
The Strain: Recensione dell’episodio 2.02 – By Any Means
La seconda stagione di The Strain si sta avviando come un motore diesel, con calma, certo, una calma relativa trattandosi di questo prodotto, ma comunque senza accelerare troppo le diverse storyline. La parte finale della prima stagione vedeva un gruppo compatto ma il parziale insuccesso del combattimento con The Master ha fatto sì che la squadra tornasse a dividersi e i singoli sottogruppi ora seguano ognuno una propria agenda, andando a ricoprire e sperimentare ogni possibile approccio nella lotta alla progenie del Maestro.
Tutto questo è anche frutto della rinnovata mancanza di certezze che aleggia sul gruppo: la mancanza di una soluzione, o meglio, l’aver verificato che la soluzione sperata non è funzionale, fa riemergere in ognuno la possibilità di seguire le strade che sente più congeniali per sé.
Vasilly e Dutch credono nella lotta vera e propria; vedono nel combattimento fisico la strada per uscire dalla crisi e quindi iniziano a seguire la teoria del conquistare terreno e preparasi a difenderlo. Armi, barriere e azione sono la parte che interpretano e lo rappresentano anche con la stessa fisicità del loro essere in scena, il modo guascone con cui affrontano la quotidianità, tipico del soldato di ventura che combatte giorno per giorno fin che ce n’è. L’inserimento di Dutch nella trama, essendo lei inesistente nei libri, serve appunto a creare una spalla per lo sterminatore di topi che gli consenta di avere una storyline più indipendente dal resto del gruppo. Lo svilupparsi del loro rapporto anche su un piano fisico invece l’ho trovato molto fanservice per i fan del personaggio ucraino, poco funzionale alla storia…. ma io non sono un gran amante dei momenti romantici inseriti all’interno di un contesto “horror” e quindi il mio giudizio probabilmente è influenzato da preferenze personali. La scena in piscina l’ho trovata “di troppo”.


Se abbiamo visto la forza e la scienza, non ci rimane che la fede e chi meglio di Setrakian per questo aspetto?
La nascita, la vita, le esperienze traumatiche hanno fatto del professore un uomo di fede, fede nei suoi testi, nei suoi vangeli, nella vittoria del bene sul male, fede che è stata messa duramente alla prova dalla delusione sul come uccidere il Maestro, fede che vacilla e il predicatore di questa religione che soffre di una sofferenza intima e profonda.
Solo un altro atto di fede alla fine lo riporta fuori dal guscio, un nuovo vangelo, quell’Occido Lumen, il libro dei libri, quello che può indicare la vera via per la vittoria, ridà sprint al vecchio Abraham, portandolo a confrontarsi con un Palmer che, per mio gusto personale, si sta comportando un po’ troppo da politicante e non ne vedo sostanzialmente ragione: sembra in campagna elettorale e mi sembra decisamente fuori luogo, quasi quanto l’inutile storyline con questa Coco Marchand che mi sa di fuffa ogni volta che entra in scena.
In un episodio dedicato più alla “squadra dei buoni” e alle loro strade parallele, i cattivi rimangono molto sullo sfondo e, a noi appassionati della trilogia, viene regalato solo un piccolo accenno alle “antenne” che però non vediamo l’ora di vedere in azione, piccole inquietanti creature.


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Nota a margine: il bambino rompicazzo non lo sopporto in nessuna salsa al mondo. Per fortuna lo si vede 30 secondi












