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The Visit: la recensione del nuovo thriller di M. Night Shyamalan

Attenzione! Prima di leggere le considerazioni che seguono riguardo a The Visit è necessario sapere che chi scrive è (era?) cinematograficamente innamorato del regista Michael Night Shyamalan. Quindi aspettativa altissima, e lettore avvisato.

Il regista indiano torna finalmente (almeno nelle attese…) alle origini, dopo qualche tentativo mal riuscito di sperimentare altre strade e progetti ad altissimo budget ma per nulla compatibili con lo stile e la creatività delle sue opere.

Insomma ad ognuno il suo, e il thriller è (era?) il suo.The Visit 1

The Visit è la storia di due adolescenti, particolarmente segnati dall’abbandono del padre dopo un divorzio traumatico, che decidono di comune accordo con la madre di incontrare per la prima volta i nonni materni, mai rivisti o sentiti nemmeno dalla madre stessa dopo un forte litigio di 15 anni prima.

L’aspirante regista Becca (Olivia Dejonge) e il fratello minore ed improbabile rapper Tyler (Ed Oxenbould) si ritrovano così, “armati” di 2 telecamere per creare il film-documentario di questa “visita”, in una fredda cittadina di periferia americana a condividere una settimana (…non era meglio iniziare con un pranzo?) nella casa degli anziani e apparentemente classici nonni (gli ottimi Peter McRobbie e Deanna Dunagan) mentre la mamma ne approfitta per concedersi una meritata vacanza col nuovo compagno.

Mossi dalla naturale incoscienza degli adolecenti e l’insana ed inconsapevole attrazione verso le “cose paurose” tipiche di quell’età, i due fratelli assisteranno però ad alcuni comportamenti decisamente strani dei loro nonni, lasciando ben presto in loro il dubbio se siano frutto degli innocui ed inevitabili acciacchi dell’età avanzata o di qualcosa di ben più pericoloso.

Shyamalan per tornare alle origini si riallaccia, giustamente, ai tratti tipici dei suoi capolavori precedenti, con una trama apparentemente molto semplice ma piena di dettagli da cogliere, informazioni fondamentali sapientemente dosate e momenti di paura ben calibrati.

Ma la sensazione è che lo faccia senza l’ispirazione e la genialità di un tempo, una sorta di “copia-incolla” tout court delle pellicole di genere, proprie e non, a cui sembra aver tolto ogni originalità e potenza scenica.

Ad esempio i richiami a The Signs sono evidenti, là dove i protagonisti riescono a superare i propri limiti ed utilizzarli per provare a sopravvivere, o nel tentativo di comunicare un nobile messaggio finale, ma se nel precedente film con Mel Gibson questi erano filo conduttore e parte integrante della storia dando forza all’intera struttura, nel caso di The Visit risultano slegati e privi di efficacia, quasi fossero elementi posticci o, appunto, copiati ed incollati.

Shyamalan, nei suo precedenti splendidi film (Il Sesto Senso, Unbreakable – Il predestinato, Signs, The Village, Lady in the water, E venne il giorno) ha letteralmente reinventato la suspance del genere thriller-horror uscendo, con stile ed eleganza unici, da anni di pessimi tentativi alla Blair Witch Project, di mix irritanti ed improbabili tra comicità e paura simil-Scream, o ancora di sceneggiature banali riempite di innocui momenti di tensione come nella stragrande maggioranza della produzione prima del Sesto Senso.

Ciò che quindi lascia davvero stupiti in questo The Visit è trovarci proprio, tutti in una volta, quegli elementi da cui il regista ha sempre saputo e voluto discostarsi, e vedere che i suoi punti di forza siano decisamente sfumati e mischiati a richiami dejavu, anche di esorcistiana memoria, creando una brodaglia insipida e a tratti irritante.

The Visit 2E’ paradossale come Shyamalan sia sempre riuscito a maneggiare in maniera unica storie ai confini con la realtà (la nascita di un supereroe in Unbreakable, gli alieni in Signs, la favola in Lady in the water, la natura in E venne il giorno…) rendendole magicamente reali e plausibili, e poi non riesca a fare lo stesso con trame ben più semplici e si perda in situazioni di ben poca difficoltà narrativa.

Nemmeno le musiche, elemento di forza assoluta nelle scene fondamentali dei precedenti film, trovano spazio sacrificate sull’altare del “documentario” dei due protagonisti.

Tralsciando infatti la scelta del “finto amatoriale” e della telecamera live, stravista ed insopportabile ma che comunque in questo film è meglio dosata che in altri, non si capisce perchè il maestro della tensione, che da sempre è l’essenza dei suoi film, decida di stemperarla con un’ ironia che, seppur tipica degli adolescenti e quindi dei protagonisti, risulta comunque fuorilugo e spesso di cattivo gusto ridicolizzando anche quel poco di buono che c’è.

Ne è il riassunto perfetto il rap finale di Tayler, inadatto anche nella peggior parodia horror americana, che da il colpo di grazia, se ancora ce ne fosse stato bisogno, a questo The Visit.

Aspettativa altissima. La delusione pure.

1 commento

  1. Si, condivido in pieno, un lavoro svogliato, con poca attenzione a mettere qualcosa di nuovo e poca attenzione a rendere il tutto plausibile, tutto schiavo di un colpo di scena “alla sesto senso” ma prevedibile e annunciato, gestito male e costruito peggio, nel quale si sacrificano alla voglia di mockumentary modaiolo la qualità di regia e di montaggio, con un risultato pessimo. Peccato… crisi di ispirazione? speriamo più in un “periodo no”

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