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The Walking Dead: Recensione dell’episodio 1.06 – TS19

Una considerazione su tutte: sei episodi e l’unico nome che ho imparato dei personaggi è Andrea. Tanto per dire quanto me ne frega di queste persone…

Giunge la sesta ed ultima puntata di The Walking Dead, e sebbene sappia che la seconda stagione è già stata confermata, mi appresto alla visione considerandolo un series finale, un po’ perché non so, effettivamente, se ricomincerò la visione tra un anno, e un po’ perché voglio vedere se gli sceneggiatori, ignorando le sorti della serie al momento della scrittura dell’episodio, hanno agito correttamente dando un finale alle storie o se, tentando l’effetto cliffhanger, hanno cercato di far imbestialire i fan perché a loro volta facessero imbestialire la rete tv che a sua volta avrebbe concesso un rinnovo risicato di altre sei puntate (o di un film, o di una serie a fumetti, o di qualche altra diavoleria necessaria a vendere e a dare un finale degno di questo nome).

Cominciamo col dire che i primi cinque minuti mi piacciono. Ricollegarsi al pilot all’ultima puntata mi pare una mossa astuta e ben giocata, tanto più che ci permette di vedere come l’amico del cowboy abbia effettivamente fatto di tutto per salvare l’eroe della serie, e permette (forse, devo ancora deciderlo…) di guardarlo con un po’ più di umanità nonostante gli sia stato riservato il ruolo di sciupafamiglie.

É questa, forse, la scena migliore dell’intero episodio

Nonostante ci sia una rocambolesca (???) fuga, e l’esplosione di un intero edificio, nonostante le migliaia di zombie che dovrebbero assalire i sopravvissuti nella loro disperata corsa verso la salvezza (dovrebbero è la parola chiave qui, perché non ci sono, sti zombie… sono cinque di numero… e comunque una volta che salgono sulle auto non se ne vedono più…) e nonostante ci scappino due cadaveri veri, morti morti e non morti che camminano, niente, non c’ è empatia per questi personaggi o per le loro sorti sullo schermo.

La scorsa puntata avevamo lasciato i sopravvissuti con una speranza di salvezza, una porta che miracolosamente si apre, e li ritroviamo lì, a fare la conoscenza dello scienziato di turno e della sua amica voce computerizzata Vi. Li vediamo gioire per piccole gioie ritrovate, come potersi ubriacare in allegria, farsi una doccia calda, o avere decine di libri da leggere, solo per scoprire, però, che queste gioie sono molto temporanee, perché il carburante che alimenta il centro sta per finire, e una volta svuotato anche l’ultimo barile il centro verrà automaticamente sigillato e distrutto con una gigantesca e coreografica (ma neanche più di tanto) esplosione.

I nostri, attaccati alla vita, dopo un po’ di piagnistei, convincono lo scienziato ad aprire una delle porte e a lasciare loro pochissimi minuti e una flebile speranza di salvarsi. Con lui scelgono la morte la donna di colore e Andrea, la biondina, ancora sotto shock per la morte della sorella. Ma Andrea non è destinata a morire perché il vecchietto, che nelle scorse puntate ha rivelato di considerarla una sorta di figlia acquisita, con un abile gioco mentale la costringe a scegliere la salvezza e i due scappano, raggiungendo gli altri, proprio mentre il centro salta per aria e l’accoppiata “donna di colore+ scienziato” vengono arsi vivi in un nanosecondo. Scena finale con le auto che ripartono, e arrivederci alla prossima stagione.

Anche se personalmente considero quest’episodio in leggera risalita rispetto all’ultimo, siamo ancora lontani dai fasti che questa serie aveva promesso con il pilota e non posso che constatare come tutto, in The Walling Dead, gridi all’occasione sprecata. Sebbene il suo compitino lo faccia e una sufficienza se la porti a casa, questa serie non riesce mai veramente a c’entrare il punto.

