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The Walking Dead: Recensione dell’episodio 5.09 – What happened and what’s going on

Il passato e il futuro. Quello che è  stato e quello che sarà. Le cose che potevano essere e quelle che non potranno mai avvenire. Le lezioni che hai imparato e quelle che credevi di non dover conoscere mai. I sommersi e i salvati. I morti che ritornano a vivere e i vivi che continuano a morire. Il mondo che c’era e quello che non ci sarà mai. Ciò che va bene e ciò che va meglio. Quello che è accaduto e quello che sta avvenendo. È tra questi due poli opposti che si muove il coraggioso episodio con cui “The Walking Dead” apre la seconda parte della quinta stagione tornando dopo la lunga pausa seguita alla sconvolgente morte di Beth.

TheWalkingDead5x09RickGlennMorte che sembra essere omaggiata dal funerale che si vede per pochi attimi nel cold open dove pure appare una Maggie inginocchiata tra lacrime inconsolabili. Un mesto addio che il brusco finale di “Coda” aveva negato, ma che è invece la sorprendente novità di questo episodio. Perché non è per Beth che padre Gabriel sta recitando un’orazione funebre. Né sono ricordi di luoghi legati a lei o a chi le è stato più vicino quelli che vediamo. Ma piuttosto gli ultimi attimi dedicati ad una nuova morte, un addio per immagini, un modo di anticipare una straziante sorpresa. L’apparentemente didascalico titolo non voleva riferirsi ad una sorta di riassunto di quello che era successo poco prima e di come a quell’evento il gruppo avesse reagito. No, al contrario, è interamente riferito a questo singolo episodio. “What happened” : Tyreese è morto. “What’s going on”: il suo funerale. E quindi questa puntata sarà una pausa necessaria a permettere al possente quanto fragile fratello di Sasha di avere il suo lungo addio.

TheWalkingDead5x09TyreeseMentre il gruppo è ormai nuovamente allo sbando senza un idea di come dare un senso alla propria sopravvivenza ora che la residua innocenza è stata persa massacrando i cannibali di Terminus, che la missione di Abraham si è rivelata una bugia di Eugene, che il salvataggio di Beth è stato un misero fallimento, Rick decide di omaggiare a suo modo la sorella di Maggie aiutando Noah a tornare a casa. Non perché il desiderio dell’ultimo arrivato di poter riprendere la sua vita da dove la aveva lasciata sia davvero realizzabile. Ma perché anche una speranza fasulla è al momento un’ancora per non andare alla deriva. E, invece, anche questo vacuo sogno si trasformerà in un incubo. Tyreese non riuscirà infatti ad opporsi al forse infantile capriccio di un distrutto Noah di rivedere la propria casa e verrà morso da due walker (in un modo in verità poco credibile dato che si fa sopraffare da un bambino quando era riuscito in passato a sfuggire indenne ad un’intera orda armato solo di un martello) avviandosi ad una inevitabile morte. Gli faranno compagnia negli interminabili minuti prima della fatale dipartita alcune figure del passato con una scelta che permette anche un gradito cameo agli interpreti dei recentemente scomparsi Bob e Beth, delle indimenticate sorelline Lizzie e Mika, dello spietato Governatore e del cinico Martin da Terminus. Tutti personaggi che rappresentano i dilemmi con cui Tyreese ha dovuto confrontarsi, i rimpianti per le scelte che ha fatto e quelle che avrebbe potuto fare, le colpe di cui teme di essere accusato, le verità che non sa ancora se accettare o rifiutare. Sorprende in questo senso l’assenza dell’amata Rachel, ma non pesa nell’economia di questo lungo addio. Perché l’amore per Carol era una certezza, mentre è con il dubbio che Tyreese deve confrontarsi.

