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Recensioni

The Walking Dead: recensione episodio 4.09 – After

Dopo la pausa post midseason, la battaglia alla prigione tanto amata tanto odiata a seconda di come la pensiate, riprende The Walking Dead con un bel After massacro, un risettaggio dell’ambientazione per riportare i protagonisti, divisi, di nuovo lungo la strada in costante pericolo come agli albori della serie, una puntata Carl-centrica, abbastanza didascalica, ma finalmente quattro, cinque e facciamo pure sei spanne sopra la qualità media, bassina, di questa quarta stagione, scritta da Kirkman in persona. Nel mezzo, alcuni riferimenti al passato di Michonne, la “lotta” con i demoni interiori, detti e non detti, della spadaccina a suon di clichè (anche se personalmente ho apprezzato il flashback con i piani temporali confusi insieme), che ci sta un po’ come il pane con la Nutella nell’economia della puntata (bisogna comunque riempire il minutaggio), ma almeno quello che passa in convento a questo giro è apprezzabile (com’è apprezzabile Michonne che vaga per la landa del massacro e finisce la testa di Hershel), sempre che non vi stia sulle balle Carl, compito in cui il ragazzino si impegna tantissimo.

Il succo di After sta tutto nel conflitto padre e figlio, con Carl che vorrebbe ribaltare i ruoli e prendersi cura di Rick, moribondo e incapace di uccidere uno zombie, dimostrando di essere in grado di sopportare la realtà circostante e viverla alla stregua di un adulto, insomma, convincere tutti, pure sé stesso, di avere i benemiriti enormi gioielli di famiglia. Il suo è un conflitto anche interno. Un po’vlcsnap-167576 schizofrenico a dire il vero, da comportamenti perennemente contrastanti. In questo senso va letto il suo continuo rivendicare le proprie vittorie di paglia. Agli antipodi, Rick continua a trattarlo come un bambino, obbligandolo a mangiare quando il figlio, come un adulto, vorrebbe digiunare per conservare il cibo, o continuando a sfornargli consigli perentori (non sprecare pallottole, non fare rumore) ormai alla duemillesima ripetizione. Ma il ragazzo è di coccio e non continua a capire. D’altronde è Carl, come un bambino, a cercare di voler riportare tutto come prima, alla normalità, leggendo un libro sul divano, provando quasi un orgasmo davanti ad un dvd e a un 32 pollici e mangiando i cereali nella tazza. Il cuore dell’episodio sta tutto in questa macrosequenza, quando Rick sviene.

Dopo aver sfornato dosi di sbruffoneria da tutti i pori, Carl si spaventa nel credere il padre morto e inizia ad urlare come un bambino, attirando due zombie, ghiotta occasione per lo spacconcello per dimostrare di essere abile a prendersi cura di sé stesso e degli altri. Tuttavia, non essendo ancora pronto, il bambino toppa alla grande e si ritrova a duellare con tre vaganti, sprecare munizioni a iosa, e venire schiacciato dalla realtà (i corpi dei morti) che vorrebbe dominare, rigettando il sogno di normalità vomitando i cereali. Dovrebbe bastare come lezione, ma il ragazzo è zuccone e Kirkman preferisce costruire una scena doppione (forse ancora in debito col minutaggio di puntata, forse per rimanere più fedele al proprio fumetto). Nell’intermezzo “vomita” questa volta tutto il suo disprezzo verso il padre, derivante, per chi non l’avesse ancora capito, vai di spiegone,  dall’uccisione di Shane, dall’abbandono di Rick della leadership del gruppo per “giocare al contadino”, atteggiamento vissuto quasi come un tradimento, dal non aver protetto la madre, la sorella, Hershel & C., dalla codardia di essersi nascosto nella prigione senza andare a stanare il Governatore, etc. etc. “Ora non sei niente” “Starei meglio se tu morissi” “Non ho più bisogno di te”.  Una chiosa che subito va a scontrarsi con la realtà e la porta contro la quale Carl rimbalza. vlcsnap-170983Respinto in pieno dal nuovo mondo, il quale di nuovo lo porta a lottare con uno zombie, facendolo uscire vincitore anche se in maniera alquanto maldestra, finendo le munizioni e perdendo una scarpa (metafora di tutto quello che Carl ha perso), con le rimembranze della normalità (i libri) a metterne a repentaglio la vita.  E giù a trangugiare tre chili di budino, sogno proibito di ogni bambino. Ma niente, seppur preso a ceffoni dalla realtà, ancora il ragazzo non capisce, tronfio com’è nel dominare l’isolato dal tetto e aver ribaltato così la conclusione del duello precedente. Ci vuole un ultimo scapaccione, fargli credere che il padre si sia trasformato in zombie (scena prevedibilissima ma costruita solo in funzione della maturazione di Carl), per farlo caracollare e, alla buon’ora, ammettere di avere semplicemente paura.

Purtroppo, come già visto in The Walking Dead, la consapevolezza raggiunta, viene immediatamente smentita l’indomani. “Tu sei un uomo, Carl. Mi dispiace” gli dice il padre, con quel “mi dispiace” che non si capisce se essere rivolto al pubblico, che di nuovo si dovrà ciucciare la spocchia di Carl dopo quest’affermazione, o al figlio e alla sua infanzia mancata. In ogni caso anche lo sceriffo si è reso conto che Grimes Jr. non è più un semplice bambino, il ragazzo, questa volta sì, ha vinto (quindi la prossima volta può essere pure preso a menate!).
Nonostante tutto, nonostante si affermi il contrario, la ricerca della normalità ancora attanaglia però i personaggi. La scena del dvd e del 32 pollici è molto azzeccata in questo senso, con la realtà che come un cazzotto c’entra in pieno contemporaneamente l’istinto e il desiderio di Carl, facendogli posare il dvd (che comunque non avrebbe mai visto in quanto privo di corrente elettrica, gnè gnè) e facendogli prendere il cavo per bloccare la porta. E in egual modo Michonne  (di cui ora almeno conosciamo il figlio, il compagno e l’amico morti, utilizzati per la prima volta come vaganti-mulo-passepartout), giunta come i protagonisti di puntata alla consapevolezza che indietro non si torna, né a prima dell’epidemia, né a prima dell’incontro con l’allegra combriccola di Rick, ovvero quando vagava sola per i boschi, può permettersi di bussare alla porta e Rick dire al figlio, ridendo, che la visita è per lui.

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