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Cinema

The Last Days of American Crime: il titolo e niente più – Recensione del film action di Netflix

The Last Days of American Crime: la recensione
Netflix

Titolo: The Last Days of American Crime
Genere: azione
Anno: 2020
Durata: 2h 29m
Regia: Olivier Megaton
Sceneggiatura: Karl Gajdusek
Cast principale: Edgar Ramirez, Anna Brewster, Michael Pitt, Sharlto Copley

È sempre interessante sapere cosa ha ispirato un film. Per questo motivo scoprire durante i titoli di testa che il film in questione è tratto da una graphic novel offre l’opportunità di aggiungere un titolo potenzialmente di interesse alla lista delle cose da leggere. Il problema arriva alla fine. Perché, se dopo due ore e ventinove minuti l’unica cosa buona è il suggerimento sulla graphic novel, vuol dire che davvero tutto o quasi è andato male. Come succede con The Last Days of American Crime.

The Last Days of American Crime: la recensione
The Last Days of American Crime: la recensione – Credits: Netflix

Il film sbagliato al momento sbagliato?

Ispirato alla graphic novel omonima di Rick Remender e Greg Tocchini, The Last Days of American Crime non si è fatto mancare neanche l’accusa di essere uscito nel momento sbagliato. Mentre gli Stati Uniti (e buona parte dell’occidente) sono scossi da manifestazioni e tumulti per l’omicidio di George Floyd da parte della polizia, il film diretto da Olivier Megaton propone una storia dove la violenza regna sovrana. Con le forze dell’ordine che questa violenza non solo non contrastano, ma, anzi, abbracciano con fiera convinzione. Agenti federali che ricattano e uccidono con sadico piacere. Poliziotti pronti a trasformarsi in giustizieri senza legge. E un sistema futuristico che invia un segnale capace di torturare la mente di chiunque stia commettendo un crimine.

Un quadro a tinte fosche che può facilmente essere piegato a proprio uso e consumo da chi vuole stupidamente soffiare sul fuoco annacquando così l’importanza della giusta protesta contro il razzismo. Polemiche simili sono ovviamente tanto sterili quanto inopportune. Sia perché la graphic novel è del 2009 per cui nulla poteva prevedere del momento attuale. Sia perché la distribuzione da parte di Netflix era programmata da molto prima. Rimandarla poteva essere una scelta ragionevole, ma avrebbe anche significato riconoscere un qualche fondamento di ragione a tesi che hanno palesemente torto. Ma, si sa, per troppi abitanti degli Stati Uniti la colpa è sempre di chi mostra la violenza per finta e non di chi fornisce le armi per creare quella vera.

The Last Days of American Crime non è, quindi, il film sbagliato al momento sbagliato come piace pensare a tanti polemisti da tastiera. Purtroppo per gli autori che lo hanno realizzato e per gli spettatori che lo hanno visto, è piuttosto il film sbagliato. Punto. Qualunque fosse stata la data del rilascio, immutati sarebbero rimasti i problemi di questo guazzabuglio mal riuscito.

Il problema non è la violenza di The Last Days of American Crime. È tutto il resto.

The Last Days of American Crime: la recensione
The Last Days of American Crime: la recensione – Credits: Netflix

Tanta violenza per nulla

“Ma chi ha scritto la storia non se ne è fatta neanche una di queste domande?” è stata la frase spontanea appena iniziati i titoli di coda di The Last Days of American Crime. Il fatto che a dirlo non sia chi sta scrivendo questa recensione, ma sua figlia quasi sedicenne è indicativo di quanto spogliato di ogni vezzo da critico sia quel commento. Perché, davvero, ci sarebbe da interrogare Karl Gajdusek, autore della sceneggiatura, per capire come mai nessuna delle incoerenze e degli eccessi della storia siano apparsi evidenti in fase di scrittura. E tanto più lo si dovrebbe chiedere al regista che tutto ha messo in scena preoccupandosi evidentemente solo che la violenza superasse una soglia minima messa molto in alto.

