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The X-Files: Recensione dell’episodio 10.5 – Babylon

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X-FilesDetto con tutta sincerità, io di questo episodio di X-Files ho capito poco e niente, a partire dalle motivazioni all’origine di Babylon. L’occulto che entra in contatto con il terrorismo? Bah. Da una parte, sembra un po’ il voler aggiornare la serie con le tematiche dell’attualità, quasi in una sorta di reboot, partito con la prima aberrante puntata. Dall’altra, la scelta si può motivare con quella sorta di passaggio di consegne che si è messo in atto, fra la coppia Mulder-Scully e il nuovo duo Miller-Einstein. I due “novellini” (nel senso di principianti appena entrati nell’universo X-Files) vengono subito messi a contatto con le dinamiche di X-Files per risolvere un caso completamente legato alla realtà tangibile, reale e quotidiana, agli antipodi rispetto alle dinamiche dei casi irrisolti. Nel mezzo passa tutta questa nuova concezione di X-Files, adattato, più che ai nostri tempi, ai nuovi telespettatori della serialità televisiva: Mulder, da enfant prodige dell’FBI, detective ritenuto strambo, ma stimato, ossessionato, ma professionale, un po’ mitologico se vogliamo (soprattutto nelle ultime stagioni quando Duchovny non era più nel cast, ma pur sempre una presenza costante), è diventato sempre meno Mulder e sempre più Hank Moody (d’altronde, i nuovi spettatori conoscono Duchovny per quel personaggio), un po’ nerd e molto freak, considerato lo zimbello del bureau e per il quale tutto è un gioco. Destino che in maniera inevitabile ha travolto anche Scully.

In più non si capisce dove inizi la narrazione vera e propria e dove finisca il divertissement ironico, a tratti citazionistico: Mulder che si cala dei funghi allucinogeni e, invece di risolvere il caso va in un locale country; l’uomo che fuma pastore (o vogatore) di anime; i pistoleri solitari (due su tre riconoscibili, il terzo si va per esclusione), deceduti, che accolgono Fox nel suo viaggio nell’altro piano di esistenza (e a questo punto uno si può chiedere cosa ci stia a fare Skinner in mezzo a loro); la scelta del country come tradizione odierna del cuore della cultura americana messa sotto attacco dai terroristi (e via all’inutile dibattito televisivo volutamente proposto sopra le righe, un po’ in stile Paul Verhoeven), con il country che però, in realtà, della tradizione western è solo apparenza, non ha niente, una scatola vuota, un po’ come questa guerra di cultura e di religione; X-Files Babylonl’agente Einstein, discendente di Einstein, che rappresenta la scienza pura (ancor più di quello che era Scully nell’X-Files originale), costretta a fare un passo indietro di fronte all’irrazionale; Lauren Ambrose che non si capisce se è stata scelta fra altre attrici rosse (semplicemente come nuova Scully) o perché nella sua precedente esistenza ha avuto a che fare con l’unica cosa certa della vita, la morte, i morti e la loro condizione di essere morti (Six Feet Under) ed ora invece deve mettere in discussione pure quello, con il suo viaggio in X-Files che inizia, casualmente, proprio con un morto (o un quasi morto, come direbbe Max dei Miracoli); la distruzione dello Ziggurat, luogo di culto ma anche magazzino del grano per tenere in vita la comunità, all’interno di una puntata che parla della diaspora del popolo di Dio (da Adamo in poi), della babele di culture, incomprensioni e di non voler comprendere, la caduta di un popolo che nella sua ignoranza si credeva eletto, superiore agli altri, e che dal 2001 ha iniziato a ripetersi ingenuamente la stessa stupida domanda “perché ci odiano così tanto?“.
Insomma, se fosse una persona, ci chiederemmo (mi chiederei) se questa miniserie di X-Files ci è o ci fa, sia in senso positivo, sia in senso negativo.

Anche perché continua ad inserire nel proprio quadro elementi disturbanti senza alcun senso. In questa quinta puntata ci sono l’infermiera nazionalista che si vuole vendicare dei musulmani, allontanata banalmente senza nessuna resistenza, e la madre del terrorista, inutile ai fini narrativi, il cui unico scopo è portare avanti il tema della genitorialità e del rapporto genitore-figlio che si sta trascinando avanti dalla prima puntata, ma senza mai affrontarlo veramente, citandolo, ricordando come il figlio di Mulder e Scully sia stato dato in adozione, ma del quale a Mulder sembra non interessare, mentre a Scully vengono i rimorsi un tanto al chilo.
BabylonE poi ci sono i costanti richiami biblici, che si scontrano e si inseriscono all’interno della religione X-Files, ricordandoci come alla base di tutto ci sia sempre e solo quel I want to believeche è un po’ alla base di ogni fede religiosa. I want to believe che le campane siano il suono del Paradiso o l’avvertimento dell’Apocalisse, I want to believe che con il martirio sarò accolto in Paradiso dalla schiera di vergini, I want to believe anche alla realtà stravolta della Bibbia, I want to believe al potere della mente, anche solo se suggestionata.

Come già detto, Babylon sembra essere stato costruito come punto di partenza di un X-Files 2.0 (o 3.0, perché questa miniserie non si capisce bene cosa sia, soprattutto nel suo voler portare avanti puntate scollegate l’una dall’altra), che magari non esisterà mai se non nel mondo diegetico creato da Chris Carter. C’è X-Files applicato ai giorni nostri, il dualismo scienza Vs. paranormale, una nuova coppia pronta a sostituire personaggi ormai logori. Manca quello che era X-Files una volta, etichettato, nella prima puntata, come cretinate basate sull’ignoranza e deliri complottistici.
Con un giudizio scolastico, si potrebbe riassumere col fastidioso “il ragazzo promette, ma non si applica“.

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10.5 - Babylon
  • ma si sta a giocà?
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