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Tut – Il destino di un Faraone: Recensione della serie tv su Tuthankhamon

Tre sono le cose assolutamente da non fare mentre ci si accinge nell’impresa di girare una serie tv storica come Tut – Il destino di un Faraone. Prima di tutto abbozzare gli eventi. Secondo punto: scegliere attori con eccessivo squilibrio di bravura. Infine, fare economia sui costumi.

Inizio con un incipit duro, lo confesso, ma sono principalmente questi i motivi dell’insuccesso di Tut – Il destino di un Faraone, serie tv di tre puntate (da ben 90 minuti ciascuna) che il network Spike ha scelto per rilanciare il proprio broadcast. Un progetto molto ambizioso ma, purtroppo, poco curato e per questo decisamente sconsigliabile.

Il fascino dell’antico Egitto

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Credits: Spike

1332 a.C. L’Egitto è una nazione potente e prospera, governata dal faraone Amenhotep IV che, avvelenato da uno dei suoi più fedeli servitori, lascia il regno nelle mani del figlio. Un bambino di appena nove anni, Tuthankhamon (Avan Jogia).

Per mantenere il sangue della dinastia puro, il nuovo faraone deve sposare la sorella Ankhesenamon (Sibylla Deen), che diventa dunque anche sua consorte. All’età di diciannove anni, il giovane faraone è ancora succube dei consiglieri di suo padre: il Vizir Ay (Ben Kingsley), il generale Horemheb (Nonso Anozie) e l’infido sacerdote Amon (Alexander Sidding) – ciascuno preoccupato dei propri interessi e con mire verso il trono d’Egitto. È tuttavia il momento di ribellarsi al giogo dei suoi consiglieri e trovare nuovi alleati, tra cui il generale Lagus (Iddo Goldberg) e la mezzosangue mitana Suhad (Kylie Bunbury). Con il loro aiuto il faraone spera di sconfiggere per sempre la minaccia dell’Impero Mitano che incombe sulla sua grande nazione.

Raccontata così la serie sembra una figata pazzesca, ed effettivamente la materia grezza c’era per renderla tale. Si parla dell’Antico Egitto, si parla di faraoni e divinità e lotte di potere, di una nazione con i suoi usi ed i suoi costumi, in un momento storico ricco di pathos e di sventura.

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Un potenziale non sfruttato a pieno

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Credits: Spike

La prima grande mancanza della serie tv TutIl destino di un Faraone è proprio quella di non sfruttare a pieno il suo potenziale. Le scene sono troppo veloci, la caratterizzazione dei personaggi limitata o mancante, tanto che le loro reazioni nei confronti del dolore o della rabbia o della paura non sembrano né autentiche né genuine. Sono degli stereotipi, inseriti in un paesaggio di quattromila anni fa. Per giunta con costumi da teatrino e scenografia peggiore perfino di quella di Atlantis.

Finalmente arriviamo al secondo punto delle mancanze di Tut (gli attori li lasciamo per il dessert). Capisco che il budget limitato costringa a dei tagli, mi rendo anche conto che non parliamo di History Channel o di HBO e che quindi i costumi di Vikings o di Game of Thrones ce li possiamo sognare… ma questo?

Le comparse sono vestite in maniera approssimata, mentre l’unica nota positiva sta nelle stoffe del Faraone – anche qui, naturalmente non facciamo di tutta l’erba un fascio – e nei gioielli della Regina. Ci sarebbe da indagare se effettivamente valesse la pena spendere metà del budget dei costumi nei gioielli eccessivi di Ankhesenamon, ma noi facciamo finta che non ci siano dispiaciuti e chiudiamo un occhio.

Le scenografie, proprio come i costumi, fanno acqua da tutte le parti, partendo dal cortile di palazzo – dove pare svolgersi tutta la vita cittadina – e finendo con l’unico grande corridoio di palazzo – anche questo utilizzato da tutti per raggiungere qualsiasi parte di un palazzo che dovrebbe essere enorme. Vorrei non essere un architetto e non capirci nulla ma lo sono e ci capisco e dunque… che pianta ha questo palazzo, me lo spiegate?!

Una trama approssimata

tut il destino di un faraone
Credits: Spike

Mentre la storia della serie tv Tut – Il destino di un Faraone incalza con una certa lentezza dettata dai 90 minuti di episodio – su tre se ne salva uno, scarso – le situazioni che erano semplice “difficili” diventano completamente “surreali”.