Senza addentrarsi troppo nei dettagli della trama per evitare spoiler, è comunque sufficiente far riferimento al trailer per segnalare gli elefanti nella stanza. Tipo la promessa di una rapina epocale che lasciava intuire il piacere di un piano astuto o di una adrenalinica sfida. Solo che di astuto il piano ha solo la colossale incapacità dei rapinati sufficiente a castrare ogni residua speranza di adrenalina. Residua perché il tutto occupa 20 minuti scarsi dei 149 totali. Percentuale troppo bassa per poter vendere quello come punto centrale del film. Né tantomeno sembra esserlo il famigerato segnale che metterebbe fine al crimine in America. Sia perché cosa sia e come funzioni è soltanto vagamente accennato e ridicolmente aggirato. Sia perché non sembra preoccupare più di tanto i protagonisti che se ne ricordano quasi di sfuggita.

Si potrebbe, quindi, pensare che si sia trattato di un trailer ingannatore per un film che, invece, vive di altro. Ed è, in effetti, così. Solo che l’altro di cui vive è anche peggio. La storia è solo un esile filo per tenere incollate scene a base di sangue, proiettili, fiamme, soldi, musica. Un continuo girovagare tra loft squallidi e case extra lusso, locali sordidi e strade sporche, covi segreti e uffici pubblici. Il tutto condito da scontri ai limiti del credibile, villain che fanno a gara a chi prende la decisione più scema, antieroi taciturni così duri a morire che a momenti  ti aspetti di vederli risorgere.

The Last Days of American Crime è ultra – violento. Ma è una violenza che fa solo rumore per stordire lo spettatore nella speranza che così non si accorga di tutto quello che manca.

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The Last Days of American Crime: la recensione
The Last Days of American Crime: la recensione – Credits: Netflix

Sotto il minimo sindacale

E tra le cose che mancano c’è anche la recitazione. Non che The Last Days of American Crime avesse un cast altisonante da cui aspettarsi meraviglie. Dopotutto, gli action movies non hanno mai brillato per le doti recitative dei protagonisti, ma almeno un minimo sindacale era garantito. Purtroppo, nessuno sembra volersi impegnare a raggiungere neanche quello. Cominciando da Edgar Ramirez il cui Bricke rivaleggia con il Biondo dei western di Leone interpretato da Clint Eastwood. Quello aveva due espressioni, col cappello e senza. Il Bricke di Ramirez non ha neanche il cappello. Solo lo sguardo costantemente ingrugnito.

Qualche speranza si poteva riporre in Michael Pitt a cui è affidato un personaggio volutamente folle ed esplosivo che di solito è ben interpretato dall’attore originario del New Jersey. Evidentemente, il detto “ad andare con lo zoppo si impara a zoppicare” deve valere anche in ambito attoriale. Perché il Kevin Cash che ne viene fuori è più una macchietta esagitata che un lucido folle visionario. Preferibile tacere di Anna Brewster che si limita al campionario usuale delle facce stereotipate e dell’atteggiamento aggressivo da femme fatale senza che ripeterle in continuazione ne migliori la credibilità.

Ci sarebbe anche Sharlto Copley a completare il cast, ma il tormento interiore che prova a far emergere sul viso del suo personaggio finisce per essere l’esempio perfetto del pessimo lavoro in fase di scrittura. Lo vediamo comparire a caso senza che sia mai chiaro cosa stia passando e a cosa sia destinato. Per scoprire, infine, che non era destinato essenzialmente a niente di fondamentale. Solo un altro buco in un film dove ognuno dei comparti pensa a scavare tanti buchi da ottenere un emmenthal svizzero.

The Last Days of American Crime assolve a stento il compito di intrattenere perché richiede che chi guarda spenga completamente il cervello. Cosa alquanto difficile quando si vedono tanti errori tutti insieme. Forse, la cosa migliore per capire il livello sarebbe stato riportare l’improponibile titolo italiano: Il crimine ha i giorni contati. Roba da fare invidia ai poliziotteschi degli anni Settanta. Che non sono poi tanto diversi come stile e qualità da questo (chiamiamolo) film.

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The Last Days of American Crime: la recensione
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
2.3

Giudizio complessivo

Un film in cui la tanta violenza non riesce a coprire gli errori della sceneggiatura e la scarsa volontà (o capacità?) degli attori

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