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The Rain: può andare peggio in Danimarca – Recensione dell’episodio pilota della nuova serie Netflix

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IMDb

In una ormai classica scena di Frankenstein Jr di Mel Brooks, il dottor Frederick Frankenstein sta dissotterrando un cadavere dal cimitero di notte insieme al fido Igor. Lamentandosi del faticoso lavoro, viene consolato dallo stralunato Igor con un incoraggiante “potrebbe andare peggio; potrebbe piovere” e puntualmente piove. Ecco, in Danimarca, potrebbe piovere è davvero il peggio del peggio che potrebbe andare. Perché, in The Rain, la pioggia porta la quasi estinzione del genere umano.

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Un’altra bandierina sul planisfero

Tra i segreti del successo di Netflix c’è sicuramente l’ampissima offerta di serie tv. Tanto ampia che il colosso dello streaming online non può più limitarsi ai soli prodotti a stelle strisce o in lingua inglese e deve cercare in tutto il mondo idee nuove e sceneggiature originali. Dopo aver pescato in Brasile con 3%, in Germania con Dark e in Italia con Suburra, è stavolta la Danimarca il mare in cui Netflix prova a calare la sua lenza per tirare su qualche ingrediente con cui preparare un’altra succulenta pietanza da aggiungere al suo già ricco menù.

Operazione riuscita con innegabile successo (sia qualitativo che quantitativo) nei tre casi precedenti per cui grande era la curiosità di sapere se anche The Rain fosse l’ennesima scelta intelligente. Ci sarà altro in Danimarca oltre ai biscotti nella scatola di latta che ti portano come regalo in ospedale? O solo il marcio di cui Amleto si lamentava? La risposta è da prendere con il beneficio del dubbio perché un solo episodio potrebbe essere ingannevole (fu questo il caso di Stanger Things, ad esempio), ma per ora sembra che si sia più dalle parti dei su citati biscotti. Buoni sicuramente, ma ormai dal gusto così noto che difficilmente fa venire la voglia di chiederne ancora e ancora.

In The Rain nulla è fuori posto o fatto male, ma tutto è esattamente come ci si aspetta che sia con la poco felice conseguenza che la conta di pregi e difetti finisce per essere a somma zero. Il che significa che, dopotutto, in The Rain niente è davvero originale e pertanto veramente interessante.

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Altro che pioggia sporca

Va segnato come un punto decisamente a favore della serie l’intenzione immediatamente evidente di non perdersi in chiacchiere inutili, ma al contrario andare direttamente al punto. I protagonisti non vengono presentati con studiata lentezza, ma sia loro che gli spettatori sono direttamente catapultati in quello che sarà il fil rouge della serie. Prelevata a scuola senza diritto di replica, la liceale Simone viene trascinata dal padre in un bunker segreto per ripararsi da una pioggia imminente che porta con sé un virus letale capace di uccidere in pochi minuti chiunque venga in contatto con l’acqua piovana. Neanche il tempo di spiegare perché che già Simone si vede abbandonata sia dal padre partito in missione per salvare il mondo, sia dalla madre che cade vittima della pioggia per la superficiale generosità dei suoi figli che aprono il bunker nel momento sbagliato.

A Simone il compito di badare al fratellino Rasmus nel cui sangue pare essere nascosto il probabile antidoto contro la pioggia iniettatogli dal padre per curare una precedente imprecisata malattia. Confermando la volontà di correre, The Rain compie quindi un balzo temporale di cinque anni per mostrarci un Rasmus cresciuto fin troppo bene (se si considera che non ha visto la luce del sole e si è nutrito di pappette liofilizzate per tutto il tempo) e una Simone decisa ad abbandonare la speranza del ritorno del padre lasciando il bunker per andare alla sua ricerca.

Un episodio pilota, quindi, ricco di eventi e povero di dialoghi a sottolineare quanto gli sceneggiatori intendano probabilmente scrivere un adrenalinico survival piuttosto che investigare le relazioni tra i protagonisti.

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Tutto fin troppo chiaro

Paradossalmente proprio la sincerità di questa premiere è il problema principale di The Rain. Il ritmo frenetico, la quantità di informazioni fatte trapelare ad arte su probabili colpevoli (la misteriosa Apollon) e possibili salvatori (Rasmus con la cura nel sangue), l’eliminazione repentina di ogni figura secondaria con la conseguente didascalica chiarezza su chi saranno i protagonisti finiscono per far apparire tutto chiaro fin dall’inizio. Talmente chiaro che è fin troppo facile immaginare quale sarà lo svolgimento del tema presentato. E quindi perché seguire qualcosa che si sa già come andrà?

Anche perché quei pochi personaggi sembrano piuttosto stereotipati con Simone young adult materna ed eroica, Rasmus giovane capriccioso perché segnato da una infanzia difficile, il padre scienziato troppo geniale, la multinazionale cattiva, gli altri sopravvissuti minacciosi. Dinamiche che potrebbero cambiare nel corso della serie, ma che per ora non sembrano incoraggiare alla visione. Difficile giudicare, invece, le performance attoriali del cast perché l’ovvia disabitudine a confrontarsi con la lingua danese rende arduo capire le diverse tonalità e coniugare le espressioni dei volti con il tono della voce.

Tuttavia, proprio questa sua eccessiva prevedibilità potrebbe essere un buon motivo per seguire The Rain. Ascritta a merito della serie la mancanza di errori sia nella sceneggiatura (che riesce a tenere alta l’attenzione senza dover ricorrere a twist improbabili o eventi irrealistici) che nella messa in scena (con una regia che sa destreggiarsi bene sia negli spazi angusti del bunker che tra i boschi cupi e una fotografia pulita e ordinata) di questo episodio pilota, diventa lecito chiedersi se davvero tutto sia così chiaro. E, se invece questa abbondanza di indizi sulla scena del crimine fosse stata creata ad arte per ingannare lo spettatore? Se, invece, la serie seguisse sentieri diversi da quelli che ha artatamente indicato?

Dopotutto chi lo sa come lavorano gli sceneggiatori danesi. Che sia The Rain a farcelo capire? Intanto, meglio riprendere l’ombrello e tenerlo ben aperto.

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  • Tutto talmente chiaro che non si sa perché guadarla
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