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Recensioni

True Detective: recensione dell’episodio 1.03 – The Locked Room

Al terzo episodio chiunque si sarà fatto un’idea su che serie sia True Detective. Chi cercava l’azione, il crime à là CSI, avrà sicuramente abdicato dopo il primo episodio. Ma anche chi cercava un tipo di narrazione simile a The Killing sarà rimasto altamente deluso. Qui non ci sono false piste, non c’è l’indiziato del giorno, non c’è neanche una goccia di pioggia nei territori aridi della Louisina. È scontato che fin dall’inizio nessuno si sarebbe aspettato una serie fatta di inseguimenti e sparatorie: siamo pur sempre sulla HBO. Ma il piatto che ci troviamo davanti, e ancora non ne abbiamo assaggiato neanche la metà, è qualcosa di completamente diverso da tutto quello che la produzione televisiva ha sfornato negli ultimi (poco felici) anni. TrueDetective1X03-2

A cominciare dai due protagonisti. Mai si erano visti dei personaggi così tormentanti, decadenti, fragili ma che nonostante tutte queste particolarità comuni sono l’uno l’opposto dell’altro. Almeno in apparenza. Perché se andiamo a scavare nel privato di Martin scopriamo una vita fatta di menzogne e di paure, che per certi versi sono le stesse che si porta dietro Rust ma che uno ostenta mentre l’altro le occulta. La scena di quando Rust, con la scusa di radere l’erba del giardino, va a trovare la moglie di Martin e quest’ultimo lo scopre, è parecchio emblematica in questo senso. Rust riversa su Martin tutte le sue frustrazioni da uomo insoddisfatto, incapace di saper gestire una situazione che lo vede al limite tra verità e menzogna.

The Locked Room è un sogno. Almeno secondo uno dei tanti discorsi filosofici del Rust del 2012, alcolizzato ma più lucido di quasi quindici anni prima. Un sogno che ci porta in un’altra dimensione dove tutto è conforme a se stesso. Ci si adagia su qualsiasi cosa e situazione (religione, politica, ecc.) senza porci particolari domande e se qualche predicatore religioso ci imbonisce con le sue prediche, noi non possiamo che pendere dalle sue labbra. Siamo prigionieri del fanatismo, dell’ignoranza e del bigottismo. Siamo in una locked room da cui è difficile scappare.

Che True Detective sia una serie completamente diversa dalle altre ce se ne accorge anche dalle sue recensioni. In tre paragrafi non ho mai fatto minimamente accenno all’indagine su cui stanno lavorando Rust e Martin che sì, va avanti, ma lo fa con tutta la calma possibile. Il caso, su un’ora di episodio, occupa si o no quindici minuti. Dopo aver indagato negli ambienti della setta religiosa Amici di Gesù (momenti che mi hanno ricordato gli ultimi due film di Paul Thomas Anderson, Il Petroliere e The Master), i due trovano un’altra pista che li porta ad indagare nel periodo scolastico della ragazza uccisa. Rust, passando notti insonni alla centrale, scopre che le autopsie di alcune ragazze uccise in passato presentano i medesimi risultati del loro caso. L’episodio si conclude con l’inquietante immagine di un “mostro” con una maschera a gas sul volto.

TrueDetective1X03-1Il pregio maggiore di True Detective è il suo continuo svelarsi episodio dopo episodio. Su tutto: sull’indagine in corso, sul passato della vittima ma soprattutto sul rapporto tra Rust e Martin che ad un certo punto ha avuto una battuta d’arresto. Ma i pregi la serie di Nic Pizzolatto li ha anche nel modo in cui è diretta e fotografata, con quel pessimismo altmaniano che forma un perfetto amalgama con l’eccellente scrittura. Non ultimo gli attori, due performance meritevoli di qualsiasi candidatura ai premi che contano. È l’anno di Mattew McCounaghey, questo è poco ma sicuro. Il suo Rust è il personaggio più filosofico che sia mai apparso sullo schermo da molti anni a questa parte, nonostante l’aspetto esteriore ci faccia immaginare tutt’altro.

Se tanto mi da tanto, True Detective non starà certo rinchiusa in una locked room, ma sarà pronta a spiccare il volo tra le serie più belle mai apparse sul piccolo schermo. L’HBO ha colpito ancora.

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