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Unorthodox: la possibilità di scegliere – la recensione della miniserie Netflix

Unorthodox: la recensione
Netflix

Ognuno sta solo sul cuor della terra/ trafitto da un raggio di sole/ ed è subito sera. Lo scriveva Quasimodo per raccontare della solitudine dell’uomo, l’attesa insperata di attimi di momentanea felicità, la precarietà e brevità della sua esistenza. Parole potenti e profonde, ma non necessariamente vere. Perché, alle volte, a negare quel raggio di sole è proprio la società che ti circonda incatenandoti dietro nubi grigie fino a che è sera. Come capita da Esty, la protagonista di Unorthodox, miniserie in quattro episodi rilasciata da Netflix pochi giorni fa.

Unorthodox: la recensione – Credits: Netflix

La prigione di ogni fanatismo

Molto liberamente ispirata dal romanzo autobiografico pubblicato da Deborah Feldman nel 2012 (Unorthodox – The scandalous rejection of my Hasidic roots), la miniserie scritta da Anna Winger e Alexa Karolinski e recitata per la maggior parte in yiddish racconta la storia di Esty. Sposa a soli 17 anni per un matrimonio combinato, Esty vive seguendo le draconiane leggi degli Ebrei Chassidici, una setta ultraortodossa confinatasi nel distretto di Williamsburg a New York. Una comunità ossessionata dall’interpretazione letterale dei precetti del Talmud e dal rispetto maniacale delle proprie radici ebraiche. Al punto da vietarsi ogni contatto che non sia strettamente lavorativo col mondo esterno. Rifiutandone persino la tecnologia se non strettamente indispensabile.  

Vedere Unorthodox è talmente istruttivo che dovrebbe quasi essere reso obbligatorio per chi va blaterando di minaccia islamica identificando il mondo musulmano con la sua componente fondamentalista. Perché la serie mostra in maniera evidente quanto tutti i fanatismi siano uguali e quanto poco importi di quale religione siano figli. Anzi, quanto la religione sia solo un paravento riccamente adornato che nasconde la grettezza di comportamenti inaccettabili. Quanto anche la giusta memoria del dolore passato possa essere corrotta e generare i mostri di un mondo che si chiude in una prigione per difendersi da un presente dipinto come un nemico a priori.

Non importa se chi si arroga il diritto di scegliere per gli altri abbia in testa una kippah o un turbante, se abbia i payot che scendono dai lati della testa o la barba lunga ad incorniciare il volto incattivito, se dica di parlare a nome di Jahvé o di Allah. Quel che conta è il sistema finale la cui violenza si abbatte sempre e ancora sulle donne. La ragazza nubile ridotta a merce su cui contrattare. La cerimonia nuziale in cui la sposa è coperta e consegnata da uno all’altro quasi fosse un animale da scambiare tra allevatori in affari. La moglie vista come essere il cui unico scopo è procreare per Israele ed esaltare la sua sottomissione all’uomo. Una persona spossessata del suo stesso corpo con i capelli rasati a zero e gli abiti informi a sottolineare la rinuncia alla propria individualità.

Unorthodox è, quindi, prima di tutto una lezione. Di quelle che si farebbe bene a non dimenticare mai.

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Unorthodox: la recensione - Credits: Netflix
Unorthodox: la recensione – Credits: Netflix

La libertà di essere sé stessi

Troppi fondamentalismi ammorbano il mondo moderno erigendo carceri da cui provare a scappare è impresa ardua soprattutto per le donne. Eppure, alle volte, ci si riesce. Ed è per questo che Unorthodox e la sua protagonista Esty sono una storia di speranza. La dimostrazione che evadere si può. Che ritornare a poter scegliere chi essere non è un sogno irrealizzabile, ma una meta a cui ambire. Anche quando ti hanno ripetuto da sempre che anche solo pensarlo è un peccato imperdonabile. Che se non sopporti quelle angherie sei tu ad essere sbagliata. Se non riesci ad accettarle, tu ad essere guasta.

Basta trovare in sé stesse la forza di accettare di essere state ingannate. Di superare l’amara realtà che anche chi hai sempre amato non stava costruendo per te un futuro di gioia, ma le pareti di una cella in cui rinchiuderti. Riconoscere che le fondamenta della casa che ti hanno detto di realizzare affondavano in una palude malsana i cui miasmi ti avrebbero nauseato per sempre. Rassegnarsi all’idea che proprio le persone che ti hanno insegnato a disprezzare erano quelle in cui avresti dovuto avere fiducia. Scelte dolorose perché costringono Esty a rinnegare le sue radici per trovarne altre che possano essere più solide.  

Unorthodox è il racconto di una rinascita dolorosa, ma necessaria. Seguire questa ragazza minuta e dall’aspetto fragile è un violento pugno nello stomaco quando si assiste a scene psicologicamente devastanti come le sue notti di nozze. Ma è anche una carezza rasserenante quando la vediamo muovere con successo (e indubbia e quasi incredibile fortuna) i suoi incerti primi passi in un mondo nuovo. Soprattutto, la storia di Esty è una calamita che non ti lascia andare perché è impossibile resistere al magnetismo creato dall’intensità della giovane attrice israeliana Shira Haas.

Una interpretazione drammatica che fa risaltare la vera arma di Esty: il coraggio.

Unorthodox: la recensione - Credits: Netflix
Unorthodox: la recensione – Credits: Netflix

Ciò che non ci si può dare

Quel coraggio che, diceva Manzoni, se uno non ce l’ha, non se lo può dare. Parlava di don Abbondio l’autore de I promessi sposi, ma lo avrebbe potuto dire anche di Yanky, il giovane marito di Esty. Sebbene la sua figura sia a tratti quasi comica nella sua incapacità di interagire con un mondo che non è il suo, il suo personaggio è, in realtà, uno dei più dolorosi. Perché Yanky è una anima buona che finisce per essere suo malgrado un carnefice per mancanza di coraggio. Per non aver saputo dire no a chi lo ha incastrato nel ruolo del figlio obbediente e del marito ligio agli insegnamenti rabbinici. Un uomo buono che sa anche piangere e riconoscere di aver sbagliato, ma non trova la forza di fare il passo successivo che Esty invece compie.

Coraggio che paradossalmente manca anche al cugino Moishe che pure si comporta come il duro e risoluto che si fa beffe di regole e precetti appena è lontano dalla opprimente Williamsburg. Eppure, anche Moishe è un debole perché a quella prigione è tornato comunque e preferisce fingere di obbedire piuttosto che andare via e vivere la vita che vorrebbe. Come, dopotutto, fa anche il padre di Esty che della moglie ripudiata sembra ancora innamorato, ma non ha il coraggio di ammettere che la colpa del naufragio di quella che poteva essere una famiglia è solo sua.

Unorthodox è, infine, la storia di un gruppo di persone appartenenti ad un popolo che è stato sempre oppresso e perseguitato e che ha deciso di rinunciare al coraggio di credere ancora negli altri. Scegliendo, invece, di avere paura e chiudersi dietro le mura di un esilio forzato. Senza accorgersi che quella roccaforte non li ha protetti dal pericolo più infido. Diventare il proprio stesso nemico.  

Unorthodox: la recensione
4

Giudizio complessivo

Una storia di rinascita per chi ha trovato il coraggio di credere che le radici possono essere catene da spezzare

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