Ha ragione Martin quando dice che non poteva che finire così, che Tyreese era destinato a morire perché non ha mai rinunciato ad essere un uomo e non solo un essere umano (non un animale che lotta per la sopravvivenza, ma un essere pensante che ha una coscienza), che Bob si sarebbe potuto salvare se Ty avesse ceduto alla filosofia del male minore uccidendo Martin per proteggere i suoi amici, che la stessa Beth forse sarebbe ancora viva se non avesse convinto Rick a scegliere la rischiosa via di un pacifico scambio invece che la definitiva violenza di un fatale assalto? O ha ragione Bob con la sua serena consapevolezza che le cose vanno come devono andare ed ha poco senso dannarsi per quello che non si può cambiare? E Lizzie e Mika stanno davvero meglio ora, adesso che lui ha lasciato che Carol vendicasse la morte della piccola punendo la labile sorella maggiore? E, se davvero è così, che merito ha lui nell’aver rifiutato di farsi carico di quella difficile azione? Non lo sapeva che ogni cosa ha un prezzo e questo prezzo va pagato anche se è altissimo e per farlo bisogna rinunciare persino a sé stessi? Non è questo il senso dell’accusa del Governatore? Se davvero Ty ha continuato ad ascoltare il mondo andare a rotoli perché era suo dovere esserci per chi poteva avere bisogno di lui, perché allora troppo spesso è rimasto indietro a guardare gli altri agire al posto suo? Troppe domande, troppi quesiti senza risposta, troppi pensieri che scivolano via dolorosi come il sangue che macchia con il suo inesorabile scorrere le ultime immagini di una quiete solo dipinta e pertanto irraggiungibile. Arriva il momento per Ty di riconoscere che è tardi ormai per ogni ulteriore ricerca, che “what happened” ha cambiato per sempre “what’s going on” ed allora non c’è più nulla che lui possa fare. Solo spegnere la radio e lasciarsi andare perché solo così va non solo bene, va meglio.

TheWalkingDead5x09MichonneIn un episodio quasi interamente dedicato a Tyreese, si riesce comunque a percepire il dramma di Rick e Glenn entrambi ormai vittime di una perdita anche più grave delle morti di Beth e Ty. Perché al dubbio dello sceriffo su se fosse giusto o meno il suo desiderio di uccidere Dawn, Glenn risponde che non avrebbe fatto alcuna differenza. Giusto o sbagliato sono ormai concetti che non hanno più diritto di cittadinanza in un mondo dove i morti che si trascinano affamati sono il pericolo minore, dove sopravvivere è poco più di una abitudine che si continua a praticare per inerzia piuttosto che per convinzione, dove ogni comunità sicura e pacifica è destinata ad una inevitabile fine. L’unica che cerca di opporsi a questa deriva nichilista sembra essere Michonne che disperatamente prova a strappare Glenn e Rick dalla loro apatica inedia proponendo una nuova meta, un motivo forse illusorio per andare avanti. Diretti verso quella Washington che era la storiella inventata da Eugene, ma che può diventare l’unica realtà di chi non ha nulla più che terra da buttare su una tomba.

Come già era successo per “Still” (episodio 12 della stagione 4), anche questo “What happened and what’s going on” probabilmente dividerà il pubblico tra chi amerà l’attenzione dedicata all’intima natura dei personaggi e la regia che sa giocare con la musica e le immagini e chi, invece, criticherà l’assenza di azione (ma la collezione di torsi mozzati e le mura crepate del rifugio suggeriscono l’inquietante presenza di un altro feroce e disumano gruppo di sopravvissuti ben più crudele dei cinici cannibali di Terminus) ritenendo eccessivo il minutaggio dedicato all’ennesima morte. Ma questo episodio è anche (se non soprattutto) una orgogliosa affermazione della vera natura di “The Walking Dead”. Non una serie tv dedicata ad una pericolosa lotta contro affamati zombie, ma la storia di un gruppo di sopravvissuti che tra mille difficoltà tenta di essere qualcosa più che uccisori di morti viventi. Non vittime o predatori, ma semplicemente e più difficilmente uomini.

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