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Recensioni

The Walking Dead: recensione dell’episodio 5.10 – Them

Immaginate di essere dei critici gastronomici che devono recensire per una rivista alcuni ristoranti di una città. Un giorno può capitare di imbattersi in locali dove si mangia bene, le pietanze sono gustose e il servizio è ottimo, mentre il giorno dopo puoi trovarti in un posto che all’apparenza può sembrare ancora meglio di quello del giorno precedente ma che si rivela essere una totale delusione. Questo è un tipo di paragone che calza a pennello con l’intera serie sugli zombie. Se l’episodio del ritorno dopo la pausa aveva convinto per il buon mix di azione, scrittura e colpi di scena, con Them si ritorna al problema di fondo che caratterizza la serie fin dai suoi esordi. TWD-Them-2

Quante volte, soprattutto dai detrattori più accaniti, abbiamo sentito dire l’espressione “Basta con questa introspezione!”. Se nelle prime stagioni potevamo controbattergli che questo era un modo inedito e totalmente diverso da quanto visto prima in serie che presentavano una situazione di sopravvivenza dopo una catastrofe, al decimo episodio della quinta stagione il gioco non regge più. Non regge soprattutto nel momento che sta attraversando il gruppo, allo stremo delle forze per essere senza acqua e cibo. Il tocco di realismo dato dagli autori nel farci vedere una volta tanto un gruppo di persone che arranca per mancanza di forze e reattività stride con quanto messo in bocca a ciascuno di loro. Discorsi sul parallelo tra vita e morte, tra esseri umani e zombie sono un qualcosa di già sentito altre mille volte all’interno della serie e nulla di nuovo aggiungono ai fini della trama. Bene o male conosciamo i personaggi, sappiamo cosa pensano e come agiscono, e allora perché insistere su certi tipi di discorsi?

Vedendo Them mi verrebbe da pensare che gli autori della serie si stiano adagiando un po’ troppo sugli allori. Gli ascolti vanno bene, benissimo, alla stragrande e il tirarla un po’ per le lunghe inserendo in qua e là un po’ di episodi dove ci si fa un po’ di domande esistenziali male non fa. Se poi dopo quaranta minuti di scarni dialoghi di questo tipo gli mettiamo un colpo di scena introducendo un nuovo personaggio sul finire dell’episodio, ecco che mettiamo tutti d’accordo e creiamo l’attesa per l’episodio successivo. In questo, c’è da dire, sono bravi (o dei parac**o, vedete voi) e infatti diamo il benvenuto a Aaron.

TWD-Them-1La paura che sia l’ennesimo personaggio che si presenta come un pezzo di pane, che offre aiuto a chi ne ha bisogno ma che nel giro di due episodi si rivela essere il più stronzo sulla faccia della terra c’è ed è fondata, perché la storia della serie è lì che ce lo insegna. Basta non andare tanto indietro nel tempo e ricordarsi degli abitanti del Terminus (che ancora non mi capacito come possono essere stati introdotti e liquidati nel giro di tre episodi). Che fare, allora, in questi casi? Dare ancora fiducia agli autori? L’alternativa più drastica sarebbe quella di abbandonare la serie ma credo che arrivati a questo punto saranno in pochi a farlo.

Forse i più ricorderanno questo noiosissimo episodio non tanto per l’introduzione di un nuovo personaggio quanto per il lungo e tedioso discorso di Rick durante una notte di tempesta, quando, riparati in un rifugio, il leader del gruppo pronuncia per la prima volta il titolo della serie (il discorso finiva banalmente con la seguente frase: “We are the walking dead”, come a rimarcare ancora una volta le analogie tra sopravvissuti e zombie).

Quello che manca a The Walking Dead in questo preciso momento del suo percorso è un nemico fisico contro cui combattere (l’improvvisamente scatenata Sasha potrebbe esserne più che contenta) perché è così che gli autori danno il meglio di loro. Potrebbe essere Aaron? Di tutta questa poeticità e introspezione non sappiamo più cosa farcene perché al di là di qualche frase ad effetto e uno stile tecnico impeccabile (su tutti la fotografia nella sequenza finale che introduce il nuovo personaggio) di Them non rimane niente.

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