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Cinema

Truth: la recensione del film a RomaFF10

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La 10° Festa del Cinema di Roma ei apre con Truth, opera prima di James Vanderbilt, già sceneggiatore di film come The Amazing Spiderman e Zodiac.
La pellicola porta sul grande schermo il libro di memorie scritto da Mary Mapes Truth and Duty: The Press, The President, and The Privilege of Power, in cui la giornalista e producer della CBS racconta come divenne suo malgardo protagonista di un caso che fece molto scalpore nella recente storia del giornalismo americano.

truth_locandinaLa sera dell’8 settembre del 2004 60 Minutes, programma di inchiesta condotto dall’anchorman Dan Rather (Robert Redford), manda in onda un report investigativo prodotto dalla Mapes (Cate Blanchett) in cui l’allora Presidente degli Stati Uniti d’America George W. Bush veniva accusato di essersi sottratto al suo dovere di pilota della Guardia Nazionale Aerea del Texas tra il 1968 e il 1974, corpo militare a cui aderì sfruttando le sue conoscenze personali per evitare la Guerra del Vietnam.
Il servizio sarà solo l’inizio di un controverso caso che diventerà noto come il “Rathergate” e che porterà al licenziamento della squadra di giornalisti della Mapes, alle dimissioni di Rather e al collasso della CBS News.

Il film si divide sostanzialmente in due parti. Una prima in cui viene raccontato il lavoro di costruzione della notizia che la Mapes e la sua squadra (un ex colonnello, una insegnante di giornalismo e un reporter dall’animo “hippie”) conduce. Il contatto con le fonti, la raccolta di documenti che possano avvalorare la loro tesi e che possano essere soprattutto confermati come veri, la realizzazione di interviste ai protagonisti della storia. La costruzione, insomma, di un castello di carte che possa reggere al vento di smentite e attacchi che chi lavora in questo campo si aspetta sempre.
E proprio la seconda parte questo castello prova a buttarlo giù in tutti i modi, a colpi di investigazioni e crociate mediatiche. Ma se in un primo momento l’imputato al banco è la notizia, successivamente ad essere messa sotto processo è la persona. Mary Mapes, la “strega a cui tagliare la gola”. Una vera e propria gogna che si insinua tra le pieghe della vita privata della giornalista fino a coinvolgere personaggi del suo passato che continuano ad influenzare il suo modo di rispondere alla vita e alle sue sfide. E che soprattutto influenzano il suo modo di fare giornalismo, basato sul principio che non bisogna aver paura di fare delle domande.

Il film procede in linea retta, senza nessuna sorpresa e forzando in alcuni (forse troppi) casi la reazione del pubblico, a cui viene chiesto di ridere quando si deve ridere e piangere quando si deve piangere. L’intento di voler esplorare e approfondire i rapporti tra politica e giornalismo, l’influenza che il potere esercita sul modo e sui contenuti dell’informazione sembra galleggiare a metà aria tra una morale e l’altra.
La storia certo non permette di fare cambi di rotta né tanto meno di scombinare le carte in tavola. Ma se il racconto non poteva che essere quello, la pellicola porta con sé un grande difetto ed quello è di eleggere i vincitori prima ancora che la battaglia sia conclusa. Di certo non voglio mettere in dubbio il grande lavoro svolto da Mary Mapes nel giornalismo moderno, ma raccontare quello che è stato poi di fatto il suo ultimo servizio senza lasciare al pubblico il beneficio del dubbio, la possibilità di farsi delle domande tradisce un po’ lo spirito stesso di quello che il film vuole raccontare. Sin dalle prime battute veniamo sopraffatti da una ventata di buonismo verso la produttrice, Rather e gli altri, tanto che non ci chiediamo neanche per un momento se effettivamente il loro lavoro è stato svolto nel modo corretto. Sappiamo già la risposta ad una domanda che in realtà non ci siamo ancora fatti.

Per fortuna a reggere in piedi due ore altalenanti di visione ci pensano una credibile Cate Blanchett e un meraviglioso, paterno Robert Redford. Il loro rapporto fuori e dentro gli uffici della CBS è tra le cose più interessanti del film. Un film che forse il pubblico americano apprezzerà più di noi.

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  • Una storia americana
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