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Il Faraone si finge plebeo e se ne va in giro per la città, vestito da mendicante, a sedurre donne in locande di malaffare. Un Faraone egizio era prima di tutto l’incarnazione della divinità. Non dico che si sentisse un dio ma poco ci mancava, soprattutto visto che era trattato e riverito come tale, sorvegliato a vista 24 ore su 24. Non avrebbe mai potuto lasciare così facilmente il palazzo! Il medesimo tradimento del generale e del suo migliore amico Ka sembrano più una scena da Beautiful che da film storico.

Insomma, non so se mi spiego, ma l’Antico Egitto merita la sottigliezza di Vikings, lo studio meticoloso del periodo storico dei Pilastri della Terra e, perché no, un po’ di battaglie in stile Tudors. Tutto questo manca, e non ci resta che vedere una biga che vola verso l’orizzonte a trenta chilometri orari, zuffe tra una regina e una cortigiana che nemmeno Victoria e Emily in Revenge avrebbero saputo fare meglio e, per concludere in bellezza, un po’ di complotti per salire al trono (e per qualcuno intendo che tutti vogliono la corona, ma proprio tutti).

Tut – Il Destino di un Faraone: Una serie tv con un cast di tutto rispetto

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Credits: Spike

A interpretare il ruolo di Tuthankhamon c’è Avan Jorgia, che aveva già recitato in Twisted, nei panni di un sovrano giovane e inesperto, alle prese con continue minacce al suo potere. Non è colpa di Jorgia se gli hanno affidato un ruolo tanto complesso ma, ahimè, non è portato per impersonare una figura così complessa e variegata. Vero è che il faraone di questo adattamento è più un adolescente in preda alla crisi ormonale e in vena di fare capricci.

Unica nota positiva è il feeling con Kylie Bunbury, che era stata già sua collega in Twisted. Pochissimo lo spazio riservato a Ben Kingsley, che a mio parere avrebbe potuto davvero capovolgere le sorti di questa mini serie. È stato marginale, ha detto due parole in croce, fatta eccezione per un monologo particolarmente sentito, e questo l’ha penalizzato notevolmente. Vera sorpresa sono Iddo Godberg (ricordate Isaac di Salem?) e Nonso Anozie, la cui interpretazione è lodevole e perfino piacevole, malgrado le due figure non condividano nulla se non la posizione di soldati di un esercito.

La macchina peggiore resta tuttavia Sibylla Deen nei panni di regina: la sua espressione facciale non muta di una virgola per l’intera durata della serie tv. Vero è che ha una posizione oggettivamente difficile, ma non si riesce ad essere empatici nei suoi confronti o a giustificare le sue azioni.

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Una serie tv godibile, ma niente di spettacolare

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Credits: Spike

Nel complesso un intrattenimento troppo lungo, che avrebbe funzionato molto meglio in un unico episodio da 90 minuti, un budget leggermente maggiore e un cast più equilibrato. Una potenzialità del cast giovane, da Avan Jorgia a Kylie Bunbury che andrebbe sicuramente sviluppata e la potenzialità dell’Antico Egitto che andrebbe riscoperta senz’altro per una serie televisiva ma in chiave più vikinghistica che non beuatifulistica (perdonate i termini inesistenti). Insomma, dopo la serie tv TutIl destino di un Faraone… torniamo a sperare!

Tut (2015)
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Katia Kutsenko

Cavaliere della Corte di Netflix, rinomata per binge-watching e rewatch, Katia è la Paladina di Telefilm Central quando si tratta di tessere le lodi di period drama e serie tv fantasy. Le sue uniche droghe sono: la caffeina, Harry Potter e Chris Evans.

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8 Comments

  1. Questa serie è realmente Tut da rifare! Contiene una marea di falsità sia relativamente alle vicende storiche, politiche, religiose che ai misteri della morte dei membri della famiglia reale. il
    faraone Tutankhamon non si preoccupò mai di politica né di salvaguardare il suo
    regno (cosa che del resto fece già il padre Akhenaton); era Il figlio
    dell’uomo che aveva fatto crollare la terra d’Egitto nella rovina, nel
    disastro, nella disperazione, non avrebbe fatto altro che seguire le
    orme del padre. I sacerdoti dubitavano di lui e di sua moglie, dicevano che era la copia del suo predecessore.

