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Vikings: Recensione dell’episodio 1.03 – Dispossessed

Dopo i tumulti di ”Wrath of Northmen”, Vikings ci consegna un altro episodio abbastanza statico che però trova nuovo fermento nella parte finale, dopo aver presentato i nuovi equilibri del ritorno in terra scandinava in seguito all’invasione del monastero di Lindisfarne.

athelstanEd è proprio attraverso (e intorno a) la figura del giovane monaco Athelstan (il bravissimo George Blagden), che il nuovo assetto viene presentato; infatti, la struttura dell’episodio ruota in gran parte attorno a questo personaggio, che si mostra sempre più coraggioso e forte del suo credo nonostante le continue provocazioni di Ragnar e compagnia bella (su tutte, l’invito a un ménage à trois con Ragnar e Lagertha!).

Athelstan, lungi dall’essere servile o accomodante, rifiuta di adattarsi alle usanze e alle credenze del popolo scandinavo, e questo sembra in parte compiacere Ragnar che, sorprendentemente, gli affida l’amministrazione della fattoria in assenza sua e di Lagertha (fra parentesi, adoro questo approfondimento dell’emancipazione della donna all’interno del sistema germanico), con grande disappunto da parte del figlio Bjorn. Trovo molto interessante la caratterizzazione del piccolo vichingo dal quale mi aspetto uno sviluppo psicologico abbastanza peculiare, specie considerando le previsioni di Floki riguardo al suo temperamento ambizioso e ribelle.

Parlando di ambizione, non posso non soffermarmi ancora una volta su Ragnar Lothbrok, protagonista indiscusso della serie: Viking-ep-1x3la sua sete di potere è in realtà inscritta all’interno di una sete più profonda che si definisce in modo sempre più netto, via via che la storia va avanti, ed è la sete di conoscenza. Ragnar sembra sempre più interessato alle culture d’occidente, al loro credo (e il bellissimo dialogo con Athelstan sulla religione ne è un esempio notevole) e, più che a conquistare gli averi delle terre d’oltremare, sembra sempre più orientato a conoscerne usi e costumi.

Dall’altra parte c’è Haraldson, il cui lato oscuro è sempre più preminente assieme alle sue debolezze (ho rabbrividito abbastanza dinanzi alla scena dell’uccisione del bambino, solo in Breaking Bad ho infatti assistito a cotanta crudezza). Lo jarl non è affatto predisposto allo stesso scopo di Ragnar, e con il suo spadroneggiare cieco e prepotente, diventa sempre più chiara l’ineluttabilità di una spaccatura decisiva e insanabile all’interno del sistema e del suo precario equilibrio.

Il grande merito di questa serie, a mio parere, non sta tanto nell’attendibilità storica – cosa cui è difficile essere fedeli in prodotti co8765-940me questo – ma nella sua capacità di descrivere le dinamiche di popoli e culture a confronto, e di farlo sia attraverso il semplice dialogo di due personaggi, sia attraverso scene come quella finale, sublime, in cui la regia ha saputo delineare perfettamente l’ansia e la diffidenza reciproca fra due gruppi sociali messi a confronto.

L’unico timore che mi sento di condividere, è che la serie sia già arrivata a un punto in cui l’andirivieni Scandinavia/Inghilterra è diventato abbastanza saturo, e che quindi occorre concentrare la trama anche (e di più) sulle dinamiche psico-sociali instaurantisi fra i personaggi, che non sugli eventi in sé. Ruolo cui il prossimo episodio dovrebbe assolvere quasi perfettamente.

Un plauso a parte va agli ultimi fotogrammi dell’episodio, dove le onde continuano a muoversi nel sangue. Quello resta un grande momento di arte visiva.

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