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Tiger King: la realtà che supera ogni immaginazione – la recensione della docuserie di Netflix

Tiger King - la recensione
Netflix

Prendete uno sceneggiatore di quelli bravi, ma bravi davvero. E poi prendetene un altro scegliendolo tra gli autori delle serie più trash che vi vengano in mente. Magari aggiungete al team di scrittura anche gente sotto contratto con l’Asylum, la casa di produzione responsabile di film come la saga di Sharknado (giusto per far capire il genere). Fateli ubriacare ogni giorno e chiedete loro di scrivere la sceneggiatura di una nuova serie. Ciò che ne uscirà fuori sarà folle, assurdo, delirante, illogico. Ma comunque più realistico e sensato di Tiger King: Murder, Mayhem, and Madness, la docuserie del momento prodotta da Netflix.

Tiger King: la recensione
Tiger King: la recensione – Credits: Netflix

La fantasia della realtà

Soprattutto, attenti alla parola docuserie. Che significa: documentario a puntate. Ossia che tutto quel che si vede scorrere sullo schermo è stato scritto dalla più folle delle sceneggiatrici: la realtà. Perché Tiger King non è il parto di un immaginario gruppo di menti sotto acidi che volevano divertirsi a mettere in scena un teatro dell’assurdo e dell’irreale. Ma è un documentario in piena regola con riprese dal vivo ed uno sforzo produttivo impegnativo protrattosi per ben cinque anni ad opera del regista Eric Goode.

Solo che a raccontarne la storia si finisce troppo presto per non crederci. Con il rischio ulteriore di scrivere una recensione ripetitiva che gioca su pochi aggettivi  riproposti a iosa. Che è poi  quello che accade a chi guarda ogni episodio trovandosi a commentare incredulo ogni evento, personaggio, situazione, sviluppo, conclusione. Fingendo un impossibilmente oggettivo distacco, si potrebbe dire che Tiger King è la storia di Joe Exotic, ex proprietario di uno zoo privato con oltre 200 tigri e svariati altri grandi felini, e della sua lunga battaglia con Carole Baskin, animalista intenzionata a sottrarre questi animali allo sfruttamento nei parchi di divertimento. Vicenda conclusasi con la condanna di Joe a 22 anni di carcere per diversi reati contro gli animali e per aver tentato di organizzare l’omicidio della sua nemesi.

Tutto corretto, ma anche tutto tremendamente superficiale. Perché Tiger King è una collezione inesauribile di personaggi usciti da pagine mai scritte. A cominciare proprio da Joe che è anche un gay poligamo che sposa solo ragazzi appena maggiorenni e con almeno venti o trenta anni meno di lui. E poi un cantante country protagonista di pessimi video e con un mullet tinto di un giallo che vorrebbe essere biondo. La star di una web tv che trasmette ogni giorno i suoi deliri contro chiunque non sia dalla sua parte. Un egomaniaco che anche al funerale del marito deve esibirsi per stare al centro dell’attenzione.

Un imbonitore dalla parlantina facile che si candida persino a presidente degli Stati Uniti d’America. E che reagisce all’ovvio fallimento ricandidandosi come governatore dell’Oklahoma con tanto di campagna elettorale in cui regala preservativi con la sua faccia stampata sopra (e prendendo persino il 19% dei voti). Un imprenditore incapace che cento ne fa, cento ne sbaglia, cento volte cade, cento volte si rialza, e così in una corsa inarrestabile che solo il carcere ha fermato. Per ora almeno. perché davvero ogni previsione è impossibile con uno come Joe.

Tiger King è la storia di un uomo che gli americani direbbero essere larger than life. E fa niente che, in genere, questa definizione ha una connotazione positiva che Joe difficilmente merita. Un simile appellativo è, infatti, inevitabile per una persona che è la dimostrazione di quanto sia ineguagliabile la fantasia della realtà.

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Tiger King: la recensione
Tiger King: la recensione – Credits: Netflix

Uno zoo umano esuberante

Joe è solo la punta di un iceberg. Se non fosse che, in Tiger King, anche tutto il resto dell’iceberg sale oltre il livello del mare e si mostra nella sua sterminata varietà. A partire dall’alter ego di Joe, quella Carole Baskin apparentemente da ammirare per il suo impegno animalista. Solo che come si può prendere sul serio una tipa che va in giro con completi leopardati e una coroncina di fiori tra i capelli rigorosamente biondi? Che fa sequestrare gli animali dagli zoo privati per portarli in una riserva che non è altro che il suo zoo privato con tanto di gente che paga un biglietto per entrare, accolta da dipendenti non pagati?

