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Recensioni

True Blood: Recensione dell’episodio 6.03 – You’re no good

Un altro grande episodio per una serie metafora della società americana

Dopo Twilight l’unica speranza per chi era rimasto legato alle cronache vampiresche con gli attributi (Anne Rice in primis) è riposta per forza di cose in True Blood, serie che non ha mancato di stupire e coinvolgere meritandosi così la sesta stagione. Ma andando oltre il gore e il sesso (che ci piacciono assai), True Blood ha in se una meravigliosa e perfetta caratteristica. Poche volte infatti è stato possibile parlare in maniera così forte del tema dell’integrazione e della differenza tra i popoli come in questa serie. Ambientata per forza di cose nel profondo sud degli Stati Uniti, territorio strano e quasi bipolare per la compresenza dei bianchi bigotti e campagnoli hillbilly ma anche di una grande componente di colore, eredi delle stirpi di schiavi che hanno dato il sangue nei campi della Louisiana e del grande sud.

Compresenza curiosa, data la vicinanza e l’apparente tolleranza/intolleranza che si declina in infinite gradazioni, passando dall’integralismo cattolico (da entrambi i lati della barricata) fino all’abbraccio convinto dell’integrazione pura. Ma non bisogna essere perbenisti o ingenui. Il bene e il male non sono appannaggio di nessuna razza e di nessun credo. Ed ecco quindi che assistiamo regolarmente a scene di ogni genere, attraversanti l’intera gamma di possibilità umane.

trueblood-703-03Ecco, True Blood racconta tutto questo. Lo fa certamente usando il fantasy e una narrazione sostenuta e veloce, ma lo fa in maniera chiara e diretta. Nel corso delle stagioni abbiamo trovato tutte le tematiche della complessa situazione dell’integrazione e del diverso. I vampiri sono questo. Il diverso. Partendo da quel fascino che deriva dal mistero dall’attrazione per quello che è trasgressione e istinto, si arriva a raccontare certo una storia fantastica, ma evidentemente metaforica.

Non è un caso se in True Blood per vedere qualcuno fare sesso dobbiamo per forza di cose vedere dei “sovrannaturali” all’opera. Come se sesso, passione e libertà fossero appannaggio delle creature della notte che vogliono corrompere la luce e la purezza dell’umanità. Si tratta chiaramente di una provocazione, di una trasposizione dei fronti che esistono nella nostra società per quanto noiosamente non sovrannaturale.

Tutto questo vale ancora adesso in questa settima stagione? E ancor più, vale nell’episodio in recensione? A parere di scrive, assolutamente sì. Intanto, partirei dalla sotto trama Emma/Sam e i lupastri. Non sono un particolare fan di questa sotto trama, penso che in qualche modo rallenti l’andamento principale, che ormai punta molto in alto. Ma non è inutile. In questo episodio i membri del Vampire Unity Society ci rimettono la pelle, andando a parlare con i licantropi. Lo fanno riprendendoli di nascosto e questi se li mangiano. Ecco, questa è una metafora sociale evidente.

trueblood-703-07Mentre i vampiri sono un gruppo sociale numeroso e forte e “altro”, i licantropi sono una piccola minoranza, chiusa e diffidente. I tentativi di creare dei ponti, da parte delle associazioni composte dagli appartenenti alla categoria “privilegiata”, magari sono dettati da ottime intenzioni, ma si rivelano maldestri e spesso ingenui, riducendosi purtroppo ad ottenere risultati poveri se non negativi. Discorso a parte meriterebbero i mutaforma, che altro non sono che le persone capaci ad adattarsi ad ogni situazione, come Sam del resto ha più volte dimostrato (pur non essendo privo di difetti e debolezze).

Ma quello che di questa settima stagione si sta rivelando gustosissima è la sottotrama Eric/Pam/Tara contro lo stato della Louisiana. Ah che soddisfazione. Tornando alla tesi di questa mia recensione, prendete Sarah Newlin e il piccolo incontro con il suo ex marito reverendo. Già quel dialogo dice tutto. Non ci vedete una Sarah Palin in Sarah Newlin? E in Burrell quei Governatori simpatizzanti il Tea Party? Guardate che l’immagine è tutta lì. Ok, qui ci sono i vampiri, questo “camp” di concentramento non ha un reale corrispondente nella nostra realtà, ma è poi così diverso dai campi nazisti?

trueblood-703-02Gustosissima anche la trama Warlow/Sookie soprattutto per l’entrata in campo del nonnetto, magicamente interpretato da Rutger Hauer. Basta metterlo lì e già ha un carisma che la metà basta. Razzo. Ne ha viste di cose lui. E poi in questo episodio tira fuori una bella onda energetica e allora dai, gasarsi è più che lecito. SI prospetta una bella storiella in questa lotta, speriamo abbia qualcosa di epico, anche se non me l’aspetto, dato che True Blood ha la tendenza a risolvere in maniera piuttosto intima anche gli snodi più ampi.

Si chiude, come nell’episodio, con Bill. Al momento questo nuovo semi dio vampiresco non mi dice più di tanto. Sicuramente avrà il suo spazio, soprattutto adesso che ha deciso di recuperare il sangue fatato delle figliolette dello sceriffo (nota: il vice sceriffo mi fa sempre ridere tanto), ma per il momento non esalta. Tuttavia va detto che il momento di rottura definitivo (?) con Sookie calzava alla perfezione ed era anche ora.

In definitiva ci troviamo di fronte ad un episodio di passaggio ma denso, come è giusto che sia un terzo episodio di una stagione così avanzata. La mia analisi in questa sede serve a dire e dimostrare il perché True Blood funzioni così tanto. L’arte colpisce ed emoziona quando ti riguarda. Quanto più un tema è universale, quanto più l’artista riesce a cogliere un punto non-personale, ma di tutti, tanto più questo sarà in grado di catturare lo spettatore. True Blood è una fottutissima gran storia sovrannaturale, ma sa andare oltre, disegnando qualcosa di fantastico partendo da quello che siamo noi, arrivando a parlare di noi attraverso vampiri e mutaforma. Ne vogliamo ancora. E ancora e poi ancora.

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