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Interviste

The Leftovers: Damon Lindelof promette che il suo nuovo show non finirà come Lost

Pochi mesi fa, in una casa in Douglaston nel Queens, Justin Theroux, la star del nuovo show della HBO The Leftovers, si trovava in cucina ad asciugare i suoi piedi con un phon. Theroux aveva appena girato – più e più volte – una scena in cui doveva correre nella neve a piedi nudi, saltare una staccionata e infine spegnere un incendio. Pretty redhead arrives in taxiQuando si ritrovò in salotto tra una ripresa e l’altra, i presenti iniziarono una discussione sui limiti dei piedi umani che li condusse a parlare del mago David Blaine, congelatosi in un blocco gigante di ghiaccio.
Tom Perrotta, autore del romanzo su cui The Leftovers è basato, chiese se qualcuno avesse mai visto i trucchi con le carte di Blaine. Damon Lindelof, co-creatore e sceneggiatore dello show, rispose, come lui stesso racconta al NY Times, che il suo più incredibile trucco era quello di indovinare la carta che uno spettatore sceglieva anche senza il mazzo davanti.
Lindelof, 41 anni, occhiali di plastica e testa rasata, tirò fuori il cellulare e cercò su YouTube un altro dei suoi trucchi preferiti di Blaine: quella in cui il mago mette quello che sembra un ferro da calza nei suoi bicipiti e poi lo tira fuori senza che ci sia traccia di sangue o ferite. Tutti hanno guardato il video inorriditi.
Alla fine, molte persone finirono per parlare dei modi in cui Blaine crea le sue illusioni. Lindelof non prese parte a quella conversazione. “Non avrei mai, mai voluto che mi venisse detto come le realizzava. Non voglio sentire quale è il trucco. Voglio percepirle come se fossero reali.”
Alla base di The Leftovers c’è una specie di illusione: il 2 per cento della popolazione della terra scompare un giorno senza alcuna spiegazione. Non sembra esserci alcun denominatore comune per le persone che spariroscono. Condoleezza Rice no. Il papa nemmeno. Così come Gary Busey. Può essere il Rapimento Cristiano o magari no.
La storia inizia nel terzo anniversario di quello che è conosciuto come la Partenza Improvvisa, e si concentra sui personaggi che vivono in un mondo che sta cercando di capire come andare avanti.

Le premesse sembrano interessanti e al tempo stesso complicate per uno show televisivo, perché il mistero centrale dello show può (o non può) essere sbrogliato a tempo indeterminato. Il romanzo di Perrotta racconta la storia in 355 pagine, ma una serie HBO potrebbe durare anche diverse stagioni.

Quando Michael Ellenberg, vice presidente esecutivo della HBO, ha detto a Michael Lombardo, presidente della programmazione della rete, che voleva affidare a Lindelof The Leftovers, la prima reazione di Lombardo è stata: “Damon Lindelof? Quello che ha scritto Lost? ”
Ellenberg aveva già lavorato con Lindelof nel film Prometheus e sentiva che lui avrebbe potuto tirare fuori il giusto equilibrio tra intrigo e dramma. Lombardo concordò che avevano bisogno di uno showrunner disposto a rischiare. E anche se non era stato un fan di Lost, cominciò a pensare a Lindelof come ad un candidato promettente.  Così Ellenberg chiamò Lindelof e gli chiese se avesse letto The Leftovers. Disse di no ed Ellenberg rispose “Leggilo.” Lindelof era impaziente di tornare in TV  “E ‘quello che mi piace, è quello per cui sono bravo.”

Lost-end-02Quando ha debuttato nel 2004, Lost è stato accolto positivamente sia dalla critica e che dal pubblico. Le premesse erano irresistibili: un aereo carico di persone si schianta su un’isola misteriosa – e via via si accumulano indizi, false piste, depistaggi, vicoli ciechi e mostri di fumo. Sei stagioni più tardi, quando il tanto atteso, tanto discusso via podcast e blog, episodio finale finalmente arriva, Lindelof e Carlton Cuse sentono di aver portato la serie ad una chiusura soddisfacente.  Il protagonista Jack muore nel salvare il mondo, c’è un pozzo di luce e anche l’aldilà. Ma i fan più “chiacchieroni” dello show non sono per niente soddisfatti. Dopo il finale, prendono d’assalto su Twitter Lindelof per dirgli che aveva rovinato il loro show preferito e aveva fatto sprecare loro sei anni di vita. I critici analogamente stroncano Lindelof e Cuse; uno dichiara che Lost si era concluso nel modo peggiore possibile. George RR Martin, autore di Game of Thrones e co-produttore esecutivo del riadattamento HBO, racconta al New Yorker che la sua più grande paura è di terminare la sua serie come Lost.