E che ha ereditato la sua ricchezza dal secondo marito ufficialmente scomparso ma forse ucciso proprio da lei? Per sposare poi un terzo marito in una cerimonia nuziale dove lui era vestito da tigre per farsi fotografare mentre lei lo tiene al guinzaglio?

Carole è un altro di quei parti della fantasia della realtà di cui si parlava poco sopra. E che sovrabbondano in Tiger King con un elenco che è tanto lungo quanto bizzarro a dir poco. Un direttore dello zoo con due protesi colorate al posto delle gambe che ha perso per aver camminato troppo presto dopo un incidente in teleferica. Un capo custode ex tossicodipendente ma che è chiaramente troppo poco ex e molto amico dell’alcool.

Una guardiana a cui una tigre ha staccato un braccio, ma che si è ripresentato allo stesso lavoro dopo meno di una settimana e ancora è lì. Un ex marito con più tatuaggi che denti e con la passione per mostrarli tutti che ha finto di essere gay per continuare a tenersi i regali di Joe. Un produttore televisivo con un qualche successo alle spalle che investe tutto sé stesso sul progetto, chiaramente fallimentare, di un reality su Joe andato alla malora senza un motivo unico.

E questi sono solo quelli che orbitano (senza essere neanche equamente retribuiti) intorno al Grater Wynnewood Exotic Animal Park di Joe. Ma il mondo di Tiger King è ancora più ampio estendendosi a quella America più stramba che si fa fatica a credere che esista. Personaggi come Doc Antle, mentore di Joe, proprietario di un altro zoo privato in cui va in giro a dorso di elefante raccogliendo intorno a sé ragazze da soggiogare e trasformare in schiave sessuali in una sorta di setta legalizzata.

O Jeff Lowe, il socio che avrebbe dovuto salvare Joe dal fallimento, ed invece lo ha frodato rubandogli lo zoo. E che vanta una lunga lista di affari loschi al limite del legale in compagnia di una moglie scambista con cui organizza orge usando tigrotti portati nascosti in trolley per attirare le ragazze nei casino di Las Vegas. E poi l’ex boss del narcotraffico riciclatosi che si vanta di essere stato la fonte di ispirazione del Tony Montana di Scarface anche se ora è solo un presunto trafficante di tigri e animali esotici. Il proprietario di strip club che vorrebbe diventare proprietario di uno zoo e finisce invece per fare l’informatore dell’FBI.

Tutti personaggi più reali di ogni finzione e più incredibili di ogni immaginazione. Ognuno con la sua storia ed ogni storia tanto ricca di spunti che meriterebbe una serie tv a parte. E non a caso si parla di trarre un film da Tiger King con tanto di nomi famosi che si sono proposti per il casting (Edward Norton su tutti).

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Tiger King: la recensione
Tiger King: la recensione – Credits: Netflix

L’America che non ce l’ha fatta

Tiger King è schizzato in fretta in cima alla lista dei prodotti più chiacchierati di Netflix grazie ad un passaparola alimentato anche dai tweet spontanei di star famose (Kim Kardashian come sponsor numero uno). Il motivo del suo successo è certamente la variegata corte di personaggi descritti prima ed l’impossibilità di sottrarsi al magnetismo istintivo di Joe. Un tipo che dovresti disprezzare perché sfruttatore di animali, razzista, misogino, in fissa con le armi e gli esplosivi. Ma che non riesci ad odiare perché è dopotutto un poveraccio che non ce l’ha fatta.

Ed è questo, in verità, il motivo inconfessabile per cui Tiger King piace così tanto. Perché è il ritratto acritico di quella parte degli Stati Uniti che non sta neanche dietro il sipario, ma proprio fuori dal teatro di quello show costante che è la società a stelle e strisce che va in onda tra serie tv e film. Quell’America che vive in roulotte scassate in mezzo ai rifiuti o in case mobili tra topi e precarietà.

Gente che il famoso sogno americano non sa neanche cosa sia, ma che non per questo si abbatte o si lamenta. Che non ha diritto nemmeno alla normalità, ma gli sta bene lo stesso e va avanti senza lamentarsi e magari è anche felice così. Coloro che brutalmente potrebbero essere visti come gli scarti della società, ma che ne sono invece la base silenziosa e nascosta perché, se uno su mille ce la fa, questi sono gli altri novecentonovantanove.

Tiger King sono loro promossi una volta tanto a protagonisti principali e non comparse licenziate prima ancora di comparire per un attimo sullo sfondo sfocato. Contenti comunque anche del niente che hanno. Fosse anche solo bere una birra mentre accarezzano la tigre che gli ha staccato un braccio.

Tiger King: la recensione
4

Giudizio complessivo

La dimostrazione che la realtà può essere la più folle e fantasiosa delle sceneggiatrici

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