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The Young Pope: Recensione del finale di stagione

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Sky Italia

Non è un caso che proprio ieri sia stata pubblicata una nuova lettera apostolica, in cui Papa Francesco concede permanentemente ai sacerdoti la possibilità di assolvere i medici che praticano l’aborto e le donne che subiscono questo tipo di interventi. Non è un caso che lo scorso ottobre la Polonia sia stata attraversata da numerose proteste, quando il Parlamento ha iniziato ad esaminare un disegno di legge in base al quale sarebbe diventato illegale interrompere una gravidanza in caso di incesto o stupro, gravi patologie del feto o rischi per la vita e la salute della madre, peraltro le uniche situazioni in cui è possibile abortire ora nel paese che diede i natali a San Giovanni Paolo II. Non è un caso che Trump in campagna elettorale, mentre il mondo credeva che una sua elezione fosse impossibile, abbia sostenuto che le donne che decidono di abortire debbano subire una “qualche forma di punizione”.

No, non è caso che sia proprio il tema dell’aborto ad aprire il finale di stagione di The Young Pope. Non lo è perché la creatura televisiva di Sorrentino è (tra le tante cose) una serie sulla maternità, cercata o ripudiata.

Ma lo è anche perché l’argomento è ancora in grado, in una società pseudo-laica e pseudo-progressista come quella in cui viviamo, a scuotere le coscienze, credenti o meno. Chi può arrogarsi il diritto di decidere della vita di un’altra persona? Chi può, senza dubbio alcuno, giudicare una donna che decide di non accettare la maternità? Chi può determinare il valore di una vita frutto di una violenza? Chi può prevedere che quella vita stessa riesca, una volta venuta al mondo, a non vivere di quell’abominio? Possono l’amore e l’odio vivere nella stessa casa? 

Dall’inizio del suo percorso tortuoso e labirintico, in cui è stato troppo facile perdersi ed è difficile ora capire se si ci è davvero mossi e se il nostro girovagare è stato fruttuoso o meno, The Young Pope torna al punto di partenza, come lo stesso Pio XIII dichiara nell’ultimo episodio.

“In the end, we all have to go back to where we began.”

In questi due episodi finali la serie di Sorrentino si propone di chiudere le strade narrative intraprese in questa stagione, lasciando aperta la porta alla prossima su cui Paolo Sorrentino è già al lavoro. 

Il nono episodio parte da proprio da una delle questioni sollevate dal Cardinale Voiello nel primo incontro dopo l’elezione di Belardo, il caso Kurtwell. Veniamo così trascinati fuori da quel mondo ovattato e illuminato dalla Santità del Papa che è il Vaticano e catapultati oltreoceano. Cambiano i colori, la luce si fa livida e il racconto, finora diviso sempre tra il bene e il male, protende con maggior forza verso il secondo. Non poteva essere altrimenti.

young popeSorrentino ci conduce nei meandri di quell’hotel che è diventata la casa di Gutierrez, con le pareti piene di ritagli di giornale che celano l’amara verità di un abuso fisico e morale e i letti (tre letti) colmi di bottiglie vuote e avanzi di cibo, di quei bar popolati da un’umanità malinconica, sola e spaventata, ben lontana dai picareschi cardinali vaticani di cui Kurtwell è un degno rappresentante. Era stato lo stesso Monsignore a confidare al Papa la sua paura di non essere in grado di affrontare quella vita fuori dal rassicurante mondo ecclesiastico, di guardare negli occhi un demone che, scopriremo solo al suo ritorno in Vaticano, è stato anche il suo di demone.
La parentesi newyorchese (troppo breve) si conclude con un’amara ricompensa per Gutierrez, la cui perseveranza viene premiata non tanto dalla condanna – a morte certa – di Kurtwell quanto dal poter condividere il proprio dolore con chi lo comprende.

Nello Stato Vaticano intanto Pio XIII deve affrontare la perdita – non voluta – del padre spirituale, il Cardinale Spencer, e l’allontamento – voluto – della madre spirituale, Suor Mary. “Il Papa bambino si è fatto uomo” racconta a Gutierrez. Ma possiamo fidarci di un uomo che definisce se stesso una contraddizione? Possiamo credere che quell’orfano arrabbiato, incapace di processare l’abbandono abbia lasciato posto ad un adulto avveduto, in grado di guidare come un padre una comunità di fedeli?

Il Papato di Pio XIII, iniziato sotto il segno del rigore e dell’intransigenza, ha col tempo dovuto allargare – giocoforza – la finestra sul mondo, fino a dover buttare giù quel muro costruito dal nuovo pontefice nella convinzione che l’assenza fosse in grado più della presenza di creare un legame. Credere presuppone un atto di fede, la piena e fiduciosa convinzione dell’esistenza di un chi o di un cosa, anche in mancanza di prove tangibili. È questo che Lenny ha voluto che i cristiani comprendessero, una lezione che lui stesso ha dovuto imparare sulla propria pelle. Ma l’essersi nascosto agli occhi del suo popolo – e mostrarsi ora al mondo nella sua beltà di padre amorevole – è stata una ricompensa o una punizione? 

Chi è Lenny? Un santo o un uomo? Un altruista, che vuole regalare al mondo il grande dono della fede pura, o un egoista, che vuole che gli altri provino il suo stesso dolore, la sua stessa confusionaria disperazione? Lenny è tutto e niente di questo. È l’incarnazione di un paradosso che non vuole essere altrimenti, è quella casa dove l’amore e l’odio vivono insieme, si cercano, si perdono e si ritrovano.

The Young Pope è un’opera coraggiosa (forse troppo), che in questi dieci episodi ha osato (forse troppo), perdendosi spesso dietro a manicheismi e virtuosismi stilistici in cui l’immagine ha prevalso troppo sulla parola privandola del suo stesso senso. Ma, a prescindere dal giudizio (positivo o negativo che sia), bisogna riconoscere a Sorrentino il merito di aver creato un precedente. Se sarà solo una meteora o riuscirà a conquistare ancora una volta la fede del pubblico, lo sapremo solo tra qualche anno.

Voto: 3/5

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