Lindelof è devastato, cerca di non preoccuparsi, alla fine lui ama il finale e forse questo è veramente quello che importa. “Ma no, non è tutto quello che dovrebbe importare” dice. “Non ho scritto il [finale] per sedermi nella mia camera a piangere e a congratularmi con me stesso per aver progettato questo grande show televisivo. L’ho scritto affinchè milioni e milioni di persone lo guardino, lo amino e lo capiscano. ” Ciò non è accaduto. A distanza di quattro anni, la reazione negativa del pubblico tormenta ancora Lindelof. Fino all’anno scorso, nella bio del suo Twitter si legge “Sono uno degli idioti dietro Lost. E no, io non l’ho capito neanche io.” Dopo il finale di Breaking Bad, Lindelof scrive su Twitter quanto ha amato lo show e legge le reazioni di altri fan. Tutta la sua home però è piena di fan così eccitati per il finale di Breaking Bad tanto da riprendere di nuovo a discutere su Lost . Questo è quando ha capito che avrebbe dovuto smetterla. Se lui chiamava se stesso idiota, allora permetteva agli altri di farlo. Lindelof ha cancellato l’account il 14 ottobre, che poi è la data della Partenza Improvvisa in The Leftovers. Nel suo ultimo tweet ha scritto “Dopo lunghe riflessioni e discussioni, ho deciso di”, lasciando la frase a metà.

lost_lindelof_cuse“Non mi piace la sensazione che provo quando la gente parla di quanto Lost abbia fatto schifo. Non riesco più a sostenerlo. Ho passato tre anni a farlo. Ti ascolto. Capisco. Comprendo. Non lo nego. Detto questo, non posso continuare ad essere quel tipo di persona. Non posso continuare a sosternere gli altri, perchè vi incito a continuare e questo mi ferisce davvero. Nessuno si preoccupa che i miei sentimenti siano feriti. E’ compito mio non farmi ferire.”

“Damon è una persona immensamente sensibile” dice Carlton Cuse, che intanto è andato avanti con Bates Motel e The Strain. “Io ho fatto pace con il fatto che ci sarebbero state persone che non avrebbero amato il finale, ma ero completamente convinto che un sacco di persone lo avrebbero amato davvero. Penso che se fai qualcosa di rischioso a livello artistico, qualcuno amerà il tuo lavoro, qualcuno no.”

Lindelof potrebbe essere stato in parte vittima di una situazione che lui non aveva creato, ma che aveva comunque contribuito ad alimentare: è diventato uno showrunner famoso, cosa molto rara in televisione primo di Lost. Uno showrunner della generazione dei Darlton (come i fan chiamavano la coppia di sceneggiatori all’epoca dello show) mai avrebbe sperato di essere riconosciuto in pubblico. Ma con l’avvento di Internet, i fan non solo hanno iniziato ad idolatrarli o schernirli, ma anche ad interagire con loro, a punzecchiarli con domande o addirittura ad influenzare le loro storyline.

All’inizio Lindelof era stato attratto da questo tipo di celebrità- interagiva con i fan di Lost, alimentando le loro aspettative e le riflessioni sulla trama labirintica dello show. Gli scrittori avevano avidamente aggiunto nuovi indizi, nonostante Lindelof e Cuse non sapessero nemmeno quanto lo show sarebbe durato fino a circa metà delle sei stagioni. “Per i primi 55 episodi di Lost non sapevamo quanto tempo sarebbe durata la gara” racconta Lindelof “Sto correndo un 100 metri piani, o sto correndo una maratona? Quanti giri dura? ‘Perché questo cambia il di correre.”

Il successo dello show ha anche creato aspettative fuori misura sulle nuove sorprese. “Più a lungo racconti una storia, più grande diventa la posta in gioco” dice. “Non è più soddisfacente dire: I sopravvissuti ce la faranno? Si innamoreranno? Vivranno? Moriranno? No, salveranno il mondo? ” Alla fine lo hanno fatto, ma non nel modo in cui gli spettatori più fedeli volevano. Cuse ha fatto pace con questo; Lindelof non ancora.
“Ecco, quello con cui sto convivendo. Io non ho la sicurezza o qualunque cosa sia di dire: ‘Bene, che si fottano.’ Amo lo show, e non vorrei cambiare nulla.” sospira. “Ma non è quello che sto dicendo a me stesso. Sto pensando: dove ho sbagliato? Che cosa posso imparare da Lost? Come faccio a far sì che non accada più? “

