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True Detective: Recensione dell’episodio 1.07 – After you’ve gone

“We left something undone. We gotta fix it”.

Dopo l’episodio rivelatore della settimana scorsa, ‘After you’ve gone’ pone le basi per il gran season finale e ultimo episodio sulla storia di Rustin Cohle e Marty Hurt. Non è facile pensare ad un buon pre-finale, poiché è qui che bisogna porre le base per l’episodio che deve fare davvero il botto. True Detective sceglie l’opzione ‘spiegone’, cercando di fornirci più informazioni possibili sul caso e sui due protagonisti al fine di andare incontro a ‘Form and Void’ con le idee chiare. Questo non vuol dire che ‘After you’ve gone’ sia stato un episodio brutto o noioso, anzi. E’ stato un episodio necessario e presentato al meglio, proprio come ormai ci aspettiamo da questa serie.

Avevamo lasciato i nostri detective al tempo presente, pronti a dividere una birra dopo aver finito con le loro deposizioni. Non si vedono da dieci anni, da quando in seguito al loro litigio Rust aveva lasciato la polizia. Cosa è successo nel frattempo?

true_detective-107 (3)Rust ha trascorso “gran parte degli ultimi dieci anni fatto e ubriaco”. Dopo otto anni in Alaska a lavorare su pescherecci e bar da quattro soldi è tornato in Louisiana perché l’idea del non aver catturato il vero colpevole lo ossessionava. Così tanto da essere diventato il suo unico scopo di vita.

Marty non se l’è cavata meglio: divorziato e con una figlia con seri problemi psicologici – ma questo l’avevamo capito già – ha lasciato la polizia dopo aver assistito all’ennesimo delitto efferato ed inquietante. Trascorre le sue serate cercando una povera donna che ci stia su match.com e ha aperto un’agenzia investigativa, non riuscendo più sopportare  l’orrore che fa necessariamente parte del mestiere di poliziotto. Interessante notare come un true detective ne senta la mancanza  mentre un altro cerca di sfuggirne.

I due non ci provano neanche a parlare del loro litigio, chi per orgoglio, chi per vergogna e si comportano come se questi 10 anni non fosssero passati, come fa notare Maggie, seriamente preoccupata che Marty sia di nuovo in contatto con il collega.

Durante la loro reunion, Rust spiega a Marty che hanno un debito nei confronti delle persone uccise – e con loro stessi? – e che è loro dovere fare luci sul Yellow King e su quello che è realmente accaduto nel 1995.

Restiamo nel 2012 per buona parte del racconto, fatta eccezione per qualche flashback che ci mostrano il tempo true_detective-107 (2)trascorso separati dei due detective ed in particolare le indagini condotte da Rust.

Inizialmente scettico, quando osserva una videocassetta, trovata in casa del reverendo, con registrato un macabro rituale con protagonista una ragazzina, Marie Fontenot, e degli uomini mascherati, Marty decide di aiutare il collega a fare chiarezza. Straordinaria la sua reazione al video, a proposito. Non vediamo, per fortuna, le immagini, ma ci basta osservare il suo volto per immaginare quanto fossero brutali. Molto diversa la reazione di Cohle che invece ha dovuto guardarlo fino alla fine. “Dovuto”.

Continuano le indagini, quindi, sull’omicidio di Dora Lange e di Marie Fontenot, su Reggie Ledoux e l’implicazione del Reverendo Tuttle e le sue scuole. E non dimentichiamo l’insabbiamento del caso Fontenot da parte dello sceriffo Ted Childress e Steve Geraci, all’epoca suo vice.

Tutti gli indizi portano ad un uomo con il volto sfigurato da delle cicatrici, che presumono sia uno dei nipoti illegittimi di Sam Tuttle, appartenente alla famiglia Childress. Sarà lui il Yellow King? E cosa c’entra Carcosa, “colui che mangia il tempo”?

true_detective-107 (1)La nostra Caterina vi ha già parlato dei riferimenti a The King in Yellow di Chambers, l’opera che ha senza dubbio ispirato Nik Pizzolatto. A me queste serie ricorda molto anche qualche romanzo di Lansdale, un po’ per l’ambientazione, un po’ per come sono raccontati i personaggi.

Anche questo episodio, come quello precedente, si conclude ad effetto, con i due detective che rapiscono Geraci per andare a fondo sul caso Fonterot e i due poliziotti che li interrogavano che, alla ricerca della chiesa menzionata da Cohle nella sua deposizione, si imbattono in un uomo dal volto sfigurato da evidenti cicatrici.

Non ci sono molti dubbi che sia lui il ‘nostro uomo’ e la frase finale, rivolta più che altro allo spettatore, “My family’s been here for a long, long time” ci fa ben sperare per l’episodio finale. Sono sicura che non ci deluderà.

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