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The Vampire Diaries – Recensione dell’Episodio 7.10 – Hell Is Other People

Anno nuovo, The Vampire Diaries nuovo, azzarderei a dire.

Ebbene sì, questo “Hell is other people” mi ha riportato con la mente e con il cuore a quando non riuscivo in alcun modo a staccarmi dallo streaming delle puntate, quelle gloriose dell’epoca d’oro della seconda e terza stagione. Un episodio fresco, nuovo, strutturato anche in maniera abbondantemente soddisfacente e piena, che è riuscito a tenere attiva l’attenzione del telespettatore dal primo sino all’ultimo minuto, facendolo anche un po’ innervosire perché il cliffhanger del finale ci ha lasciato a bocca completamente asciutta. Sarà che quando il telefilm si tuffa di testa e davvero in profondità nell’aspetto dell’emotività e della sofferenza l’attenzione sale, sarà che ad una claustrofobica DOC come me è particolarmente caro il tema della ripetitività senza via d’uscita, fatto sta che questo ritorno m’ha fatto quasi scordare la barba che gli episodi precedenti mi avevano fatto crescere fino ai piedi.

Immagine3L’episodio s’apre con lo scenario della guerra civile americana del 1863, alla quale Damon, per far contento suo padre, aveva preso parte. Una mattina Damon riceve, però, una lettera del fratello che sembra sul punto di crollare: decide dunque di chiedere un permesso al colonello per poter tornare a casa, ma la concessione gli viene data solo se Damon riuscirà a catturare dei disertori di guerra. Le cose però si complicano quando la tentata cattura dei disertori si trasforma in un martirio, che vede la morte anche della famiglia che aveva deciso di ospitarli in segreto.

Da qui la puntata si snocciola in maniera perfetta in un loop che porterà Damon a rivivere, costantemente, quel fatidico giorno fino a che, un passo dopo l’altro, non riuscirà a riportare a galla tutti gli indizi necessari per risolvere l’enigma. Non è tanto quel giorno a rappresentare l’inferno personale di Damon, ma le cose che volutamente ha deciso di nascondere e con le quali, nei centocinquant’anni successivi, non ha mai avuto il coraggio di confrontarsi: a partire dal senso di colpa e di disprezzo che provava per se stesso e per quello che era stato capace di fare per un proprio interesse, fino al bisogno di avere accanto a sé, dopo questa tremenda esperienza, la madre. Quel giorno, quella piccola fattoria, quei cadaveri innocenti stesi sul pavimento hanno rappresentato l’inizio di tutto: la prima volta che, seppur involontariamente, Damon Salvatore si è macchiato le mani di sangue. Da lì, da quel giorno a cui Damon poi non ha più ripensato, tutto è scaturito, da effetto domino: la sua incontrollabile rabbia, la sua perenne incapacità di distinguere il bene dal male, la sua istintività, la sua chiusura, il suo anaffettivo rapporto con chiunque, persino con Stefan.  La paura di affrontare ciò che aveva fatto, l’incapacità di assumersi le responsabilità di quello sbaglio hanno forgiato il Damon Salvatore di ora, conseguenza inaspettata di una provvidenziale fatalità.

Immagine5Ma Damon è invece convinto che la chiave dell’enigma non sia la sua emotività, quanto la possibilità di portare a compimento la missione senza spargimento di sangue: innumerevoli sono i suoi tentativi di capire la mossa giusta da fare senza danneggiare nessuno, ma in un modo o in un altro la giornata termina sempre con la morte di qualcuno, fino a quando il suo subconscio, che si palesa, ovviamente, sotto le sembianze di Stefan, gli consente di sbloccare la matassa che per troppo tempo era rimasta aggrovigliata lì, nel suo cuore: non era Stefan la persona che avrebbe voluto accanto in quel momento così difficile della sua vita, bensì l’unica persona al mondo capace di lenire questa tipologia di sofferenze: Lily. Lì, in quel mondo prigione finto, immateriale e ideale, Damon ha la forza, finalmente, di abbandonarsi alla sofferenza, a quella cattiva maestra di vita che troppe volte bacchetta e poche, invece, riesce ad insegnare come realmente vada la vita; riesce a combattere il suo sfrenato ed irrefrenabile desiderio di dominarla e si abbandona ad un pianto convulso e sincero sul corpo di una madre ormai esanime, senza vita, dopo aver dato fiato a quelle parole che per troppo tempo erano state mangiate, divorate e surclassate da un finto e forzato odio che Damon, da sempre, si era imposto di provare, perché la madre aveva deciso, senza rimorsi, di abbandonarli la prima volta fingendo la sua morte, e la seconda anche, dopo aver scelto quella degli eretici come sua unica famiglia.

Immagine4Attorno al Damon esanime trafitto da Nora il mondo è fermo, benché oggettivamente non lo sia, e ben poco ci interessa di sapere cosa succede agli altri; persino gli altri sono esclusivamente proiettati a Damon e alla possibilità che, al più presto, riesca ad uscire dalla pietra della fenice. Per Damon, comunque, quel mondo è reale, profondo, vivo e colpisce dritto al cuore. Solo abbandonandosi a quella sofferenza tanto respinta Damon riesce così, finalmente, a tornare a casa. Ma questa sofferenza sembra aver preso il sopravvento sulla sua mente, tanto da fargli credere di non essere realmente tornato a casa, e di stare affrontando una delle tante sfide che il mondo prigione gli offre come pasto quotidiano.

 In uno scatto d’ira sembra uccidere Stefan, Matt, Caroline e Bonnie, ma ben presto si rende conto che quello che credeva un’altra trappola della sua mente contorta si dimostra essere, in verità, la realtà.

Magari il nuovo anno ci offrisse sempre perle come questo episodio. Nella speranza che l’attenzione riesca ad esser mantenuta viva anche nei prossimi episodi, e non cada alla prima banalità di sceneggiatura.

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7.10 - Hell is other people
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