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Twin Peaks: i primi due episodi della terza stagione spiazzano le attese

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Twin Peaks riparte da dove l’avevamo lasciato 26 anni fa, dalla Loggia Nera e dalla frase, ormai diventata mitologica, che Laura Palmer rivolge al detective Cooper. “Ci rivedremo fra 25 anni”, poi in realtà diventati 26, ma che sarebbero rimasti 25 se David Lynch non si fosse dilungato mesi nel montaggio (e fa quasi sorridere vedere comparire fra i primi nomi nella sigla iniziale il montatore Duwayne Dunham, montatore di fiducia di Lynch).

Twin Peaks riparte col suo solito registro, almeno inizialmente. Il paranormale, il comico surreale del dottor Jakoby che prima si toglie gli occhiali da sole per rivelare i suoi iconici occhiali rosso-blu, poi prende tre pale per scavare ma afferma che gli piace lavorare da solo. Il mistero nella terza scena, la scena del cubo di vetro (come il cubo di Mullholland Drive si rivelerà essere una porta fra due mondi), che ammicca alla cassetta di sicurezza (vi ricordate della cassetta di sicurezza, vero?) esplosa sul finire della seconda stagione, alla presenza di Pete, Mr. Packard e Audrey.

Rivediamo uno dei personaggi che nella serie originale principalmente facevano il verso alla soap opera, ai cattivi della soap opera (J.R. di Dallas su tutti), quel Benjamin Horne, a quanto pare sopravvissuto alla scazzottata col dottor Heyward, che da redento rimbrotta il fratello per aver espresso commenti sessuali nei confronti della nuova segretaria dell’imprenditore (Ashley Judd). E ancora Lucy, la sua incapacità di comunicare che trasmette all’esterno la sensazione di trovarsi di fronte alla persona sbagliata nel posto sbagliato, la quale, per altro, ci anticipa una novità della nuova stagione, lo sceriffo Truman affiancato da un suo omonimo.

La strada illuminata dai fari dell’auto, scelta registica più volte utilizzata nella serie originale. E infine il doppelganger, il Cooper malvagio, ormai libero da 25 anni di scorrazzare per il mondo a commettere crimini.

Eppure manca qualcosa. Manca ad esempio un’immagine spesso inframmezzata nella serie originale, ma al contempo molto simbolica: il semaforo, simbolo di ordine che con le sue luci governa il traffico. Sono passati 25 anni e quell’ordine a Twin Peaks sembra svanito (la piccola città di periferia è del tutto assimilabile alla metropoli), come poi in realtà sembra svanire tutta l’atmosfera del Twin Peaks racconto, dopo le scene introduttive. Nella costruzione della puntata manca totalmente la struttura della serie anni Novanta. Il racconto invece sembra dirigersi prepotente verso le ultime opere cinematografiche di Lynch, col vantaggio tuttavia di seguire una linea temporale e spaziale retta.

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Ci sono tre tipologie di spettatori che a questo punto si affacciano oggigiorno a Twin Peaks. I primi sono coloro i quali non hanno visto la serie originale e che iniziano a vedere la terza stagione perché ne parlano tutti e fa chic (e radical-chic) oggi vederla. Poi ci sono quelli che hanno visto la prima e seconda stagione (magari recuperandola in queste settimane) ma che non conoscono appieno tutta la filmografia di Lynch, oppure al solo nominargli Inland Empire e Mullholland Drive ti tirano una ciabatta (se non direttamente la televisione) in testa e in questi primi episodi potrebbero iniziare a porsi domande, ma l’amore di Twin Peaks li porterà avanti. E, infine, abbiamo quelli che Lynch lo amano o lo apprezzano qualsiasi cosa faccia.

I primi e i secondi si saranno trovati completamente spiazzati da un racconto che effettivamente è diverso da quello che gli è stato descritto. Il nuovo Twin Peaks sembra in tutto e per tutto un racconto dell’ultimo Lynch (dove per ultimo si intende il Lynch di 10 anni fa, visto che poi il ragazzo ha fatto solo cortometraggi, videoclip e per il resto ha girato il mondo come un’asceta) e non il proseguimento di quella stagione che oltre vent’anni fa era contemporaneamente un miscuglio e una presa in giro dei vari generi narrativi e televisivi, un calderone di trame infinito.

Il nuovo è un racconto con una visuale dall’alto e non nel cuore della vicenda: la cascata del Great Northern Hotel è vista da un’altra prospettiva, come la vallata dei due picchi e la metropoli (e così abbiamo sistemato la semiotica). Inevitabilmente, con l’abbandono della serie da parte di molti attori (diversi morti nel corso degli anni), è stato necessario aprire nuove trame, tralasciando (eccezion fatta per Cooper) quelle originali, almeno per ora. Ci si sposta a Black Horn, in South Dakota, dove l’omicidio di Ruth Davenport coinvolge il preside dell’High School Hastings e la vendicativa moglie Phyllis e ci viene presentato come esempio di quanto compiuto dal Cooper malvagio in questo periodo, un essere il cui scopo sembra solo uccidere (e infatti uccide persino chi lo ha assoldato, la signora Hastings) ed evitare di tornare alla Loggia Nera.