    La regina d’Egitto Ankhesenamon era estremamente ansiosa, da quando
    aveva subito il trauma della perdita del padre aveva sempre il terrore
    di essere la prossima e che anche Tut fosse ucciso dallo spieato visir Ay; e lei aveva ragione, il suo sesto senso innato non si sbagliò, poichè l’amato marito fu ucciso con un colpo alla parte bassa della nuca inferto da Ay a Tutankhamon durante il sonno che gli procurò un versamento emorragico interno, qualche mese di agonia e poi la morte.
    L’unica cosa importante che
    fece Tutankhamon durante il suo regno, fu l’ordine di terminare la
    costruzione di un monumento iniziato da suo nonno.
    Oltre a questo,
    il faraone abolì definitivamente il culto di Aton instaurato ed imposto
    al popolo dal padre con la sua riforma religiosa monoteista patriarcale
    del 1.350 a.c., ma lo fece solo perché glie lo aveva suggerito il visir
    Ay, il quale di fatto decideva la politica di corte e stava già mettendo
    in atto il suo astuto piano per usurpare il trono d’Egitto..il resto lo racconterò nel mio libro, frutto di riacquisto di memorie passate in quell’epoca e del raffronto con le opere di Freud (Mosè e il Monoteismo) e del prof, Massoni (dal Matriarcato al Patriarcato) di cui condivido buona parte dei contenuti .” Lucilla
    Sperati – tratto dal libro ‘Ankhesenamon e Tutankhamon vera storia . La
    dinastia di Aton (fal Matriarcato al Patriarcato’ copyright Lucilla Sperati 2012-2015 – riproduzione
    integrale e singole parti vietata

  2. Ciao Lucilla, grazie mille della tua spiegazione.

    Personalmente l’antico Egitto per me è stato sempre un hobby e, da quel poco che so, Tuthankhamon morì si giovane ma la causa della sua morte è ancora ignota. Una teoria – come appunto dici tu stessa – è proprio quella della morte causata dal Visir, che non a caso poi divenne Faraone lui stesso, ma mi piace pensare alla sua figura proprio come a qualcosa di misterioso, di cui non si conosce e forse non si conoscerà mai l’intera storia.
    Grazie ancora del tuo commento!

    Se avrò tempo leggerò senz’altro il tuo libro!

  3. A me è piaciuta. Preferisco questa serie certamente al tanto osannato (e chissà poi perchè, è un sonnifero) GOT. Alla fine sapevo che sarebbe morto ma accidenti se non ho pianto. Comunque le ultime teorie sulla sua morte parlano proprio di una rottura dell’osso di una gamba con conseguente infezione mortale.
    Vero quello detto nella recensione, ma, anche qui, preferisco la povertà ma reale dei costumi che quella esagerata dei film sull’antico Egitto.

    Invenzione la sua sovranità? Questo deve fare una serie tv sennò mi leggo un bel libro di storia.

  4. Premettendo che concordo con buona parte della tua recensione (scenografia, attori non eccellenti) mi trovo in disaccordo su alcuni punti. All’inizio dici che le scene sono troppo veloci, andando a gravare sulla caratterizzazione dei personaggi, e poi concludi dicendo che una storia da soli 90 minuti sarebbe stata migliore. Non sarebbe stato peggio invece? Avrebbero tagliato molto di più senza trattare niente, si sarebbero limitati magari solo sull’ultima scena di combattimento (sai che noia!). Altra cosa che non capisco è: come si può dire che Ben Kingsley abbia una parte piccola? Ha il ruolo più complesso e tutti gli altri ruotano intorno a lui. È lui che ha gestito la storia, è stato lui il burattinaio. Non serve parlare per il 70% della serie per dire che un ruolo sia riuscito. Ben Kingsley è stato nella parte dal primo all’ultimo minuto e con la sua espressività ha dato molto valore alla serie. TUT pecca in alcune cose, ma io mi sento di promuoverla, di poco eh, ma la promuovo 🙂 6/10

  5. Oddio.. e da quando Tutankhamon sarebbe figlio di Amenhotep IV? :- Al massimo nipote di Amenhotep III.. Cmq bah! Ero anche curioso di guardrla questa miniserie, ma mi sa che ho fatto bene a rimandare fino ad ora.

