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Cinema

The Social Dilemma e il dubbio di un patto con il diavolo – la recensione del documentario Netflix sul lato oscuro dei social

The Social Dilemma - la recensione
Netflix

L’intramontabile “questa casa non è un albergo” è ancora saldamente nella top ten dei rimproveri che i genitori amano rivolgere ai figli. Probabile, tuttavia, che abbia perso la vetta della classifica per colpa dell’ormai immancabile “stai sempre attaccato a quel cellulare” con il corredo di contumelie contro l’uso dei social. Magari non più Facebook (ché quello ormai è il social dei vecchi), ma tra Instagram, con le sue foto patinate e stories vacue, e Tik Tok, con i suoi micro video con protagonisti dall’età media talmente bassa che anche un ventenne di sente un matusalemme, la scelta è ampia e variegata. A fornire alle mamme e papà argomenti ulteriori per rimbrottare i propri pupilli ci pensa Netflix con The Social Dilemma. Che riguarda non poco anche, se non soprattutto, gli adulti.

The Social Dilemma: la recensione
The Social Dilemma: la recensione – Credits: Netflix

La parola a chi sa di cosa parla

Diretto da Jeff Orlowski, The Social Dilemma è, ad uno sguardo distratto, un lungo j’accuse contro i social più famosi con Facebook a fare la parte del leone, ma anche Google a rappresentare il male nascosto dietro i motori di ricerca. In verità, è più corretto dire che a essere messa sotto accusa non è l’idea dei social, ma il modo in cui questi giganti del web trattano i dati che gli utenti cedono loro. Vendendoli al miglior offerente. Usandoli per addestrare algoritmi di intelligenza artificiale che scelgono i contenuti più adatti a tenerti collegato. Elaborandoli per capire come indirizzare il tempo che spendi in rete verso le idee che vogliono veicolare perché pagati per farlo.

Argomenti che fanno parte da tempo della retorica anti social e che per questo potrebbero sembrare poco interessanti perché frutto di deliri neo luddisti. A cancellare questa impressione restituendo il giusto interesse a The Social Dilemma è la scelta di Orlowski di lasciare che a pronunciare questi j’accuse non siano improvvisati predicatori della domenica o fervidi seguaci di ogni teoria del complotto quale che sia. Davanti alla macchina da presa si siedono, infatti, personaggi che il dietro le quinte dei social e del web lo conoscono bene perché hanno contribuito a crearlo o ne sono stati protagonisti. Ognuno di essi può vantare un ricco curriculum sufficiente a garantire una autorevolezza che non può che aumentare l’attenzione dedicata a The Social Dilemma.

Ad emergere è soprattutto Tristan Harris che è stato responsabile del design etico di Google finché non ha capito quanto fosse solo un ruolo di facciata il suo. Posizioni ancora più importanti hanno ricoperto Tim Kendall, ex presidente di Pinterest, e Justin Rosenstein, inventore di Google Drive e del pulsante like di Facebook. Jeff Seibert ha lavorato in Twitter occupandosi proprio di come monetizzare i tweet, mentre Joe Toscano ha rivestito posizioni simili in Google. Gli argomenti di cui vuole occuparsi The Social Dilemma esondano dalla rete virtuale alla realtà quotidiana ed è per questo che ad intervenire sono anche psichiatri come Anna Lembke, scrittrici come Shoshanna Zuboff, attivisti dei diritti umani come Cynthia Wong.

Il pregio di The Social Dilemma è, quindi, la serietà del progetto che rifugge il folklore dei fenomeni della rete per lasciare parlare chi sa di cosa parla.

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The Social Dilemma: la recensione
The Social Dilemma: la recensione – Credits: Netflix

Essere il prodotto in vendita

C’è una frase che sintetizza efficacemente il senso di The Social Dilemma. Un aforisma apocrifo secondo cui “se non riesci a capire cosa è in vendita, il prodotto sei tu”. Ed è questo il punto su cui insiste il documentario di Jeff Orlowski. Il diavolo contro cui viene puntato il dito accusatore non è il mondo dei social. Non sono i post innocui dei finto giovani o il buongiornissimo caffè delle mamme fuori controllo. Né le foto ritoccate di adolescenti in cerca di attenzione o i video approssimativi di ballerini improvvisati. Il problema non sono i contenuti visibili creati dagli utenti, ma la loro libertà di scelta.