lost-end-01Lindelof è così legato a Lost anche perché nello show ha inserito parte della sua personale esperienza. Jack era diventato un avatar per Lindelof, almeno nella sua mente: un uomo che aveva appena perso suo padre, a cui era stato dato l’onere della leadership anche che non si sentiva pronto o disposto a gestirlo.
Non molto tempo dopo la morte del padre, Lindelof ha iniziato a Lost, dove era stato chiamato come co-creatore da JJ Abrams. Quest’ultimo è stato colpito dallo spirito con cui Lindelof vuole portare avanti lo show, in particolare dal modo in cui sviluppare il personaggio di Jack, uomo di scienza con poca tolleranza per le discussioni su fede e magia.  Hanno fatto i cast, esplorato i set, scritto e diretto il pilot in 13 settimane. Poi Tom Cruise ha chiamato Abramsdirigere Mission Impossible III. Lui ha accettato, lasciando lo show nelle mani di Lindelof. “Avevo 30 anni” ricorda Lindelof “e questa è una grossa produzione – non c’è storia che JJ lasci a me questo bambino. Io sono completamente e totalmente incompetente come genitore. ” Ma lui lo ha fatto e quasi subito è diventato troppo da gestire per Lindelof. Così ha chiamato Cuse. Insieme erano sicuri che sarebbero durati mezza stagione.

Il pilot è andato in onda, i critici lo hanno adorato e i rating sono stati altissimi. “Quando ho ricevuto la telefonato la mattina successiva, ho letteralmente pianto” ha detto Lindelof “Non con gioia, ma pensando ‘questo è troppo’. “Quando sei uno showrunner” Cuse dice “il Santo Graal è avere uno show acclamato sia dalla critica che dal pubblico. Mi ricordo Damon camminare nel mio ufficio e dire: ‘Oh, mio ​​Dio.. Vuol dire che dobbiamo continuare?” Da allora hanno lavorato per cinque mesi senza un giorno di riposo.

La prima cosa che Lindelof ha fatto quando ha riunito gli scrittori per The Leftovers è stato cercare di far capire loro che il mondo potrebbe esistere anche dopo un evento come la Partenza Improvvisa. Il 2% della popolazione non è molta, ma abbastanza per colpire molte famiglie, per scuotere la fede delle persone.
Sulla scia di questo, ha chiesto ai suoi scrittori come potrebbe reagire il mondo. Alcune persone si affiderebbero alla religione; altre l’abbandonerebbero.

Leftovers_Tease_Poster_Final-610x898The Leftovers non è costruito come uno show di suspence” dice Lindelof  “Non è costruito affinché uno pensi ‘dobbiamo vedere immediatamente il prossimo episodio!’ Ma allo stesso tempo voglio che il pubblico, quando un episodio finisce, abbia voglia di continuare a guardare lo show. Lo spirito dovrebbe essere: Beh, cosa farebbe qualcuno contento di vedere The Leftovers questa domenica?”

Lindelof voleva inoltre una prospettiva diversa sulla Partenza rispetto al libro. Il protagonista del libro, Kevin, è nel libro il sindaco della città, ma per il pilot Lindelof lo ha ricollocato come il capo della polizia. “Volevo che fosse in prima linea sul piano dello stress e del peggioramento” dice Lindelof “Se il mondo è sull’orlo del baratro, se le persone stanno impazzendo, sono destabilizzate, agiscono con violenza o sono depresse, i poliziotti hanno costantemente a che fare con questi problemi. E volevo che lui fosse all’interno di questa cosa come anche al di fuori.”
Gli scrittori hanno trascorso un mese intero a discutere di queste questioni prima di scrivere il copione, studiando il Vecchio Testamento, discutendo di visioni personali, lavorando per creare una mitologia che potesse reggere lo show.
“Ci sono persone che sono a proprio agio e persone a disagio con il mistero. Io faccio parte della prima categoria, come credo la maggior parte degli scrittori di questo show.”

The Leftovers ha una somiglianza con Lost, è pieno di personaggi Lindelofiani. Persone in conflitto tra fede e scienza, con il desiderio di fare del bene in un mondo che non te lo permette così facilmente. Lindelof stesso potrebbe essere un personaggio Lindelofiano, anche troppo: un ragazzo nato in una famiglia distrutta dalla lotta tra fede e pragmatismo. Suo padre, che non gli ha mai detto quanto fosse speciale, se ne va, e il ragazzo si muove nello spazio che un tempo occupava il genitore. Il padre muore e Lindelof è combattuto tra la fede di sua madre e l’ateismo di suo padre, tanto da creare una serie su questo.

Ma Lindelof non vive in un mondo Lindelofiano; vive in questo mondo. E in questo mondo, non c’è modo di impedire alla gente di ricordare tutti i modi in cui hai fallito, anche quando il fallimento è stato tempo tempo fa. In questo mondo, tutto quello che puoi fare è sederti, ricominciare e credere coraggiosamente che potrai accontentare quelle persone – forse anche tutti loro.

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