  6. Qualcuno, più sopra, ha scritto “Invenzione la sua sovranità? Questo deve fare una serie tv sennò mi leggo un bel libro di storia”, ed io posso anche concordare, ma Camilleri, per poter far “vivere” il suo Montalbano ha inventato Montelusa, Vigata e chi più ne ha più ne metta.

    Se si vuole fare una serie “storica”, o si gioca per inserire fatti in spazi lasciati liberi dalla storia ufficiale, o si deve essere il più possibile aderenti alla realtà per come è nota. Nel caso specifico le bestialità storico-archeologiche in questa mini-serie sono talmente tante che meglio sarebbe stato inventare un faraone, un ‘epoca storica, magagri anche ricalcando la storia di Tut, ma senza dare una parvenza di veridicità che non può che danneggiare la vera storia!
    Del resto non sono pochi coloro che, ancora oggi, sono convinti che le piramdi siano state costruite da schiavi…e questa è solo un’altra bestialità che è ormai radicata nel credere comune!

  7. Mi spiace dissentire, ma le notizie qui fornite sono fuorvianti: quale sia la causa di morte per Tut è ancora tutto da chiarire e quella del colpo alla base della nuca è solo una delle ipotesi; che poi autore sia stato Ay, beh direi che è non poco azzardato. Che l’autore, o il mandate, sia stato Ay deriva infatti solo da un ragionamento ipotetico basato sulla rappresentaizone di una parete della tomba in cui un faraone (indicato dai cartigli come Kheper-Kheperu-Ra, ovvero Ay), in qualità di prete Setem, esegue su un altro (Neb-Kheperu-Ra, ovvero Tut) la cerimonia di apertura degli occhi e della bocca. Ma poichè il secondo non è ancora passato nell’aldilà (nell’ Am-Duat), non sarebbe potuto esistere un altro Re (anche perchè non si era in clima di co-reggenza). Questo ha fatto supporre che esistesse un concreto rischio di usurpazione del trono da parte di un terzo e che Ay sia stato costretto ad assumere anzitempo la carica di faraone.
    Quanto al “monoteismo” atoniano, attenzione anche qui poichè in realtà si tratta di “enoteismo” e il lavoro di Freud punta “semplicemente” a dimostrare che Mosè non era di origini ebraiche, bensì egizie come testimonierebbe il nome che dovrebbe essere scritto senza accento “mose” (ovvero “figlio”, come riscontrabile nei molti nomi teofori egiziani: Thut-mose, Ra-mose Aha-mose etc.) e non “mosè” che, in ogni caso, anche in ebraico, non significherebbe “salvato dalla acque”.
    Esistono teorie alquanto fantasiose su una coincidenza tra il Mosè biblico ed Akhenaton, ma direi che siamo nel campo delle piene congetture, senza alcun indizio.

  8. Scusate se mi permetto di entrare nel merito egittologico (che conosco abbastanza bene), più che in quello critico-televisivo…chi ha scritto la recensione ha scritto, tra l’altro: “…Un Faraone egizio era prima di tutto l’incarnazione della divinità. Non dico che si sentisse un dio ma poco ci mancava…”
    …eh no! Un Re egizio, un Faraone non era l’incarnazione di una divinità e neppure poteva “sentirsi Dio” perchè “era un Dio” a tutti gli effetti. Tra i suoi cinque nomi, ognuno dei quali legato ad un epiteto, due facevano riferimento ad Horus di cui era in qualche modo l’incarnazione, ed uno, il titolo Sa-Ra, significava “figlio di Ra”. Suo compito era il mantenimento della Maat (concetto complesso che qui semplifichiamo come “ordine e giustizia”) sul Paese ed ogni sua azione “sbagliata” poteva comportare danni non tanto a lui stesso, ma alle intere Due Terre ed al suo popolo.
    Per il resto non posso che concordare pienamente con i primi tre punti evidenziati e in special modo, come peraltro ho già sottolineato anche rispondendo a Katia ed a Lucilla, sul fatto che un film che voglia avere una parvenza di storicità non può stravolgere la storia stessa poiché altrimenti la riscrive per tutti coloro che non hanno la pazienza, o la passione, o il senso critico, per verificarne la correttezza.

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