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Westworld: Recensione dell’episodio 1.02 – Chestnut

Westworld

Alla fine della puntata, il creatore di Westworld Robert Ford fa un discorso che è anche rivolto a noi spettatori: quando si vuole creare una storia capace di intrattenere il pubblico, non si tratta di confezionare gli elementi classici dello storytelling in maniera più originale degli altri. È tutta una questione di attenzione ai dettagli.

WestworldAnalizziamo Westworld: se non fosse un telefilm, la struttura di base sarebbe quella di un videogioco. Il giocatore è immerso in un mondo fuori dalla realtà, con missioni principali e secondarie, pieno di intelligenze artificiali con le quali ci si può giocare in qualsiasi maniera, perché tanto non sono creature senzienti, e non c’è nessun bisogno da parte di chi si immerge di scoprire se stesso. Quanto piuttosto di scoprire di cosa è capace in un mondo dove è messo in completa libertà. Tutto molto standard, qualsiasi videogioco di buon livello è capace di creare qualcosa di simile. Ora Westworld, essendo un prodotto televisivo, potrebbe adattare alcune regole di base al mondo delle pellicole ed il gioco è fatto. L’unica differenza sarebbe che il giocatore invece di giocare guarda altre persone giocare: il risultato sarebbe un telefilm molto standard con una trama banale e prevedibile.

E allora ecco che arrivano i dettagli. Perché in un parco tematico così perfetto qualcuno ha avvertito la presenza di un livello nascosto, di un dettaglio captabile solo a chi, quel parco, lo ha frequentato per trent’anni?

Westworld non vuole giocare sullo stesso piano delle serie tv analoghe, ponendo ad esempio problemi morali sulla esistenza o meno (intesa in termini filosofici) degli androidi. Vuole colpire dove lo spettatore non si aspetterebbe di essere colpito. WestworldLe sparatorie, gli accoltellamenti e le morti violente in questo telefilm sono specchi per allodole: non creano alcuna tensione perché lo sappiamo che i visitatori sono praticamente degli immortali. Allo stesso modo non siamo e non dovremmo essere stupiti del fatto che Robert Ford possa comandare le sue creature con le parole o con i gesti. Non concentriamoci sul suo complesso di Dio, piuttosto chiediamoci perché preferisca la solitudine e la compagnia dei robot. Non stupiamoci del come sono trattati i robot quando sono in manutenzione (le scene con Maeve aprono parecchie prospettive interessanti), piuttosto cerchiamo di capire in cosa differiscono da noi, se quando vivono tra di loro sembrano possedere tutte le nostre stesse facoltà. Mischiati agli umani riusciamo a distinguerli, ma tra di loro sembrano esattamente come noi. È questa la cosa che spaventa di più.

In questo secondo episodio, in più, è introdotto un nuovo giocatore. William (Jimmi Simpson) arriva a Westworld, un po’ come arriveremmo noi senza aver visto la premiere. Non ha idea di cosa aspettarsi e guarda tutto con gli occhi di un bambino.
A differenza del suo compagno Logan, che appunto più che prestare attenzione ai dettagli è tutto preso dal “videogioco”, William sta iniziando ad intravedere qualcosa di diverso rispetto a quello che vedono tutti gli altri. È uno dei pochi a notare Dolores (e sembra incredibile non notare Evan Rachel Wood).

WestworldÈ il nuovo tassello di una trama nel complesso comunque interessante, ma che non ha convinto proprio tutti (e lo si evince anche dai numerosi pareri contrastanti nella nostra recensione del primo episodio). Eppure proprio questa attenzione ai dettagli potrebbe essere quella marcia in più, capace di intrattenere gli spettatori ad un livello successivo. Se migliore o soltanto diverso saranno i prossimi episodi a stabilirlo.

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1.02 – Chestnut
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