
Vikings: Recensione dell’episodio 3.06 – Born again
Considerato il padre della tragedia greca, Eschilo di Eleusi è il primo autore classico di cui ci siano pervenuti per intero brani della sua opera. Testimone dello sviluppo della democrazia ateniese e delle guerre contro i Persiani a cui prese parte in prima persona, Eschilo riflette nelle sue opere la realtà in cui vive, ma si interroga anche sul problema della colpa e del castigo, della responsabilità e della sofferenza. La sua esperienza politica gli fa dire “la cosa peggiore per i potenti è che non si possono fidare degli amici”. Ed è questa la lezione che Ragnar impara dagli avvenimenti di questo episodio.
Perché è proprio uno dei suoi alleati della prima ora a portargli via l’unica persona della cui fedeltà Ragnar non ha mai dubitato. Il costruttore delle navi che hanno fatto la fortuna del contadino che voleva esplorare il mondo, l’amico che lo ha soccorso quando sembrava destinato al rovinoso crollo per aver sfidato lo jarl Haraldson, l’astuto attore che ha finto di complottare contro di lui per aiutarlo a divenire re ingannando Horik. Per questo Ragnar può aspettarsi la massima lealtà da Floki. Ma non è così. Perché Floki è anche il fanatico religioso che ha deciso di anteporre la fedeltà ai suoi dei all’obbedienza a Ragnar (ed, in fondo, lo aveva già detto a un Horik ferito che solo gli dei non avrebbe mai tradito); il devoto credente che si lascia guidare da visioni improvvise invece che da ragionamenti coerenti; il mistico guerriero convinto che la vittoria e la sconfitta siano decise solo dal favore degli dei e non dalla intelligenza di ben ponderate strategie. Questa sua weltanschauung non può che divenire una gabbia dorata da cui non può e non vuole evadere, una tirannia alla quale non può e non vuole disobbedire. La statua lignea che sanguina diventa allora un inevitabile memento, un ordine perentorio, un invito al sacrificio di sé stesso. Perché, pur nella sua schizzata follia, Floki è ben consapevole che quello che sta per fare significherà perdere gli amici di una vita ed allontanarsi per molto da Helga e dalla figlia. Ma deve farlo. E, implacabile, lo fa.
Floki uccide Athelstan. Il monaco impaurito che aveva saputo vedere oltre la propria paura dei Vichinghi razziatori per conoscerne la cultura. Il prigioniero destinato ad essere venduto che era invece riuscito a conquistarsi il rispetto dei suoi avversari arrivando ad essere un loro abile compagno di armi e a guadagnarsi il bracciale sacro per le proprie doti in combattimento. Ma soprattutto Athelstan era stato quel ponte verso l’affascinante ignoto di cui Ragnar aveva bisogno per scavalcare l’abisso dell’isolamento in cui la gente di Kattegat si era chiusa. Era stata la fonte viva della cui acqua ristoratrice Ragnar non smetteva mai di dissetarsi per saziare la sua sete di conoscenza. Ma ancora di più Athelstan brillava per la sua evidente sincerità. Mai ha provato ad apparire diverso da quel che era. Mai ha nascosto il suo essere tragicamente scisso tra la fedeltà alla propria religione cristiana e l’ammirazione per quella norrena. Salvato da un’atroce crocifissione da Ecbert, non ha cercato di rinnegare la propria amicizia con Ragnar e non ha tradito i suoi compagni per guadagnarsi una facile scorciatoia verso la libertà e proprio questa sua onestà è stata la chiave che gli ha aperto le porte del favore del re del Wessex, tanto avido di sapere quanto lo è sempre stato il suo alter ego vichingo.
Paradossalmente, Athelstan muore proprio dopo che un ignaro Ecbert sta invocando il suo nome per risparmiare altre torture (crudamente sottolineate non tanto dall’esplicita messa in scena, ma dalle strazianti urla dell’implorante vittima) all’adultera Judith giustificando il tradimento della nuora col valore superiore del seduttore (anche se lo sguardo gelato di Aethelwulf non nasconde l’insufficienza di una simile flebile consolazione). E paradossalmente è proprio la sua estrema sincerità a condannarlo a un’inattesa morte. Il sentirsi finalmente rinato in Cristo è una gioia troppo grande per negarla e rinunciare al bracciale da guerriero è un gesto tanto dovuto quanto profondamente sentito.
Ma è anche un qualcosa di incomprensibile per un popolo che ha fatto dell’onore in battaglia il più alto valore (anche se troppo in fretta, forse, Rollo e Bjorn voltano le spalle a quello che era un sincero amico). Né basta l’esibita protezione di Ragnar ad arginare l’onda che sta per abbattersi. Athelstan muore, infine, accettando con serenità quel sacrificio che già una volta aveva rifiutato. E non è un caso che la sua esecuzione sia accompagnata dalle stesse musiche che riecheggiavano durante la sua visita ad Uppsala nella prima stagione quando era stato Leif ad offrirsi al suo posto. Stavolta Athelstan non fugge, ma orgogliosamente recita le sue ultime preghiere e si unge la fronte rivelando così solo alla fine che quei suoi gesti apparentemente incomprensibili sono un sacramento: l’estrema unzione.


“Born again” è un episodio che vive della morte di Athelstan, ma non è privo di scelte discutibili. Su tutte il salto temporale di nove mesi circa come si evince dal doppio parto con il conseguente silenzio su molti aspetti interessanti (su tutti, perché e con che ruolo Lagertha è di nuovo a Kattegat?). Ma anche il montaggio sembra troppo approssimativo con scene che si succedono saltando momenti importanti (come è stata accolta la morte di Athelstan? che fine ha fatto Floki?). Eppure, è un episodio a suo modo importante. Perché Ragnar adesso sa che non può concedere a nessuno la sua fiducia poiché, come diceva il sociologo polacco Zygmunt Bauman, “la fiducia si trova in difficoltà nel momento in cui ci rendiamo conto che il male si può nascondere ovunque”.
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3.06 – Born again
Athelstan 🙁
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