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The Strain: Recensione dell’episodio 2.11 – Dead End

The Strain

Mentre il finale si avvicina, la pressione sale. I personaggi che sembravano avere non tutte ma buona parte delle risposte sembrano ora in un terreno inesplorato: sanno ancora quale sia la loro missione ma faticano più di prima a vedere la strada che condurrà al suo compimento. Perché gli imprevisti capitano nella vita, in qualsiasi suo aspetto. Quindi è più che logico mollare tutto e correre a salvare Dutch, come è logico unirsi agli strigoi anticonformisti per combattere la marmaglia alle dipendenze di Eichorst e del suo capo. Fin qui tutto logico, tutto fila, e iniziamo a chiederci se questo episodio non sia che la prima curva di un climax ascendente che ci porterà dritti dritti ad un finale più che spettacolare. Speriamo, naturalmente.

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La lente d’ingrandimento è puntata, inflessibile e spietata, sul presente di Dutch, disperata mentre è legata da un catenaccio alla gola, come gli animali, e sul passato di Eichorst. Non è possibile amare il suo personaggio, è quasi scientificamente provato, eppure la consapevolezza, se non un briciolo di comprensione, si addentra nella nostra mente mentre lo vediamo nei panni di un venditore di radio, senza uno scopo e senza grandi capacità, che decide di unirsi alle SS per far colpo sulla ragazza che ama e per prendersi la rivincita sui suoi colleghi.

La ragazza, naturalmente ebrea, lo lascia ma poi torna a chiedere il suo aiuto poco prima di essere deportata con la sua famiglia. La scelta di Eichorst di non salvarla è il punto di non ritorno, quello in cui perde definitivamente se stesso; possiamo quasi sentire la sua anima lacerarsi nell’attimo in cui vede la ragazza impiccata, morta ed esangue davanti ai propri occhi, consapevole di averla condannata lui stesso a quella fine. E’ il primo passo ma, per comprendere la deviata psiche di Eichorst, è un passo essenziale. Brutale, disumana è la violenza psicologica e poi fisica che impone ad un’indifesa Dutch. Alla ragazza va inevitabilmente riconosciuto il merito di resistere e stringere i denti, sfruttando la prima opportunità di fuggire. Anche Dutch mi è piaciuta moltissimo in questo episodio. Da combattente e guerriera l’abbiamo vista come un animale in gabbia, che nonostante tutto è riuscito a resistere al proprio carceriere e quindi a prendersi la propria rivincita.

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Come c’era da aspettarselo, Fet, Nora ed Eph non hanno perso tempo per organizzare la missione di salvataggio di Dutch, partendo alla volta dell’hotel in tempi record. Mentre Eph e Nora erano presenti e comunque determinati a salvare l’amica, il vero capomissione è stato sicuramente Fet, spinto da molto più che il semplice desiderio di salvare un commilitone: si trattava della donna che ama, dopotutto. Lodevole – ma con un esito chiaro come il sole – la scena della doppia scala, in cui Dutch correva verso il basso e gli altri salivano le scale con rapide falcate. Ma, dopo un po’ di forza bruta e un po’ di dinamite (mai uscire di casa senza un po’ di dinamite, appuntatevelo per il futuro) tutto si è risolto per il meglio. Dutch e Fet sono stati riuniti, Eichorst si è dato alla macchia (again) e tutto è rosa e fiori, anche se siamo ancora in piena apocalisse strigoi.

In tutto questo nessuno si è ancora accorto della preoccupante assenza di Setrakian. Da una parte è comprensibile, dato che il suo maniacale perseguire il Lumen l’ha spinto a mettere il libro davanti persino alla vita di un essere umano, alla vita di Dutch. La sua separazione dai compagni l’ha portato sì al Lumen ma anche al bambino – ormai adulto – che l’ha preso nel lontano 1966. Peccato che l’ex chirichetto non abbia esattamente la bussola puntata verso il bene, tanto che nulla gli preme di più se non ottenere più soldi possibili da quel libro, da cui – ricordiamolo – dipende la sconfitta del Maestro e degli strigoi stessi. Ecco che dunque speriamo ardentemente in una miracolosa liberazione di Setrakian ma, con un realismo perfino troppo evidenziato per un target come questo, non può fare nulla, restando a guardare mentre il Lumen scompare dietro ad una porta ed il suo possessore con lui.

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Parlando di protagonisti, procede la storia di Gus, ormai ben determinato a portare avanti la crociata propostagli da Quinlan. Una missione solitaria ma fondamentale, che prevede necessariamente lasciar andare Anaya (si chiama così, vero?) e la sua famiglia, incluso il suo eroe, Angel. Peccato che l’ex lottatore non ci pensi neppure ad andarsene e lasciarsi alle spalle la guerra contro i mostri. Zoppicante e decisamente troppo anziano per la guerra che si appresta a combattere, Silver Angel affianca Gus mentre sale sull’auto dai finestrini con i vetri oscurati, diretto verso il pericolo e l’ignoto.

Quella che inizialmente sembrava una puntata che non avrebbe portato a nessuna conclusione, proprio come accennavo prima, costituisce invece, molto probabilmente, solo la prima parte del lungo percorso che bisogna ancora percorrere per arrivare al traguardo. Al di là della ‘scena della scala’ non ci sono particolari sorprese o espedienti per raccontare la storia, dato che spesso è la durezza stessa dell’immagine a farne una rappresentazione caratteristica. Gus, Eph e tutti gli altri sono di nuovo sul percorso prestabilito, di nuovo in marcia, di nuovo in pericolo. Non ci resta che aspettare e scoprire della vendetta che Eichorst deciderà di mettere in atto e di come i nostri eroi sapranno affrontarla.

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2.11 - Dead End
  • Climax in ascesa
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