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Recensioni

True Detective: Recensione episodio 1.06 – Haunted Houses

 

“Canto dell’anima mia, la mia voce è spenta. 
Anche tu muori, mai nato, come una lacrima mai pianta 
s’asciuga e muore, nella persa Carcosa.”

tratto da “the King in Yellow” di Robert William Chambers-

In un una Luisiana in cui non piove mai, dove risplende sempre un sole dai colori dell’oro, retta da un sistema arterioso fatto di infinite strade dritte che costeggiano verdissime paludi,  Pizzolatto ha deciso di ambientare la sua storia, un racconto semplice, come la vita di ognuno di noi, ma che nasconde innumerevoli substrati psicologici e narrativi che costruiscono la vera trama della serie. Il bravo sceneggiatore deve sempre chiedersi “perché”, deve sempre scavare fino all’ultimo strato dell’epidermide dei suoi personaggi, per riuscire a portare sullo schermo un prodotto veritiero, e Pizzolato, non a caso chiama questo Telefilm “True Detective“.True-Detective-Haunted-Houses L’intenzione è quella di indagare la psiche di chi deve vedere la morte ogni giorno e che deve portare avanti i vivi donando loro giustizia e pace; non ci sono uomini tormentati perché psicologicamente instabili dalla nascita, o il poliziotto dannato perché ha perso l’amore della sua vita; True detective è un’allegoria della vita, è un documentario su cosa significhi veramente risolvere un caso di omicidio efferato, cioè qualcosa che cambia tutto, che porti con te ovunque, che rivedi in ogni altro caso successivo, che può portarti all’ossessione, che può portarti al rifiuto e ad una snervante ricerca del calore umano; è come un tatuaggio sottopelle, che solo tu sai di avere e che ti ricorda cosa hai passato ogni volta che ci posi lo sguardo. Così come nel libro di Chambers “The King in Yellow”, dove si raccontano storie dell’orrore e soprannaturali, accomunate tutte dalle continue citazioni di un libro, fittizio, che sembra rendere pazzo chiunque lo legga, così in True Detective l’improvvisa scoperta del primo cadavere del Re Giallo, sconvolge le vite di Rust e Marty. Pizzolatto si riferisce continuamente al libro del 1865, sfidando l’intelletto dello spettatore, e creando una sorta di legame indissolubile tra la sua opera e quella di Chambers, non solo per la dimensione quasi onirica che domina in tutti e due o per l’uso di nomi, come Carcosa o Re in giallo o stelle nere; ma piuttosto per la capacità con cui viene trattata la trama, che è accantonata molto spesso a favore di un maggiore sfruttamento delle inquadrature particolari, dei piani sequenza memorabili, della fotografia a tratti liquida e opalescente. L’estetica curata in ogni suo minimo dettaglio è la cornice perfetta, per il racconto della psiche umana.

Questo sesto episodio, deve rappresentare la transizione verso il gran finale, spiegando il perché dell’allontanamento tra Rust e Marty nel 2002, e aggiungere piccoli tasselli nella ricerca dell’assassino di donne e bambini che sta martoriando il sud degli Usa, ma di cui nessuno vuole parlare. Questo è lo scopo dei 58 minuti, che è ampiamente raggiunto, tutto il resto è pura indagine dei personaggi, viene abbandonata l’azione a favore del “melodramma”, con il rapporto tra i Rust e Marty che si sgretola perché entrambi ritornano ad essere com’erano quando si sono conosciuti: uno infelice, insoddisfatto, che non vede riconosciuti i suoi meriti e che ha bisogno di donne più giovani con cui sfogare la sua frustrazione, l’altro nuovamente preso da voler risolvere il caso che lo sta piano piano trascinando sempre più a fondo, tanto da non fare una piega davanti ad una madre che ha ucciso entrambi i suoi tre figli appena nati.27434-1-6 Gli abissi che circondano Marty e Rust sono diversi, perché appartengono ai loro personaggi, non c’è una preferenza della sceneggiatura per l’uno o l’altro, sono entrambi rappresentati in maniera caleidoscopica, fatti a fettine ed analizzati su un vetrino. Ma ciò che li lega, è il caso che hanno risolto, o quasi, insieme: quella è stata l’unica volta in cui hanno collaborato e in cui si sono sentiti vivi; non appena Rust cerca di continuare ad indagare, riporta l’orologio indietro di sette anni e tutto ritorna, come il cerchio dello scorso episodio.  Torna la violenza gratuita, torna l’alcol, torna il sesso, il tradimento, l’ossessione. In questo sesto appuntamento, capiamo che Tuttle ha un ruolo prevalente della vicenda del Yellow King, le scuole erano davvero molto più coinvolte di come potevamo pensare e questo spiegherebbe anche gli strani giochi delle bambine di Marty e, in ultima, viene descritto il motivo del litigio tra Rust e Marty e per cui lo stesso Rust si è dimesso. Forse unico neo negativo, in una sceneggiatura perfetta, l’idea del tradimento per vendetta, mi ha un po’ deluso, perché era prevedibile e non credibilissima in quanto non molto in linea con la psicologia di Rust; però, McConaughey e Monaghan insieme hanno un’energia che buca lo schermo: la scena tra loro, illuminati dalla solita luce gialla mista a polvere e fumo di sigaretta, la rabbia di entrambi verso Marty sfogata l’uno sull’altro, devo dire che ha funzionato benissimo. L’episodio si chiude con la scazzottata tra i due detective nel 2002 e il loro incontro oggi, in cui anche se entrambi vogliono far finta di essere andati avanti, di essere andati oltre, Marty carica la pistola e Rust non ha mai cambiato il faro della macchina rotto nella rissa con il suo partner.

cb3f7031b8964ee1cea291df1bd8164bDal prossimo episodio, la struttura cambierà, saranno minori i ricorsi al flasback e l’azione sarà definitivamente spostata nel presente, cercando di accontentare chi critica fortemente la serie per carenza di trama e chi la ritiene soporifera. Ma di noioso qui c’è solamente il giudizio di chi non riesce ad andare oltre quello che vede, di chi non capisce che Pizzolato e Fukunaga, hanno portato qualcosa che in televisione non era arrivato ancora, il cinema, quello bello, intenso, che non viene premiato la notte degli Oscar, ma resta nel cuore e nella mente di chi guarda.

Good Luck!

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