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Musketeers (The)

The Musketeers: Recensione della terza ed ultima stagione

Fine dei giochi per The Musketeers. Dire che la BBC ha ostacolato la messa in onda della terza ed ultima stagione di questa serie è poco. Per mesi, dopo la fine delle riprese, non si sono avute notizie sulla messa in onda dello show, che però era impossibile da cancellare a cose già fatte. Venduto prima in Grecia poi in Turchia, solo verso la fine di maggio ha trovato un piccolo spazio su quegli stessi canali inglesi che lo avevano lanciato e ha potuto così terminare la propria corsa quasi nel silenzio più assoluto. Ma perchè la BBC ha “rinnegato” questa serie su cui ha puntato molto nei due anni scorsi? Vediamo cosa ha fatto The Musketeers per non meritare il rinnovo, il tutto senza troppi spoiler.The Musketeers

La terza stagione di The Musketeers non è peggiore della seconda, tuttavia, pur avendo migliorato alcune cose che in passato davano fastidio, non ha fatto nessun salto di qualità che l’abbia portata ad un livello superiore. Ma questo non giustifica la cancellazione: è (era) una serie godibile, in una sola parola bella, che i fan rimpiangeranno. Cosa è stato migliorato? Innanzitutto la gestione del “cattivo” di turno, probabilmente l’idea più brillante di questa stagione. Non più un solo cattivo che si comportava da buono da smascherare proprio nel finale di stagione: qui abbiamo due diversi villain che nell’ombra si completano, tramano e complottano con motivazioni precise ma non solide, uno dei quali oscilla tra il bene e il male come solo il personaggio più umano farebbe. E quindi tanti complimenti a Simon Allen e Simon J. Ashford per aver portato nella serie Rupert Everett e il suo Governatore Feron. Il sesto episodio Death of an Hero è a mio giudizio il più bello della serie, reso sublime anche grazie al contributo di questo grande attore e del suo personaggio che, se a prima vista poteva sembrare lo spettro del cardinale Richelieu, si è poi tramutato in tutt’altro. Da qui in poi la scena è stata tutta di Matthew McNulty e il suo Lucien Grimaud: il secondo villain, quello zero politica e tanta criminalità, l’assassino silenzioso ed immortale con una infanzia distrutta che lo ha portato definitivamente sulla strada della distruzione totale. Quando il governatore Feron non gli copre The Musketeerspiù le spalle, è lui a seminare il terrore per Parigi. Un terrore nascosto in piena vista, una minaccia capace di incombere sui moschettieri in qualsiasi momento. E di questo ne ha beneficiato la trama.

Di migliore c’è stata anche la gestione di alcuni personaggi. Re Louis e Treville su tutti, ma anche Constance che ha letteralmente abbandonato i panni femminili per diventare un maschiaccio (forse un passaggio troppo brusco). Il Re non poteva perdere quell’alone di antipatia che lo contraddistingueva, ma la sua malattia mortale ha contribuito a rendere il personaggio più umano e più interessante. Stessa cosa per Treville, di cui abbiamo scoperto anche il fine acume politico e che ci ha “regalato” una scena finale da brividi.

Per quanto riguarda i moschettieri, invece, basta dire che questi quattro mattacchioni ci mancheranno. Se confrontiamo Athos, Porthos, Aramis e D’Artagnan con quello che erano tre stagioni fa c’è un abisso. È ciò è un bene, fa capire che il lavoro di scrittura che è stato fatto su questi personaggi è stato buono e con una crescita costante (anche se qualche volta incoerente, ciao Aramis). I fan della serialità televisiva non potranno più non pensare a Tom Burke, Santiago Cabrera, Howard Charles e Luke Pasqualino quando pensano ai personaggi del romanzo di Dumas. Sono entrati (o “dovrebbero entrare”, per chi non ha mai visto questa serie) nell’immaginario collettivo.The Musketeers

La terza stagione è la migliore anche in termini di azione: in tutti gli episodi ci sono state sparatorie, duelli all’ultimo sangue, intrighi e drammi. La trama orizzontale è stata un po’ più privilegiata quest’anno rispetto agli episodi filler, che non sono comunque mancati e rappresentano forse il vero motivo per cui questa serie non ha ottenuto una nuova stagione. Gli episodi singoli, quelli che non riguardavano la minaccia della guerra civile in Francia ma che si concentravano su singoli “casi della settimana” sono stati noiosi (come nella seconda stagione) e in quelle situazioni i personaggi sembravano davvero essere copie di se stessi. Era tutto molto prevedibile.

Insomma, alla fine della seconda stagione The Musketeers doveva cambiare per sopravvivere. Doveva maturare per poter dire anche altre cose rispetto a quelle che aveva già mostrato. Con questa terza stagione ciò è stato fatto solo a metà, e dunque niente rinnovo. Così almeno hanno ragionato alla BBC e tanto è bastato per dire basta. Certo, tutte le storie sono state portate ad una fine (alcune in modo molto forzato, ciao Porthos) The Musketeersaltre invece si sono concluse esattamente come dovevano finire. È insindacabile che gli sceneggiatori non siano riusciti a fare qualcosa che fosse al 100% diverso dalla seconda stagione (un qualcosa che sembrava possibile) e forse una quarta stagione avrebbe proposto soltanto qualcosa di già visto. Ma ciò importa? Qualcuno (leggi: tutti noi) si sarebbe accontentato di poter vedere i quattro moschettieri interagire e tanto bastava. E invece no, The Musketeers lascia un piccolo vuoto nel cuore di tutti gli appassionati seriali che hanno guardato questi trenta episodi aspettando volentieri quello seguente. Ma Boris insegna: il numero perfetto di stagioni in termini di qualità è tre.

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Recensione della terza stagione
  • Addio Moschettieri
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