Al contrario del Twin Peaks originale, ricco di molteplici storie diverse tra loro, intrecciate ma non strettamente dipendenti l’una dall’altra, il nuovo Twin Peaks attualmente presenta solo tre trame che sembrano generarsi vicendevolmente: il cubo, gli omicidi di Blak Horn e la prigionia di Cooper. Sullo sfondo il milionario Mr. Todd, le cui mire al momento rimangono oscure. Nel mezzo i cari vecchi spiriti buoni (il gigante e l’uomo con un braccio solo) e demoni nuovi. Un demone affettatore che ci libera fin da subito di Madeline Zima (stranamente nuda anche qui) e un albero luminoso alquanto inquietante. Come inquietante rimane sempre la presenza in scena di Leland Palmer e la scomparsa di Laura Palmer, che dopo essersi scoperchiata la faccia rivelando una fonte luminosa, dissolve in un grido di dolore e in una nuvola nera, lasciando quindi spazio a quel cavallo bianco che sua madre aveva iniziato a vedere dopo la sua morte. Proprio la madre di Laura entra in scena in finale di doppio episodio in una sequenza ricca di evocazioni, mentre guarda un documentario dove un branco di leoni (Twin Peaks?) si ciba di un bufalo (Laura? Giusto per sparare la prima che viene in mente).

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I primi due episodi della nuova stagione di Twin Peaks portano in scena un racconto horror, abbandonando tutti gli altri generi che rendevano uniche le prime due serie. La terza stagione partorita da Mark Frost e David Lynch indubbiamente spiazza. Non è quella che inizialmente ci aspettavamo. Un po’ come quando si va ad un concerto di De Gregori e ci si ritrova disorientati dalle canzoni arrangiate o cantate in maniera diversa. Il romano si è sempre difeso, sostenendo che considera inutile andare ai concerti aspettandosi di sentire le canzoni replicate come nei cd, perché allora basterebbe far salire sul palco uno stereo. Le stesse parole mi sembrerebbero adatte anche pronunciate in questo caso dai due autori divenuti leggenda con la loro creatura. Una creatura con la quale anche giocare, insieme allo spettatore più esperto: quando la polizia di Black Horn apre il bagagliaio dell’auto del preside Hastings, la luce della torcia sfarfalla, è rotta, riferimento alle scene con la luce stroboscopica del primo Twin Peaks, che, leggenda vuole, siano nate proprio perché sul set c’era un neon rotto e non potevano ripararlo. Ora, di queste leggende la storia di Twin Peaks è piena. Quanto siano vere non lo so. Ma di sicuro hanno aumentato l’alone di mito attorno alla serie. Inevitabilmente, Mark Frost e David Lynch non potevano riportare in vita il racconto (e il modo di raccontare) degli anni Novanta. La serie ha dovuto affrontare un processo di adattamento a quello che oggi è la televisione e lo spettatore. 

26 anni fa fecero la storia della televisione. Quello che seguì derivò (molto) dalla loro capacità di innovare il linguaggio televisivo. 26 anni dopo mi pare lecito provare ad orientarsi verso altri lidi su quali per ora il giudizio rimane inevitabilmente sospeso, anche se si ha la tremenda sensazione che questo Twin Peaks sarà inevitabilmente più povero (in rete però qualcuno lo ha già definito un capolavoro, altri invece una chiavica). Quanto meno sarà più povero delle nostre emozioni. Poiché negli anni Novanta eravamo giovani, adolescenti o bambini, ma, soprattutto, tutto quello che ci veniva raccontato/mostrato non era mai stato raccontato/mostrato in televisione (è dimostrato che tutti si ricordino con un fremito della lettera estratta sotto l’unghia di Laura). La Loggia Nera e i suoi demoni facevano letteralmente cacare addosso dalla paura (mi si perdoni il francesismo). Bob ce lo sognavamo la notte. Ora una testa mozzata deposta su un corpo non suo, enorme e in decomposizione ci strappa al limite un “meh!?“.

Oggi in tv passa di tutto, nonostante il Moige, e se non lo passa, si recupera in qualche modo: squartamenti, sesso sfrenato, droga, brutali omicidi, mostri, etiche sotto i tacchi, moralità inesistenti. Quel Twin Peaks non potrà mai tornare e la nuova stagione dovrà per forza essere qualcosa di altro, anche se le prime due puntate sembrano apposta scritte come un gigantesco ammiccamento. L’inizio, come abbiamo detto, riprende – dove può – le fila del discorso interrotto.

Per oltre un’ora di racconto si va da un’altra parte. Poi si ritorna al Twin Peaks originale. Torna James, torna Shelley, in una scena condita dall’atmosfera che si crea fra persone che non si vedono da anni, come se avessero voluto dire “oggi vi raccontiamo un’altra storia, ma non dimentichiamoci dei nostri protagonisti“, e in sottofondo i Chromatics che cantano e suonano spudoratamente uguale a Julee Cruise. Il giudizio sul grande ritorno deve essere per forza sospeso. L’incipit, la Loggia Nera e il finale sembrano portarci su un buon sentiero. Buona parte del giudizio dipenderà da cosa verrà fuori da tutto quello che c’è stato in mezzo, per ora solamente un’introduzione a quello che, ricordiamolo, è un film in 18 episodi. 

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