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Un Doctor Who che ha smesso di stupirci. Recensione dell’episodio 10.03 – Thin Ice

Fino a che punto siamo disposti ad accontentarci, a chiudere un occhio? Soffermatevi per un attimo a pensarci e date una risposta onesta a questa domanda. Fino a che punto siete disposti ad accontentarvi di una serie tv, di chiudere un occhio davanti ai suoi evidenti errori e punti fallaci? Soprattutto se si tratta di una serie tv che ha dato tanto, tantissimo negli anni passati? Si, mi riferisco a Doctor Who. Si, mi riferisco a questa nuova stagione che è riuscita a fare acqua in tre episodi su tre (almeno per quanto mi riguarda).

Il Dottore a cui sono abituata, a cui Moffat (maledetto tu sia!) mi ha abituato, è quello che apre le braccia davanti ad un mostro che divora ricordi in Rings of Akhaten; quello che per secoli batte il pugno, impotente, contro un muro impenetrabile pur di tornare a casa sua in Heaven Sent. E’ IL Dottore, una figura che, nella sua debolezza o nella sua forza, colpisce lo spettatore e lo imprigiona nella sua imperfetta ma caratteristica personificazione. Quel Dottore qui non si è visto, almeno non in questi primi episodi, di cui Thin Ice non è un’eccezione.

Un episodio che fa acqua (e non ha nemmeno bisogno di quella del Tamigi)

doctor who capaldi

Il Dottore e Bill arrivano in una Londra ghiacciata, una Londra il cui il Tamigi sembra un quadro vivente di Manet. Soldati che giocano a carte, venditori ambulanti, circensi con spade e fuoco. Malviventi, anche. Nonché l’immancabile mostro dormiente sotto la sottile coltre di ghiaccio che ha intrappolato il Tamigi, in attesa di poveri e solitari infanti da fare suoi all’interno di quella prigione di acqua e freddo. Ma il mostro, come accade spesso, non è altro che una creatura in attesa di essere liberata. Una creatura incompresa, come spesso accade con quelle con cui il Dottore ha a che fare. Come era già accaduto in Kill the Moon, uno degli episodi che forse più mi avevano convinto con Capaldi al timone.

LEGGI ANCHE: Doctor Who – Recensione dell’episodio 8.07 – Kill the Moon

Questa trama sembra ripercorrere un sentiero già esplorato, sembra raccontare una trama già nota cambiando solo piccoli dettagli. Ce n’era davvero bisogno? Davvero vogliamo credere che, dopo tanti anni e tanti mondi, tante creature, tanti pericoli, gli sceneggiatori abbiano esaurito il materiale che sappia di novità e inventiva? L’addio di Moffat non dovrebbe essere il canto del cigno quanto piuttosto quello del gallo, una nuova alba e un nuovo percorso per il dottore, un percorso migliore. Perché di migliorie ne ha bisogno, inutile girarci intorno.

La companion che manca di affascinare a dovere e tende ad annoiare

capaldi

Prima fra tutti, quella che avrebbe bisogno di un bel ripasso è proprio Bill. Chiunque sia stato un companion del Dottore ha sempre avuto la forza e l’energia di imporsi come qualcuno di indispensabile nel mondo e nella storia di Doctor Who. L’avevamo visto con Donna, con Rose, con i Ponds. Persino con Clara, che resta ad oggi la meno preferita tra i personaggi che hanno abitato il TARDIS, devo ammetterlo, ha avuto un modo tutto suo di essere interessante, unica, insostituibile. Bill non lo è. Spero che la sua storia non sia ancora stata sviluppata a dovere, che ci sia ancora qualcosa che mi faccia cambiare idea, ma la vedo dura. La vediamo preoccupata alla prospettiva di una Londra ancora intrecciata al concetto di schiavitù, di razzismo. Non è stato difficile capire che la direzione dell’episodio era proprio quella di introdurre la tematica razziale, dare un assaggio di un argomento più vasto in attesa di essere ancora esplorato in scenari successivi. Ce n’era bisogno – ma, soprattutto, ce n’era bisogno in questo modo specifico? Ma anche no.

No, perché se la forza di un personaggio come Bill deve essere nella convinzione delle sue idee, dobbiamo esserne convinti anche noi. Dobbiamo sentirla parlare, guardarla agire e sentirci inevitabilmente attratti e persuasi a vedere il mondo con i suoi occhi, almeno un poco. Questo non accade. Il carisma di Pearl Mackie non arriva mai a toccare le corde giuste. In verità di corde non ne tocca assolutamente. Non aggiunge nulla alla serie tv come personaggio e non aggiunge nulla al Dottore in quanto companion. Il Dottore deve – come ha sempre fatto del resto – avere accanto qualcuno che possa tirare fuori il meglio di lui, che possa gettare luce sulle ombre che qualche volta oscurano lui e il suo percorso. Con Bill l’unica cosa che si illumina è il neon con la scritta “noia”.

Sceneggiatura piatta, trama ripetitiva: cosa sta accadendo e quando torna il Dottore?

doctor who

La colpa non è interamente sua, purtroppo. Sarebbe facile poter accollare l’intera responsabilità di un fallimento ad una sola persona: facile e ingiusto. La sceneggiatura non regge minimamente le capacità di Capaldi, non sfrutta il suo potenziale. I dialoghi sono piatti, esterno di una storia già scialba e poco convincente. Eravamo abituati al fatto che Moffat fosse in grado di rendere oro tutto (o quasi) quello che si ritrovava tra le mani. Evidentemente sta aspettando l’episodio giusto in cui farci spalancare la bocca, in cui stupirci in quel modo unico che conosce soltanto lui. O, quantomeno, è la speranza che ci resta.

Perché se il Dottore si è ridotto a questo, a dialoghi poco convincenti, storie ripetitive e companion noiose, sorge spontaneo domandarsi se non sia il caso di darci un taglio radicale. L’ultima stagione di Capaldi non può essere tanto futile, mi rifiuto di pensarlo e di crederci. Mi rifiuto di accettare un Doctor Who tanto più in basso degli standard a cui ci ha così faticosamente abituato. Il Dottore è molto più di questo e possiamo solo sperare che i prossimi episodi mettano davvero a fuoco tutto il potenziale che questo episodio manca di comunicare.

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10.03 - Thin Ice
  • Poco fascino e tanta noia
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Katia Kutsenko

Cavaliere della Corte di Netflix, rinomata per binge-watching e rewatch, Katia è la Paladina di Telefilm Central quando si tratta di tessere le lodi di period drama e serie tv fantasy. Le sue uniche droghe sono: la caffeina, Harry Potter e Chris Evans.

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