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True Blood: recensione episodio 7.01 – Jesus Gonna Be Here

La prima pessima notizia dell’ultima stagione di True Blood è che Alexander Skarsgard non è nei titoli di testa della sigla, ma Pam lo sta cercando, quindi potremmo aspettarci nelle prossime puntate qualsiasi cosa vada da un cameo ad un ritorno. Jesus Gonna Be Here è una puntata che soffre del riassestamento della serie voluto alla fine della scorsa stagione (al termine di un ulteriore riassestamento) con una serie di rallentamenti dovuti alla necessità di spiegare da capo poteri e debolezze di ogni essere vivente presente a Bon Temps, sopratutto per la figura di Sookie, ormai da diverse (troppe) stagioni emarginata come la “scopavampiri” responsabile di tutto, che tuttavia ama tutti i propri concittadini e vorrebbe solamente che gli altri le permettessero di aiutare, un finale di puntata talmente pesante e smarmelloso che ti fa rimpiangere la scelta nonsense della sesta stagione di rinchiudere la protagonista della serie all’interno di una dimensione parallela dove non succede niente, a parte vederla nuda.

Jesus Gonna Be Here è anche altro, è un contrasto continuo fra la vita e la morte (come True Blood d’altra parte), una morte rapida, veloce, che non lascia spazio alle sue celebrazioni (al contrario di quanto successo con Terry, anche se nelle prossime puntate c’è sempre tempo), come nel caso di Tara (la cui morte è addirittura negata agli occhi dello spettatore) e di tutti i morti sparpagliati per terra dopo la brillante idea di vlcsnap-76024Sam e Bill di affrontare i vampiri malati di epatite V, uno scontro anche questo che da una parte vede schierati esseri umani e morti(ma)viventi contrapposti a mortimorenti. Un dualismo che si trascina pressoché inutilmente nel subplot di Jessica, eretta ad ultimo baluardo difensivo di Adilyn, una morta di fronte alla casa dove regna la vita (e la prosperità, grazie ai soldi di Terry); una serie di scene interminabili che ci portano unicamente come risultato l’invito ad entrare in casa Bellefleur e qualche goccia di sangue bevuta dalla fatina cresciuta troppo in fretta che probabilmente in futuro sfocerà in qualcosa di già visto ormai troppe volte. In realtà, la mini trama di Jessica-Adilyn è un altro polo del dualismo vita/morte contrapposto a Lafayette e il fidanzato di Jessica, conosciuto anche come il cugino di Milo Ventimiglia, alias Peter Petrelli. Entrambe le coppie si lasciano andare ad un momento, lunghissimo, di confessioni private. Le due ragazze parlano dei rispettivi ragazzi, di amore, di vita, Lafayette e il vampiro invece si scambiano esperienze di morte (così come è morte l’omosessualità negata e percossa del vampiro), cosa che Lafayette sembra ormai fare da quando è nato.

Vita e morte sono alla base di tutta la linea narrativa di Pam, forse una delle migliori di inizio stagione, nonostante il dilungarsivlcsnap-77074 troppo sulla disputa di Dio. Come dice il suo avversario alla roulette russa, Pam è viva mentre il contesto tutto attorno a lei è morto ed è morta la sua vita (e la sua creatura, Tara) così come la conosceva. E’ viva nonostante si voglia sentire morta; talmente viva da disprezzare di togliere la vita ad un altro essere vivente, la bambina, per il proprio nutrimento. E dovrà continuare ad essere viva anche in futuro per riappropriarsi del proprio nido, il Fangtasia, luogo dove gli umani e i vampiri riuscivano a sentirsi vivi, nella noia mortale e quotidiana della periferia americana, ora diventato il rifugio dei vampiri morenti e scenario di morte per gli umani catturati, fra cui è presente anche la compagna di Sam, incinta, donatrice di vita. Il plot di Pam sposta il contrasto vita/morte su un altro piano, sentirsi vicini o lontani da Dio. A Dio Pam preferisce una notte a tre con il diavolo (un eccesso di vita in compagnia del simulacro della morte). Ma, come ricorda all’arabo, ognuno ha il proprio dio, il proprio creatore e Pam è al proprio creatore che sta tentando di tornare. Un dialogo metafisico che ci riporta indietro nel tempo, alla consapevolezza raggiunta da Godric e alla sua morte. Il suo ritorno a Dio, coincide, apparentemente e con le dovute proporzioni, a quello della sua “nipote” Willa, che proprio nella chiesa del reverendo Daniels riesce a trovare riparo dalla morte. E mentre il mattino seguente tutti quanti i reali “vivi” stanno cercando di riavvicinarsi a Dio, ecco incombere nel mezzo della funzione quello che per tutti è stato il vettore di morte che ha sconvolto la vita di Bon Temps, Sookie (se c’è da inciampare su un morto, stai sicuro che Sookie sarà la prima a farlo), la quale decide di sedersi alle spalle della madre di Tara e parlare di una morta, che, come ci ricorda Lafayette, era già morta due o tre volte. In tutta risposta viene mandata dove non crescono i fiori, ma da buona protagonista della serie non si scoraggia e “partorisce” il proprio sermone di una noia mortale.

Nel cuore di tutto questo vivere e morire, Jason fa l’unica cosa che in realtà lo rende Jason in tutta la contea, e quindi lo rende vivo come personaggio: s’accoppia. S’accoppia finalmente con Violet (pulsione vitale dopo la morte generalizzata), colpevole di aver messo a repentaglio la sua figura di maschio dominante (svuotando di senso il personaggio, uccidendolo quasi), costringendolo prima all’astinenza e poi sminuendolo davanti ad un gruppo di umani vivi, destinati a diventare morti per il loro rifiuto di volersi unire ai vampiri, creature che hanno scambiato attraverso la morte la loro vita in cambio dell’esistenza eterna. Ma d’altronde ormai a Bon Temps per ogni vivo che incontri, c’è dietro di lui un elenco di morti a non finire.

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