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The OA: Recensione dell’episodio 1.01 – pilot

The OA

The OA potrebbe apparirvi sicuramente una serie singolare e di difficile digestione se non conoscete Brit Marling (Another Earth, The East, Sound of My Voice, I Origins) e il suo interesse alla visione della realtà oltre il tangibile.

La nuova serie di Netflix, sbucata un po’ all’improvviso e senza nessuna pubblicità, infatti, maschera una storia dal sapore mistery con quelli che sono i temi cari alla Marling: la vita oltre la morte e la natura corrotta della società e dell’uomo, l’anima e l’essenza dell”uomo.
Brit Marling che produce e scrive la serie, interpreta Prairie Johnson, giovane donna ricomparsa dopo sette anni di misteriosa sparizione. Le prime battute del pilot hanno il sapore del classico mistery/thriller indie, ma presto è chiaro come la storia si sposti velocemente al nocciolo vero della narrazione grazie ad una commistione di generi. Ci vuole, come dicono gli inglesi una buona dose di suspension of disbelief, non tanto per le tematiche affrontate, ma per come viene scelto di narrarle.

The OA
La connessione tra gli esseri umani è qualcosa che in OA acquista un’aura magica; l’OA, cioè Prairie, ha bisogno di altre 5 persone per poter valicare i confini corporei ed è qui che conosciamo l’altra parte della storyline che assume tinte quasi fiabesche ed è poi il vero cuore della serie – non a caso è qui che parte l’opening -: l’esperienze di pre-morte. Conosciamo una bambina russa che ha perso la vista a causa di un incidente e che nel momento in cui “perde la vita” attraversa il velo che separa la realtà tangibile dall’aldilà e viene in contatto con esseri spirituali. Le varie esperienze di premorte sommate, portano a una conoscenza dell’io ancestrale. Questo spiega lo strano comportamento di Praire, etichettata dalla società come pazza o comunque in uno stato mentale alterato, ma che lei spiega in una chiave new age.

Mai come in questo caso, l’apprezzamento per questo pilot e per la serie in generale dipenderà molto dal proprio gusto personale e dall’interesse a queste tematiche; c’è da dire che la Marling non teme mai  di risultare sopra le righe o eccessiva: il pilot di OA è accattivante e riesce a catalizzare l’attenzione dello spettatore. Un aiuto a ciò viene anche dalla storyline più “televisiva” quella cioè del bullo Steve. Un teppistello con problemi di rabbia che entra però in connessione con Praire e della sua professoressa, altra “vittima” del carisma spirituale di Prairie.

La storia narrata in OA è la tecnica usata per farlo sono estremamente coraggiose in un tempo in cui siamo sommersi di serie TV e film che basano la loro narrazione sulla velocità e sui continui colpi di scena e twist narrativi costruiti solo per stupire, per paura che lo spettatore, vittima di mille distrazioni, possa non “sopportare” di essere stimolato da altro. Nonostante ciò la serie ci lascia già dopo il pilot con una serie di domande e soprattutto una: Che cosa è successo nei 7 anni in cui Prairie è scomparsa? La stranezza della storyline è ben supportata da un’eccellente fotografia, tipica dei film indie d’autore. Zal Batmanglij che con Marling costituisce un duo creativo di lungo corso, dirige il pilot e l’intera serie.

In conclusione il bilancio del primo episodio è positivo, ma è anche estremamente complicato, conoscendo i lavori di Brit Marling, dare un giudizio definitivo. E’ giusto che una serie di questo tipo venga valutata nella sua interezza come un lungo film.
The OA è qualcosa di nuovo, che probabilmente vi lascerà spiazzati al primo sguardo, ma al quale io vi consiglio di dare una possibilità.

VOTO: 4/5

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