fbpx
Recensioni Serie Tv

The Newsroom – 1.03 The 112th Congress

Se la settimana scorsa Aaron Sorkin ci aveva dato l’impressione di adattarsi ad uno schema classico di costruzione di un episodio, suddiviso nelle fasi “preparazione del programma”, “on air” e “conseguenze del programma”, dopo una sola settimana ci spiazza e butta a mare quelle regole per costruire qualcosa di decisamente diverso.

Innanzitutto un proclama, l’ennesimo dello show, su cosa non va nel giornalismo moderno in America (e noi potremmo aggiungere non solo in America, caro Aaron), messo in bocca a Will che si scusa con la Nazione e si assume ogni colpa, a nome di tutto il giornalismo moderno. In questa scena si vede anche tutta l’innata capacità Sorkiniana, che non è solo quella di scrivere pistolotti morali, ma anche quella del montaggio coinvolgente e che da e prende il ritmo dalle scene. Il discorso, visto in diretta e a freddo nell’episodio, alterna alla visione dello spettatore il “on air”, alla preparazione del discorso stesso, alla sua genesi e alla pre-declamazione allo staff, tutto alternato senza perdere il ritmo e la direzione del discorso stesso, che incalza ed esalta il pubblico che di Sorkin è già spettatore.

Questo tipo di montaggio convulso e di alternanza temporale sfumata caratterizzano il resto  dell’episodio. Infatti assistiamo a diverse edizioni del programma del rigenerato Will McAvoy che coprono i sei mesi della campagna elettorale delle elezioni di Midterm americane, alternate ad una riunione della Dirigenza del canale che, scopriamo a fine episodio, svolgersi al termine di questa cavalcata elettorale, e lo spettatore in questo tutto unico percepisce solo marginalmente lo scorrere del tempo, se non per le decine di appuntamenti “one hit and run” col gentil sesso di un Will McAvoy rigenerato non solo dal punto di vista giornalistico o le mille rotture e riconciliazioni della coppia più inutile della storia della tv, Maggie & Don.

Questa blanda percezione del tempo, se è sicuramente un aspetto ricercato da Sorkin, mi lascia personalmente un po’ perplesso sulla scelta. Esco dalla visione decisamente confuso e sballottato, per aver percepito questo scorrere nell’immobilità totale degli stessi personaggi, anche per i quali il tempo sembra essere stato scandito da ripetizioni di notiziari, ripetizioni di interviste, ripetizioni di rotture e rappacificazioni, ma sempre ripetizioni e mai passi avanti, tant’è che ognuno è assolutamente identico al se stesso di sei mesi prima, al momento del ”J’accuse” mediatico di Will, solo un po’ più stanco.

Vedremo come verrà gestito ora questo sbalzo impresso alla serie già nel suo terzo episodio. È sicuramente pericoloso, perché confonde lo spettatore e destruttura la stessa serialità del concetto televisivo. Non è un impresa semplice, ma è degna di Sorkin.

A livello contenutistico invece, se sicuramente i dialoghi e le sferzanti battute continuano a riempire l’universo Sorkiniano, il resto della trama dell’episodio sembra un enorme blog di notizie e interviste che Sorkin usa per massacrare il Tea Party, che decisamente non ama. Personalmente preferivo la tipologia costruttiva di The West Wing, in cui su un fatto singolo, si costruiva un caso e un ragionamento in cui venivano contrapposti punti di vista alternativi, mentre in questo episodio assistiamo, come detto, ad un enorme Filippica di Sorkin, praticamente senza contraddittorio su un infinità di temi sui quali passa in velocità, senza entrare mai nel dettaglio.

E poi, c’è la parte della trama che finora mi convince veramente poco ed è quella sentimentale. Continuano a rimanere striscianti sullo sfondo ma sempre presenti, l’unresolved sexual tension tra Will e Mackenzie, tra gelosie reciproche, e il triangolo noioso fin dalla sua prima apparizione, tra l’impacciato idealista Jim, la giornalista in erba ma promettente Maggie e il fidanzato ufficiale “che lui deve portare a casa lo stipendio” Don, con l’inserto spassoso del nerdoso e saggiamente etnico tecnico Neal. Tutta quest’ultima parte è televisione di basso livello, schematica e macchiettistica, che da Sorkin non mi sarei mai aspettato.

Punto forte dell’episodio è stato sicuramente l’ingresso in scena di Jane Fonda, che lascia aspettative interessanti, sia per la tematica che introduce, ossia che non sono solo i dati di ascolto che ti impediscono di fare buona informazione, ma anche e soprattutto le pressioni politiche (cosa che però in America ho sempre visto molto meno esasperata che da noi, ad esempio), sia per la capacità istrionica che la stessa Fonda può dare alla sua interpretazione.

Sostanzialmente al termine di questo terzo episodio, non riesco ancora a dare un giudizio sullo show, perché faccio fatica a vedere la storia dietro questo insieme di situazioni che vengono presentate, ma sicuramente avremo tempo per farci un idea, perché, a meno di stragi di cavalli che non vedo all’orizzonte, avremo almeno due stagioni per decidere se Sorkin ha fatto ancora una volta un buon lavoro o no.

Articoli correlati

Pulsante per tornare all'inizio