Invece di una serie che pone i personaggi ci fronte a dilemmi etici e morali, ci siamo ritrovati tra le mani un buonismo irritante sbandierato dal protagonista senza carattere e una pericolosa deriva verso il triangolo (con tanto di tentato stupro) tra il cowboy, la moglie e l’amico (che sembra tanto il titolo di un film di Sergio Leone ma, purtroppo, non lo è). Invece di pericolosi zombie ci siamo trovati una manica di cadaveri che camminano trascinando la gambina e sono sempre troppo lontani e, francamente, minacciosi in poche, contate, occasioni.

Un mondo devastato come questo dovrebbe trasudare angoscia, precarietà, insonnia, pazzia, dovrebbe porre dei seri problemi per l’organizzazione della vita e della nuova società, non dovrebbe servirci come portata principale uno squallido triangolo amoroso, dovrebbe portarci verso la costruzione di nuove famiglie allargate, al di là del legame di sangue, ma TWD preferisce continuare a premere l’acceleratore sulla famiglia classica, sul cowboy e la sua bella, sullo psicopatico e il fratello del KKK, su Andrea e la sorellina, anche se in realtà il rapporto meglio costruito è proprio quello che sul sangue non fa affidamento, quello tra il vecchietto e Andrea (tanto che il modo in cui lui la salva, seppur scontato, è comunque da contare tra i migliori momenti dell’intera serie quanto a coinvolgimento).

Che poi, seriamente, quante possibilità ci sono che in un mondo dove i morti camminano, si salvino interi nuclei familiari? (perché andrebbero considerati anche il padre e il figlio del pilot, nonché la famigliola che la scorsa puntata si è allontanata cercando la propria strada da sola e il misogino con moglie e figlia che è crepato durante l’attacco al campo) Insomma, vogliamo almeno considerarla un’anomalia statistica tanto ma tanto rilevante questo salvarsi solo in famiglie? Cosa vogliono dirmi gli autori di TWD, che io, single, sarei già morta a meno di non essere segretamente innamorata del marito di una mia collega e di essere pronta a portarmelo a letto facendogli credere che la legittima consorte è deceduta? Uff… che il moige sia arrivato fin qui?

Vabbè, io concludo questo mio excursus con TWD con alcune considerazioni sparse

The Walking Dead è un giocoliere che tenta di tenere per aria troppe clave. Gestire tanti personaggi è roba da pochi eletti, farlo avendo a disposizione solo 6 puntate è una mission impossibile che nemmeno il Tom Cruise dei tempi migliori.

– Il tocco splatter, altalenante, ha fatto ben sperare nel pilot e in qualche altra occasione, peccato che alla fin fine gli zombie siano rimasti un po’ sullo sfondo, minaccia presente ma non pressante, e con loro è rimasto sullo sfondo anche quel tocco di sangue e budella che a me piace tanto.

– Se dovessi usare un solo aggettivo per descrivere la serie direi indeciso: indeciso tra l’essere un telefilm d’azione e l’essere un telefilm intimista, e questo ha portato il telefilm ad avere scarso equilibrio nella gestione delle puntate e del loro ritmo, a scontentare un po’ tutti, sia i fan di un genere che i fan dell’altro.

– L’ambientazione, continua ad essere un assoluto punto di forza poco sfruttato della serie ma che lascia aperti ampi margini di sviluppo per il futuro. Se invece di concentrarsi verso l’interno, verso gli stati d’animo dei personaggi, gli autori avessero guardato verso l’esterno, verso questi enormi spazi, città, edifici, case, campi, porti… forse gli zombie sarebbero stati più presenti, e forse la tragedia di un’umanità devastata, di un mondo completamente distrutto, mi avrebbe colpito di più di quant’ha fatto.

Onestamente la serie per me si può concludere qui. Forse guarderò la seconda, forse no, so di sicuro che non sentirò la mancanza del cowboy di turno e che non mi struggerò per sapere che ne è stato dei sopravvissuti da qui alla prossima stagione, e seguendo anche questo stato d’animo tiepido do il voto finale alla prima stagione di The Walking Dead (come a questa puntata) è tre su cinque: il ragazzo è bravo, ma non si applica… Voto: 3

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