fbpx
0Altre serie tv

The Serpent: l’inferno in paradiso – Recensione della miniserie Netflix sul serial killer Charles Sobhraj

The Serpent: la recensione
Netflix

Nel racconto biblico a tentare Eva è il serpente. Un animale che subdolamente carpisce la fiducia della donna fingendosi sincero amico e ammaliandola con parole melliflue. Ammantandosi dell’innocenza che ci si aspetta da chi si muove in paradiso. Facendola lentamente scivolare tra le spire del suo inganno. Spingendola ad assaggiare il frutto proibito che le ha descritto come gioia squisita. Condannandola infine alla dannazione. Esattamente ciò che faceva Charles Sobhraj, il serial killer le cui nefande gesta ispirano gli otto episodi di The Serpent.

The Serpent: la recensione
The Serpent: la recensione – Credits: Netflix

Il paradiso a costo della morte in The Serpent

Coprodotta dalla BBC e mandata in onda a Gennaio sul proprio servizio di streaming, The Serpent è stata acquistata poi da Netflix e rilasciata ad inizio Aprile. Come didascalicamente avverte un cartello all’inizio di ogni episodio, la serie racconta in maniera romanzata le gesta criminali di Charles Sobhraj, tristemente noto come il serial killer degli hippie. Tra il 1963 e il 1976, Charles si rese responsabile dell’omicidio di almeno 12 ragazzi, ma il numero esatto di vittime potrebbe essere ben più alto. Vittime arrivate in Thailandia seguendo la cosiddetta rotta che negli anni 70 portava tanti giovani hippie a cercare l’esotismo del sudest asiatico. 

A rendere speciale la storia di Charles non è tanto il modus operandi o qualche macabro eccesso nei suoi omicidi. Le vittime venivano attratte dalla vita tutta feste e promesse del killer, dalla tranquillizzante presenza della sua compagna Monique (la franco – canadese Marie Andrée Leclerc), dalla vitalità giocosa del suo complice indiano Ajay. Erano poi loro a drogarli per sottrarre passaporti e soldi prima di ucciderli in modi diversi e poi bruciarli (a volte mentre erano ancora moribondi). A far guadagnare a Charles il soprannome di The Serpent è stato piuttosto la sua abilità ineguagliata di riuscire sempre a sfuggire alla condanna. Arrivando persino a farsi catturare volontariamente per sfruttare una condanna come modo per scappare ad accuse più pesanti. Al punto che, tecnicamente, Sobhraj è ancora un presunto innocente perché non può essere più processato per gli omicidi in Thailandia.

The Serpent restituisce bene la figura particolare di un uomo che è guidato da una indomabile volontà di riscatto. Abbandonato dal padre quando era bambino e vittima di razzismo a scuola perché vietnamita tra francesi, Charles è convinto di meritare di più. Di poter avere la sua rivincita su una società che non gli riconosce quel posto ai vertici che è sicuro di poter raggiungere. Un’agiatezza e una rispettabilità che Charles farà in modo di prendersi vendendo gemme di contrabbando, sfoggiando modi da business man navigato, alloggiando in hotel di lusso, vestendo con abiti firmati. Interpretando una finzione teatrale la cui messa in scena è pagata dal sangue di innocenti uccisi perché il loro valore era per Charles troppo più basso del sogno che doveva vivere.

E, assurdamente, Charles quel sogno è riuscito quasi a coronarlo perché, per anni, dopo aver scontato una condanna in India, è vissuto agiatamente a Parigi facendosi pagare lautamente per concedere interviste in tv e vendendo i diritti per un film sulla sua storia. Il serpente che, cacciato dal’Eden, si trova un posto in un paradiso televisivo.

LEGGI ANCHE: 10 serie TV da vedere e che forse vi siete persi

The Serpent: la recensione
The Serpent: la recensione – Credits: Netflix

The Serpent e le spire del male

La serie non è solo Charles Sobhraj. The Serpent si arricchisce, infatti, di tutto il sistema solare che ruota intorno a questo sole nero. Su tutti emerge soprattutto la figura di Monique, la sua compagna e complice primaria. Una giovane ragazza conquistata inizialmente dal fascino magnetico di un uomo che sapeva fingersi ciò che non era. Convinta poi dalle sue parole veementi e dalla sua sete di riscatto che le rende accettabile l’idea di drogare e rapinare occidentali viziati visti come novelli sfruttatori. Incapace, poi, di rinunciare al ruolo di dea che Charles le cuce addosso pur essendo consapevole che è un’illusione alimentata da sacrifici umani. Colpevole, infine, di aver accettato tutto in nome di quello che credeva fosse amore ed invece era solo una malattia mortale.

