
Vikings: Recensione dell’episodio 2.03 – Treachery
Presso molti popoli del passato, le più feroci esecuzioni capitali erano riservate ai colpevoli di tradimento. Il titolo del terzo episodio della seconda stagione di Vikings parte da questo concetto e, sebbene ad una prima lettura superficiale sembri declinarlo nel più ovvio dei modi (con lo jarl Borg che approfitta dell’assenza di Ragnar per impadronirsi delle sue terre), pone invece degli interessanti interrogativi nascosti tra le pieghe degli eventi mostrati con il solito prezioso rigore storico.
Dopo la vittoriosa battaglia nel bosco, l’episodio di questa settimana si apre con i Vichinghi intenti a razziare facilmente un importante centro del Wessex (Winchester), grazie anche alle rivelazioni di Athelstan sulle abitudini locali. Ma il fu prete si trova a dover affrontare anche il suo passato quando uccide un monaco e contribuisce alla cattura del vescovo. Sebbene orgoglioso del suo essere ormai un vichingo (e il mostrare il bracciale a Floki ne è un segno evidente), Athelstan si accorge di quanto questo suo cambiamento sia ancora incompleto. Il tentativo di salvare il vescovo e il successivo tagliargli la gola per porre termine alla tortura sono segni fin troppo evidenti di quanto lunga sia ancora la strada che deve percorrere per rinnegare quella cultura in cui è cresciuto. Rifiutare la Bibbia che Floki malignamente gli porge è una scelta obbligata, ma anche un riconoscere che indietro non può tornare perché di quel passato ormai lui è solo un traditore.
Ma anche il mondo dei Vichinghi deve cambiare come Ragnar intuisce con sempre maggiore chiarezza. Fin dalla prima stagione, a muovere i suoi passi non è stata solo la sete di potere e ricchezze, ma soprattutto il desiderio di conoscenza e la volontà di scoprire se e come le condizioni di vita della sua gente potessero migliorare. Se re Horik rappresenta un mondo che vuole restare saldamente ancorato al suo presente abbracciandone ogni crudeltà (la tortura del vescovo, ma anche l’uccisione dell’emissario di re Ecbert per mostrare una propria superiorità violenta), Ragnar è, al contrario, quella spinta innovatrice che accetta l’idea che l’altro da sé non sia necessariamente solo un nemico da annientare, ma anche un’opportunità per imparare. Le tradizioni sono importanti e vanno onorate (e i continui sospetti di Floki su Athelstan vogliono ricordare a Ragnar come non bisogni aprirsi troppo ad un mondo diverso), ma possono essere tradite se questo porta ad un bene maggiore.




Tornano, infine, una quanto mai regale Lagertha e un rinnovato Bjorn, ma troppo poco si sono visti per poter approfondire quello che è successo loro durante il forzato esilio. Anni che sono sicuramente serviti a dare a Bjorn lo stesso orgoglio e la stessa fierezza del padre lontano, ma mai dimenticato. Perché non basta un volontario abbandono a convincere il figlio di cotanto padre a tradire la propria natura. Perché questo sarebbe l’unico tradimento davvero imperdonabile.
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2.03 - Treachery
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