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Vikings: Recensione dell’episodio 2.05 – Answers in blood

Un abusato proverbio recita che “domandare è lecito, rispondere è cortesia”. Sette giorni sono un tempo più che sufficiente per andare oltre l’intenso incontro tra Ragnar e Bjorn e la scioccante crocifissione di Athelstan graziato infine da re Ecbert che avevano chiuso il precedente episodio e iniziare a chiedere come questi eventi avrebbero influenzato lo svolgersi delle vicende narrate ed evoluto la personalità dei personaggi coinvolti. Come il titolo suggerisce, questo episodio ci fa la cortesia di darci queste risposte scrivendole nel sangue della battaglia.

bjornaloneIl ritorno di Lagertha e Bjorn è accolto con comprensibile gioia da parte del gruppo di Ragnar, felice non solo per le aumentate chance di vittoria, ma soprattutto per aver ritrovato affetti dati ormai per persi. Sebbene nessuno abbia mai criticato il matrimonio con Aslaug, era comunque apparso evidente quanto  triste fosse stato l’addio di Lagertha e Bjorn. Doloroso per Rollo che, perso l’onore, aveva visto andare via anche l’amore segreto, ma che riesce a riconoscere che quel passato male si può accordare con l’uomo nuovo che è adesso. Inaccettabile per Floki e Torstein che non riuscivano a concepire come Bjorn potesse lasciare un simile padre ed ora sono felici (con Floki addirittura gongolante) nel ritrovare un guerriero pronto ad eroiche imprese. Difficile per la gente di Kattegat che aveva visto in Lagertha la regina capace di dar loro forza durante la peste e che la accoglie ora con un giubilo che marca quanto distante sentano Aslaug. La rapida riconquista di Kattegat (con una cruenta battaglia che si segnala ancora una volta per il realismo degli scontri) mette in evidenza quanto la maturazione di Bjorn sia stata guidata dagli insegnamenti di un padre distante ma mai rinnegato. Il coraggio in battaglia e l’accettare una missione quasi suicida richiamano le doti guerriere di Ragnar, ma è l’abbraccio a Olrick e il soccorrerlo quando cade ferito che dimostrano maggiormente quanto Bjorn sia debitore verso il padre per quella saggezza che lo rende un potenziale leader.

ragnarauslaugParadossalmente, chi gestisce peggio il ritorno di Lagertha e Bjorn è proprio Ragnar. Orgoglioso per quel che è diventato il figlio, impaziente di lottare finalmente al suo fianco, felice per come si integra con i fratellastri. Ma anche avaro di complimenti e duro nell’obbligarlo a decapitare il prigioniero. Ragnar è desideroso di guidare nuovamente la crescita di Bjorn dopo gli anni di doloroso distacco anche a costo di apparire a tratti quasi scostante. Deludente, invece, è la sua illusione che la proposta rifiutata anni prima di una convivenza a tre possa essere accettata adesso. Anche il dialogo con Aslaug mostra una certa insofferenza per una situazione che vorrebbe controllare anche se sa (e il veggente glielo ricorda con una indovinata metafora) che nessuna delle sue molte doti può nulla in questa situazione.

lagerthaChi controlla il gioco è stavolta Lagertha la cui figura risalta maggiormente per contrasto con quella di Aslaug. Mentre la regina veggente non può offrire a Ragnar nulla più che la sua (preziosa per quei tempi) fertilità con la promessa di un ennesimo figlio, la shield maiden sa di avergli già dato tutto quello che aveva. In passato, è stata la sua più fedele alleata assecondandone le ambizioni e guidando Kattegat attraverso le tempeste della peste e del tradimento di Rollo. Adesso, è tornata per restituirgli il regno, ma soprattutto il figlio. In cambio, non ha chiesto nulla esonerando persino Aslaug dai ringraziamenti. I mormori di approvazione e gli sguardi ammirati della gente nella sala del trono sono il motivo che le permettono di sorridere consapevole del proprio successo.

athlestanmonkUn simile successo era convinto di averlo raggiunto Athelstan nel suo tentativo di diventare un vero vichingo. Rivestito dell’abito monacale, ma interrogato da re Ecbert sugli usi pagani, Athelstan è preda ormai di allucinazioni figlie della scissione della sua personalità. E così la donna salvata appellandosi alle leggi vichinghe diventa la madre di Cristo. La cerimonia religiosa a cui assiste (rifiutando significativamente l’ostia consacrata) si mischia con il ricordo di quella di Uppsala con il corpo di Cristo che diventa quello di Leif in un allucinato paragone tra i sacrifici umani dei pagani e l’estremo atto di amore del dio cristiano. Con Athelwuf a mettere in dubbio la sua riconversione così come Floki dubitava della sua fede in Odino, Athelstan può solo invocare Dio con una preghiera che nei toni accesi e vigorosi ricorda, ancora una volta, il suo essere un guerriero vichingo.

Se Athelwuf è Floki, re Ecbert è Ragnar. Capiamo sempre più perché Athelstan lo avesse paragonato al suo padre putativo vichingo. Entrambi salvano il monaco perché è più utile come ponte tra le due culture che come cadavere da esibizione. Entrambi rivolgono il loro sguardo conquistatore all’esterno (le terre ad ovest per Ragnar, la Northumbria per Ecbert) invece che perdersi nelle beghe interne. Entrambi sanno aspettare il momento opportuno per colpire (Ragnar con jarl Haraldson e Ecbert con l’attacco a un Horik con un esercito dimezzato). Inevitabile, quindi, che i due si incontrino in un futuro non lontano. Scontro definitivo o vantaggiosa alleanza ? Domandare è lecito, rispondere è cortesia.

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