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The OA: ricordarsi di Borges per volare tra i mondi – Recensione della Seconda Stagione

The OA - recensione seconda stagione
IMDb

Si è fatta attendere oltre due anni per poi comparire improvvisa come già era successo per la prima stagione. E come era successo più di due anni fa ha lasciato in chi l’ha vista una esplosiva miscela di sensazioni diverse e contrastanti. Ma tutte ugualmente positive. Perché Brit Marling e Zal Batmanglij hanno scritto gli otto episodi che scandiscono il ritorno di The OA con la stesso scopo finale: essere unici.

The OA - recensione seconda stagione

The OA recensione seconda stagione

Una storia fatta di storie

Perché nessuna serie è anche lontanamente paragonabile a The OA. Lo si era capito già dalla premiere della prima stagione con quella sigla che inizia quando l’episodio sta per finire. Una scelta insolita che si ripete in questa stagione come un avviso per i naviganti. La rotta sarà diversa, ma i mari da solcare gli stessi. Con gli stessi pericoli di sembrare a volte rischiare di saltare il proverbiale squalo (o magari un polpo gigante). Ma anche con lo stesso sole che bacia il marinaio che non ha paura di spingersi in alto mare. Con la stessa gioia dell’esploratore che parte senza sapere dove arriverà e si trova infine in uno Shangri La più bello di ogni immaginazione.

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The OA è appunto questo. Un viaggio attraverso una storia che può iniziare in un modo per poi cambiare registro senza mai smettere di essere interessante e coerente. Un fiume impetuoso che si divide in mille limpidi ruscelli dalla cui freschezza è piacevole farsi trasportare fino ad arrivare alla foce che tutti li riunisce. Seguire il racconto scritto da Brit Marling e Zal Batmanglij è accettare di perdersi in un labirinto dove ogni strada può portare al punto di partenza o da nessuna parte o ad un nuovo labirinto e così ancora e ancora in un ripetersi all’infinito che non stanca mai. Un viaggio fatto di parole e pensieri, mente e cuore, lucida follia e ostinata passione.

Una serie che avrebbe potuto scrivere il Borges che nel 1941 pubblicava Il giardino dei sentieri che si biforcano, termine usato non a caso dallo stesso Hap per descrivere la connessione tra le molte dimensioni. Ed è sorprendente scoprire come il labirintico romanzo di Tsui Pen descritto dal romanziere argentino riecheggi nella cosmogonia di The OA. Una serie tv che riesce a far rivivere un vecchio racconto di quasi ottant’anni prima trasformandolo nel seme fecondo di una visionarietà completamente innovativa.

The OA - recensione seconda stagione

The OA recensione seconda stagione

Un legame più forte di ogni distanza

The OA non nasconde il filo sottile che lo collega al racconto di Borges, ma se ne allontana per mostrare la propria autonomia. Una fiera indipendenza che si manifesta nella natura più profonda del racconto per immagini scritto dagli autori della serie. Perché The OA è anche, se non soprattutto, la dimostrazione che certi legami non si possono spezzare. Che potranno cambiare nomi, luoghi, ruoli, memorie, ricordi, ma niente potrà separare chi è indissolubilmente legato.

Non importa se Prairie è la bambina che ha perso il padre per venire adottata in quell’America dove Hap ne farà la cavia prediletta del suo folle esperimento. O se, invece, è la sofisticata ed equivoca Nina che inscena spettacoli con piovre e manipola uomini per scoprire verità nascoste. Potrà anche essere quel Primo Angelo che brilla come un diamante nato dalla sofferenza per poi librarsi nell’aria luminescente. Quel che conta non è chi è, ma cosa prova. Perché è l’amore che sente per Homer la melodia che risuona in tutti i sentieri che si biforcano. Ed è quello l’eco di cui parla la viaggiatrice misteriosa e che tiene legati tutti gli universi ricordando loro che nascono dalla purezza dello stesso fiore.

Un fiore il cui polline si diffonde tutto intorno facendo germogliare altre piante che resteranno legate alle stesse radici. Superando con ostinazione le barriere tra i mondi perché l’eco si può sentire ovunque se hai la sensibilità di chi è stato sempre escluso come Betty. La caparbia tenacia di chi non vuole arrendersi come Steve. La matura responsabilità di chi non può lasciare che le persone a cui tiene vadano alla deriva come Alfonso. La gioia di essere accettati per quel che si è come Buck. La volontà di capire quel che sembra impossibile come Angie.

E allora niente diventa più inaccettabile. Prairie può essere Brit che collassa sul set della stessa The OA in una meta serialità inattesa. Hap può essere il dottor Percy, ma anche Jason Isaacs stesso. Steve può danzare per l’ennesima volta i cinque movimenti per aprire il fiume che lo porterà nel mondo dello spettatore per proteggere un’attrice che non sa di essere un angelo. E Buck può ricordare di non essere Ian Alexander che interpreta il suo personaggio, ma la Michelle che si è persa mentre inseguiva un gioco di specchi che si riflettono in sé stessi.

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The OA - recensione seconda stagione

The OA recensione seconda stagione

Nascondere la spiritualità nello sci – fi

Anche ad uno sguardo non superficiale, la seconda stagione di The OA può dare l’impressione non erronea di aver deciso di virare come genere. C’è meno spiritualità e molta più concretezza in questi tanto attesi otto episodi. Una trama portante che fonde con mirabile scioltezza la fantascienza degli universi paralleli con la detective story della new entry Karim. Una storia che va a prendere il posto di quel racconto angosciante che era la prigionia di Prairie, Homer, Scott, Renata, Rachel nel laboratorio di tortura di Hap. E che funziona egregiamente grazie alla capacità di disseminare indizi e tracce da seguire con intelligenza e arguzia. Oltre che per la presenza a sorpresa di una Zendaya che svolge bene il ruolo di deus ex machina che fa andare avanti le indagini quando sembrano arenarsi.

Ma The OA non rinuncia al suo essere una serie fortemente impregnata di spiritualità e lo dimostra proprio il finale. Perché la verità che Karim scoprirà, infine, è l’illusorietà del reale. L’essere il sogno di tanti sognatori o forse anche solo uno (ancora Borges e il suo Le rovine circolari). La finzione dell’universo unico e solo che si può scoprire soltanto guardando dall’alto. Quale che sia questo alto: un finestra in una casa stregata o la Luna visitata dagli astronauti. Una verità che non tutti possono accettare e che non si ottiene se non a caro prezzo. Anche se a pagarlo sono stati anche altri.

Non è un caso, allora, che l’antagonista di Karim non sia il cinico Pierre Ruskin disposto a sacrificare sognatori e giocatori per arrivare a trovare la via per le stelle. Ma è piuttosto Karim stesso ad essere il proprio antagonista perché deve vincere il desiderio di fermarsi, l’incapacità di credere in Prairie, la paura di aver fallito nella ricerca di Michelle. Ma è solo esplorando che si possono scoprire altri mondi per poi tornare al punto di partenza e vedere tutto come non lo si è mai compreso prima.

La seconda stagione di The OA ha un unico difetto: si è fatta attendere troppo. Ma ha anche un impagabile pregio: conferma che ancora è possibile essere unici.

The OA - recensione della seconda stagione
5

Giudizio complessivo

Tra Borges e viaggi in universi paralleli per ricordare quanto certi legami siano più forti di ogni distanza

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