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Tredici: il teen drama di Netflix ci regala un colpo al cuore e uno allo stomaco

13 Reasons Why

Ho iniziato a guardare Tredici un po’ per scherzo. Credo proprio che prima di schiacciare il tasto play, le mie parole esatte siano state “Vediamo un po’ com’è ‘sta boiatella teen.”
Non avendo letto il libro e non essendo rimasta particolarmente impressionata dal trailer, mi aspettavo che mi sarei trovata davanti ad uno di quei teen drama tutto assurdità ed esagerazioni. Non avevo proprio idea di dove mi stessi cacciando… e cioè nel primo binge watching ossessivo della mia vita.

Tredici (13 Reasons why) è tratto da un romanzo di Jay Asher del 2007 e la storia è descritta come un thriller psicologico. Ma quanto è riduttiva e vuota questa definizione? Il punto di partenza di questa storia è il suicidio di Hannah Baker, un’adolescente sempre fuori posto, mai davvero a suo agio nella sua pelle, troppe volte fraintesa, mai davvero vista per quello che è. Una ragzza, insomma, come tutti quanti ne abbiamo incontrate nella nostra vita, soprattutto a scuola. O come forse lo siamo stati noi stessi.
La scena del delitto è un liceo americano, ma potrebbe essere un liceo qualsiasi, magari proprio quello che abbiamo frequentato. I comprimari sono dei ragazzini fragili e confusi, spesso cattivi, più spesso spaventati. E il vero colpevole del delitto è la società, la cultura in cui sono (siamo) immersi, dove apparenza e popolarità diventano i valori più importanti, dove pur essendo estremamente connessi, ci ritroviamo incredibilmente soli, dove il guardare oltre se stessi e i propri bisogni diventa sempre più difficile. E’ attraverso tredici registrazioni fatte da Hannah su delle audio cassette, che proviamo a capire il perchè della sua scelta.Tredici

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“Ci deve essere un modo migliore di fare le cose. Di relazionarci con gli altri.” Dice Clay Jensen arrivando alla fine delle cassette, alla fine del suo travagliato viaggio. Stanco, esausto come lo siamo noi spettatori che assieme a lui abbiamo seguito il dipanarsi di questa storia, curiosi e allo stesso tempo atterriti, disgustati, stupefatti. Di storie simili di bullismo e traumi adolescenziali ne abbiamo viste molte sui nostri schermi, trattate con più o meno leggerezza, sensazionalismi, scalpore o sentimentalismi. Quello che Tredici fa perfettamente è il bilanciare una narrazione serrata, che con il suo aspetto più thriller ti risucchia inesorabilmente un episodio dietro all’altro, con una rappresentazione ben poco romanzata dei fatti, lucida e chirurgicamente precisa. A vote necessariamente brutale. Gli autori non ci vanno leggeri, non si nascondono, non ammorbidiscono quando si tratta di mostrare la crudezza di alcune scene, la devastazione di alcuni eventi.

 

E gli eventi ci colpiscono ancora più forte perchè piano piano, registrazione dopo registrazione, li viviamo assieme a Clay, attraverso i sui occhi, colorati dalle sue emozioni, dal suo vivere intensamente ogni secondo di questo dramma. La struttura narrativa, scandita dalle tredici registrazioni è impeccabile e risucchia lo spettatore in una ripida discesa verso l’inferno di Hannah. L’equilibrio tra le scene nel presente e i flashback è perfetto e proprio come Clay ci troviamo a desiderare di arrivare alla cassetta dedicata a lui e allo stesso tempo ne abbiamo paura. La scelta di Dylan Minnette come guida tra queste vicende non poteva essere più azzeccata. Il suo personaggio, con il suo essere impacciato e allo stesso tempo tremendamente sincero e puro, cattura immediatamente e ci trascina con sé. Noi spettatori non rimaniamo esterni alla narrazione ma ci ritroviamo a porci le sue stesse domande, catapultati in quel periodo della nostra vita in cui le emozioni tempestose ci sballottavano senza posa, dove il presente sembrava ossessivamente insormontabile e noi ci sentivamo totalmente inconoscibili a noi stessi e agli altri.

Tredici

Il suo sentirsi colpevole, quando proprio lui ha peccato solo di insicurezza e mai di vera cattiveria, fa nascere in noi i suoi stessi dubbi. Quante volte, pur senza apparente cattiveria, abbiamo ferito un’altra persona? Quante volte abbiamo reagito con aggressività contro qualcuno, senza fermarci a pensare cosa stesse passando, quale dolore stesse vivendo a sua volta? Sono domande valide per il nostro passato quanto lo sono per il nostro presente. Se all’inizio i compagni di scuola di Hannah posso apparire come dei piccoli grandi mostri, procedendo nella storia, quel netto chiaro scuro va sfumando e diventa sempre più difficile considerarli dei carnefici senza ritenerli anche delle vittime. Se alla fine riusciamo ad individuare il vero mostro da biasimare, allo stesso tempo è impossibile non considerare quell’ambiente che gli ha permesso di crescere a quel modo, di continuare ad agire indisturbato.

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E’ solo una stupida foto quella che dà origine alla catastrofe. Una foto che poteva essere innocente ma che, per motivi tutt’altro che innocenti, viene condivisa con il resto della scuola, macchiando la reputazione di Hannah definitivamente e dando origine ad una reazione a catena apparentemente impossibile da interrompere. Non ci riescono i ragazzi, non ci riescono gli adulti. L’accusa è contro la leggerezza di ognuno di noi, contro il nostro egocentrismo, contro la superficialità con cui affrontiamo temi delicati come lo stupro e la violenza di genere.

Arrivare in fondo a Tredici non è facile. Il ritmo serrato e la foga nel voler sapere la verità ci trascinano sempre più in profondità in quegli orrori. Non c’è un giudizio semplice, non c’è una soluzione facile, non c’è la possibilità di mettere tutto da parte. Solo la scena finale dei ragazzi in macchina dona un po’ di sollievo, una piccola speranza. Ci deve essere il modo di fare le cose diversamente, di riuscire a prestare solo un poco più di attenzione agli altri.

Tredici: recensione globale
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