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Vikings: Recensione dell’episodio 1.05 – Raid

Lasciate che l’uomo che pensa di discendere dagli dei capisca che, dopotutto, è un essere umano.

Nell’economia degli episodi della prima stagione di Vikings (ne sono stati confermati nove in tutto), Raid rappresenta il perfetto giro di boa, in una singolare armonia fra azione, approfondimento psicologico ed evoluzione degli eventi.

Vikings 105dCon questa puntata, infatti, l’equilibrio sempre più teso subisce una rottura violenta ma attesa. Ed è qui che mi sento di ribadire ancora una volta la classicità della scrittura di questo serial, che non rompe frammentariamente le storyline ma le accompagna, semmai arricchendole di nuovi intrecci.

Raid è un episodio che segna Vikings in modo abbastanza netto, perché da questo punto in poi non si torna indietro: l’odio di Haraldson verso Ragnar è più vivo che mai, e soprattutto non più celato da pretesti: Lothbrok non è solo un disertore, è una minaccia molto seria all’assetto istituzionale della tradizione, è amato e benvisto, e Haraldson è ben consapevole (suo malgrado) che il suo rivale sarebbe un ottimo Jarl. Per questo motivo, Haraldson spezza ogni indugio e decide di eliminare non solo Ragnar, ma chiunque al suo seguito. Quando Ragnar viene dato per morto, ho avuto la netta impressione che Vikings da questo episodio in particolare, non sarà più lo stesso.

Vikings 105fRollo

Mi sento di dedicare un paragrafo a parte a questo strepitoso personaggio che conferma la complessità narrativa di questo sorprendente serial. Rollo ci è stato presentato in maniera fastidiosa, quasi molesta e leggermente stereotipata, come il fratello cattivo, dall’animo poco eroico e per nulla valoroso. Ebbene, con questo episodio le carte vengono mescolate sorprendentemente a suo favore, e di Rollo possiamo scorgere la profonda umanità, il coraggio e la risolutezza nel proteggere Ragnar da morte certa con il suo silenzio nonostante le torture e – sorpresa delle sorprese – un legame sentimentale con Siggy, altra indiscussa protagonista del nulla è come sembra di questa settimana.

Vikings 105h

Siggy è l’altra grande sorpresa. Finalmente svincolata dal ruolo di moglie di Haraldson, ci viene mostrata come una donna fragile, affranta per la morte violenta dei suoi piccoli (di cui non conosceva l’esatta dinamica prima di uno struggente dialogo con Haraldson) e legata a Rollo da un profondo sentimento. È attraverso questo personaggio, che ravvisiamo la fragilità che contraddistingue lo stesso Haraldson al di là della sua indiscutibile crudeltà (stavolta messa in risalto non tanto dall’infelice quanto necessario matrimonio della figlia, ma dalla sua assoluta noncuranza e freddezza a riguardo). Ancora una volta, questo episodio scava nella profondità dei personaggi, li spoglia dell’apparenza pur senza dimenticare lo svolgersi dell’intreccio, come a ricordarci che spesso un grande dolore lascia nell’animo umano scorie tossiche di durezza e cattiveria. Chapeau.

Con un sorriso, ho notato che Athelstan diventa sempre più viking e meno priest. Questo è evidente nel dialogo con Ragnar (”I want to be a free man”), nel sangue freddo che riesce a mantenere durante la fuga (nonostante si premuri di mettere in salvo le Sacre Scritture…), nel suo atteggiamento sempre più sicuro e meno sottomesso, al di là dei paletti che Ragnar, ragionevolmente,

Vikings 105ginnalza ancora quando Athelstan cerca di entrare troppo nel merito di alcune questioni. L’evolversi del loro rapporto di amicizia, è uno degli elementi che preferisco per quel che concerne il lato più umano e psicologico della serie.

In attesa di comprendere quali meccanismi di scrittura Michael Hirst deciderà di seguire per il confronto tra Ragnar e Haraldson (e lo ricordo ancora, mancano quattro episodi), non posso che sottolineare ancora una volta la bellezza di questo telefilm che in quarantacinque minuti sa raccontare e approfondire, analizzare dinamiche psicologiche, politiche e istituzionali, senza mai far prevalere l’una o l’altra, in uno snodarsi naturale. Questa è scrittura di qualità. Non saremo a Westeros, ma Vikings (essendo sceneggiatura originale, fra le altre cose) merita ugualmente.

Quattro stelle e mezzo, in attesa della perfezione assoluta.

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