Quanto siamo noi a scegliere? In un oceano sconfinato di contenuti quanto possiamo essere sicuri che ciò che stiamo vedendo era quello che volevamo e non quello che ci è stato imposto di volere? E quanto possiamo controllare che le idee che abbiamo su certi argomenti siano frutto del nostro pensare autonomo? O forse è solo colpa dell’aver ascoltato una sola campana perché quella il sistema ci ha fatto ascoltare più e più volte?

Senza che importi davvero se quella campana stia dicendo il vero perché ciò che conta per le aziende non è ciò che è vero, ma solo ciò che fa numeri. E le fake news e teorie del complotto attirano più utenti della banale verità. Generando un effetto a catena per cui si finisce a credere che la Terra è piatta solo perché ci hanno lentamente portati a chiuderci in una stanza dell’eco dove tutti ripetono la stessa fandonia. Che può anche degenerare in violenze nella vita reale perché l’illusione di essere gli unici virtuosi diventa facilmente desiderio di punire i finti empi.

The Social Dilemma sottolinea con forza questo problema, ma si estende anche oltre. Perché nel momento in cui il prodotto in vendita sei tu, diventa enorme il rischio che sia tu stesso a voler inconsciamente essere il miglior prodotto possibile. Quello che piace a tutti senza renderti conto che è impossibile piacere a tutti. Alimentando così i troppi casi di depressione e suicidio tra adolescenti incapaci di reggere il peso di critiche spesso immotivate o fatte per il sadico gusto di far male. Problemi legati alla possibilità di raggiungere un pubblico molto più vasto di quanto fosse possibile quando al massimo si voleva piacere a miss liceo o al più carino della tua classe.

The Social Dilemma è un atto di accusa non contro cosa volevano essere i social, ma piuttosto contro cosa sono diventati quando hanno smesso di offrire un servizio e deciso di vendere un prodotto. E che quel prodotto fossimo noi utenti.

The Social Dilemma: la recensione
The Social Dilemma: la recensione – Credits: Netflix

La maledizione di un dono

“Nulla che sia grande entra nella vita dell’uomo senza una maledizione” recita l’aforisma di Senofonte che apre The Social Dilemma. E, a pensarci bene, non poteva essere altrimenti perché a parlare dei social sono coloro che hanno contribuito nelle fasi iniziali a farli crescere. Nelle loro parole allarmate si percepisce la preoccupazione mista a delusione di un genitore che vede il proprio figlio diventare altro da ciò per cui lo aveva educato. Un padre che si sente tradito dalla sua stessa progenie e vorrebbe riportarla sulla retta via prima che sia troppo tardi. Prima che l’unica soluzione sia spegnere tutto e ricominciare daccapo su basi diverse.

Siamo già arrivati a quel punto? The Social Dilemma non è paradossalmente il prodotto più adatto a rispondere a questa domanda. A mancare, infatti, è proprio quel contraddittorio che permetterebbe di avere tutti gli elementi per giudicare in maniera autonoma. Invece che intramezzare le interviste agli accusatori con le scene di una fiction didascalica, meglio sarebbe stato lasciare la parola alla difesa. Sentire anche le ragioni di chi crede che il sistema sia in grado di produrre  da solo gli anticorpi necessari a guarire il malato. Sta allo spettatore coscienzioso cercare queste repliche. Solo che per farlo dovrebbe affidarsi a quei motori di ricerca che pur non sono considerati imparziali dai protagonisti di The Social Dilemma.

È di fronte a questo impasse che la recensione del documentario di Netflix deve interrompersi. Perché da questo punto in poi si può solo esprimere il parere personale di chi scrive basato sulla propria esperienza diretta. Può il sistema correggersi da solo? Niente vieta che ciò accada. Dopotutto, per ogni pagina che propina una teoria, ce n’è una uguale e contraria che la sconfessa. Per ogni video sulla terra piatta, ne esiste uno che deride i terrapiattisti. Ogni pagina di Facebook che supporti idee di destra è bilanciata da pagine di estrema sinistra. Basta tutto questo? O è solo un caos che rende più difficile la navigazione?

The Social Dilemma né chi scrive possono rispondere in maniera definitiva a questa fondamentale domanda. E, forse, la lezione più importante è proprio questa. Lasciare che sia ognuno a trovare la sua risposta. A patto che a tutti siano dati gli stessi strumenti per tracciare la propria rotta nel mare magno del web.

The Social Dilemma: la recensione
3.5

Giudizio complessivo

Un documentario che lascia parlare chi sa di cosa parla ma che manca del giusto contraddittorio per cui va visto come un invito a cercare da soli le risposte a domande che non possono essere ignorate

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