come accade a Fred, per le “Canzoni Semplici”. “È semplice, ma anche bellissimo” gli ribatte il piccolo aspirante violinista: la grande bellezza spesso è davanti agli occhi degli uomini, ma a volte hanno bisogno di qualcuno che gliela indichi. Ed è di nuovo una giovanissima creatura ad illuminare il volto di un adulto, quello del giovane Jimmy in questo caso. Il personaggio marginale della bambina che dialoga con l’attore nel negozio di souvenirs sembra l’epifania dell’innocenza e l’incarnazione del valore più importante secondo il burbero tatuatore di “This Must Be the Place” incontrato nel bar: la riconoscenza, in questo caso per averle trasmesso un insegnamento attraverso il personaggio di un padre da lui interpretato in un film secondario.

Semplicità dunque non significa superficialità, è toccante, autentica e non conosce padrone o forma. Non intendo dire che “Youth” sia un film semplice, tutt’altro, ma trovo davvero apprezzabile che si compia un’evoluzione, un percorso che parte da un’affermazione come “La leggerezza è una perversione” e giunge a “Le emozioni sono tutto quello che abbiamo” per poi lasciare spazio al silenzio, perché in fondo, per fortuna e purtroppo c’è bisogno anche di quello.

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