A colpire ancora di più è, comunque, il personaggio di Herman Knippenberg che diventerà l’antagonista buono del protagonista cattivo di The Serpent. Il giovane diplomatico olandese incrocia la strada di Sobhraj quasi per caso, mentre cerca due suoi compatrioti scomparsi. La sua ostinata dedizione lo porterà a non fermarsi di fronte a nessun ostacolo. Che siano le ipocrisie del mondo diplomatico interessato a preservare gli affari e non le vite umane. O l’indifferenza della polizia perché corrotta o solo disinteressata al destino di quelli che considera ragazzetti viziati in cerca di sballo a basso costo. Herman  va, invece, avanti contro tutti e tutto e persino contro sé stesso quando la stanchezza e l’ossessione diventano nemici che minano l’equilibrio  della sua ragione e distruggono il legame con la moglie Angela.   

The Serpent mostra come le vittime di un serial killer non siano solo quelle che malvagiamente lui uccide. Ma anche coloro che nel suo mondo sono costretti a vivere per le più diverse, ma sempre drammatiche ragioni. Dargli la caccia come Herman e Angela. Espiare il senso di colpa per essere stati a lungo spettatori inconsapevoli come Nadine e Remi. Resistere alla tentazione di uccidere il mostro per sfogare la propria sfiducia nei confronti delle istituzioni come Paul. Liberarsi dalla tela del ragno in cui ci si è fatti intrappolare come Dominique. Dimenticare di non essere stati capaci di fermare il male sul nascere come la madre di Charles. Rassegnarsi ad essere state solo le ennesime pedine come Suda e Ajay. Provare a non ricadere tra le braccia di chi ti ha già ingannata come Juliette.

The Serprent mostra come il male non sia qualcosa che puoi isolare nella dolorosa, ma rassicurante convinzione che tocchi solo chi lo fa e chi lo subisce. Al contrario, proprio come quelle di un boa, le sue spire si stringono anche intorno a chi con esso non pensava di aver nulla da condividere.

LEGGI ANCHE: The Fall – Caccia al serial killer: 5 motivi per recuperare la serie tv

The Serpent: la recensione
The Serpent: la recensione – Credits: Netflix

La qualità che mancava da troppo tempo

Mai smetteremo di ringraziare Netflix per averci dato tanti motivi per staccarci dal pensiero fisso della pandemia durante l’estenuante lockdown. Ma questa gratitudine non può estendersi fino a tacere su quanto troppo spesso la quantità non abbia fatto rima con qualità. The Serpent arriva salvifica a segnare una tanto attesa inversione di rotta in questo senso. Non è solo la sceneggiatura a funzionare in maniera discreta nonostante il saltare in continuazione avanti e indietro nel tempo sia un gioco a volte eccessivo. Tutto nella serie è curato con quell’attenzione certosina che è tipica delle produzioni inglesi.

Notevole, in particolare, è la cura dei costumi e degli accessori dei ragazzi coinvolti e la scelta delle musiche che trasportano efficacemente lo spettatore negli anni Settanta in cui la serie è ambientata. Un plauso particolare anche alla ricostruzione delle location specie quando si pensa che, a causa delle limitazioni dovute alla pandemia, la serie è stata girata quasi interamente nel Regno Unito. A colpire maggiormente è la caratterizzazione dei personaggi che riesce a dare il giusto spessore anche alle diverse vittime. Si evita così che appaiono solo come comparse da immolare sull’altare del protagonista di The Serpent.

La serie vive ovviamente delle interpretazioni del suo cast. Tahar Rahim ha il difficile compito di rendere sia agghiacciante che affascinante il personaggio di Charles Sobhraj. Obiettivo raggiunto solo nella seconda metà di The Serpent quando la natura del killer diventa più chiara, mentre meno efficace è l’attore franco – algerino quando deve ammantarsi di enigmatico magnetismo. Ottima è, invece, Jenna Coleman nel descrivere il percorso di una ragazza di buona famiglia che lentamente si lascia trascinare in un inferno di cui non riesce a fare a meno. Più che convincente anche Billy Howle nel tratteggiare l’ossessione crescente di Herman per Sobhraj e la consapevolezza dolente di star rinunciando alla propria vita per punire chi ne ha spezzate troppe.

The Serpent potrebbe sembrare l’ennesima serie dedicata ad un serial killer. Lo è e non lo è contemporaneamente. Perché ad esserne protagonista non è solo Charles Sobhraj, ma ciò che avviene quando il paradiso e l’inferno sono costretti a convivere.

LEGGI ANCHE: Mindhunter 3: non vedremo una terza stagione del telefilm di David Fincher

The Serpent: la recensione
3.5

Giudizio complessivo

Qualità inglese per una serie che mostra come le spire del Serpente stritolino anche chi non è vittima diretta della sua ferocia

Comments
To Top