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Vinyl: Recensione dell’episodio 1.05 – He in Racist Fire

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Ogni relazione, che sia amicale, sentimentale o lavorativa, è un rapporto di potere. In qualsiasi situazione che coinvolga due o più persone viene a costituirsi, più o meno in maniera evidente, un a sorta di gioco che porta gli attori coinvolti a muovere di volta in volta una pedina che possa portarli in una situazione di vantaggio, se non addirittura alla vittoria.
Questa quinta puntata di Vinyl è tutta incentrata sul potere e sui rapporti che su di esso si instaurano nei vari ambiti della nostra vita. Al centro del discorso c’è sempre lui, il nostro Richie Finestra, da cui si diramano a pioggia le altre vicende che la serie vuole raccontare. vinylSe avevamo ingenuamente creduto alla fine del primo episodio che il crollo del Mercer Arts potesse essere la fine discendente di una parabola, un capitolo della sua vita, questo episodio, insieme a quelli precedenti, ha di fatto buttato giù qualsiasi teoria sulla possibilità di poter vedere il suo personaggio trasformarsi in un eroe positivo. Non c’è niente che vada bene nella vita di Richie Finestra. Il suo è un percorso pieno di buche e di scelte sbagliate, che coinvolgono lui come colui che gli sta vicino. Partendo, ovviamente, dall’American Century.

Il tentativo di rimettere in pari un’azienda che fa acqua da tutte le parti si concretizza sui due piani di azione. Il primo riguarda le risorse interne ed era abbastanza ovvio che arrivasse il momento di mandare a casa un pò di persone e rivalutare il ruolo di alcune nell’assetto aziendale. Il secondo, il più importante e interessante ai fini della storia, riguarda gli artisti che portano il pane a casa. Eliminati i rami secchi, non rimane che mantenersi stretti i numeri vincenti ed investire tempi e risorse su nuove leve. 
L’arruolamento dei Nasty Bits fa emergere i primi problemi tra i capi e i sottoposti. Quei giovani, pieni di quella energia che Finestra vede bene per la sua nuova sub label, sono dei cavalli selvaggi, per nulla abituati a ragionare atraverso le logiche di mercato. Interviste con le radio, servizi fotografici, biografie, nulla ha a che fare con la musica per “Sono Kip Stevens. Fanculo tua madre. Questa è la mia biografia”. Quando poi ti chiedono di mettere mano alla tua band, di mandare a quel paese uno dei fondatori nonchè uno dei migliori amici, inizi a pensare che quel contratto non è poi stata una grande idea. Anche se quel pezzetto di carta potrebbe farti aprire un concerto dei New York Dolls.

vinylChi, invece, è così dentro al mercato da far tremare le scrivanie dei suoi discografici è Hannibal. Su di lui ha messo le mani la Koronet e Richie sa che se andasse con loro sarebbe una grave perdita, economica e personale. Il gioco è sempre quello, ormai l’abbiamo capito: cibo, tante lusinghe, un pò di droga e qualche donna che allieti l’artista. E potrebbe essere anche la tua di donna, la quale approfitta della situazione per vendicarsi un po’ della tua costante indifferenza nei suoi confronti. Ma quanto si è disposti a vendersi? Quale è il limite passato il quale non facciamo altro che peggiorare una ferita già aperta? Quanto, insomma, siamo disposti a giocare quando il prezzo da pagare è qualcosa che i soldi non quantificano?
Il protagonista di questa serie non è poi un giocatore così abile, per lo meno fino ad ora non lo è stato. Ha un padre che gli volta le spalle e aiuta la polizia ad incastrarlo, una moglie che si sente più un trofeo da sfoggiare che una compagna,  dei soci che lo mangerebbero vivo per avergli fatto perdere una montagna di soldi e non capiscono ancora quali siano i suoi progetti per tenere in piedi la baracca. Eppure c’è ancora qualcuno che gli vuole dare fiducia. Quel qualcuno che gli somiglia così tanto da considerarlo “uno di famiglia” potrebbe essere la sua ancora di salvezza, ma anche la nostra. Perchè quell’Andrea segretaria / badante / amante potrebbe portare nuova linfa ad una serie che forse troppo presto ha iniziato a mordersi la coda.

vinylFinora è stato affascinante buttarsi a pesce sul caotico, psichedelico mondo musicale dell’America degli anni 70, ma questo non basta a tenersi stretto uno spettatore. Non basta riportare in vita Andy Warhol, Lou Reed e il Mercer Arts. Non basta finire in un fumoso locale ad ascoltare quelle canzoni che chi suonava non sapeva ancora che sarebbero entrate nella storia. Non basta dare qua e là indizi su chi e cosa sono stati, sono e saranno i personaggi coinvolti. Serve una storia, una bella storia. Gli abiti, la musica, i volti ci sono. Ora bisogna attaccare la chitarra all’amplificatore e mettersi a suonare seriamente. Non ci sono più scuse. Non ci sono più alibi.

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1.05 - He in Racist Fire
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