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The Last Dance e l’essere condannati a vincere – Recensione della docuserie su Michael Jordan

The Last Dance: la recensione
Netflix

Parafrasando una citazione di Enrico Fermi, si può dire che nella storia di ogni sport ci sono i buoni giocatori, che impegnandosi arrivano magari a vincere qualcosa di importante, e i campioni per i quali vincere diventa il pane quotidiano. Ma poi ci sono geni. Che nel caso dello sport sono coloro che scolpiscono il proprio nome in maniera così indelebile che anche chi non ha mai potuto vederli dal vivo sa immediatamente riconoscerli. Persone come Eddy Merckx nel ciclismo, Muhammad Alì nella boxe, Diego Maradona nel calcio. E Michael Jordan nel basket. The Last Dance è la sua storia.

The Last Dance: la recensione
The Last Dance: la recensione – Credits: Netflix

Il campione che sapeva solo vincere

Prodotto da ESPN e distribuito worldwide da Netflix, The Last Dance prende il suo titolo dal tema che Phil Jackson, leggendario allenatore dei Chicago Bulls, diede alla sua ultima stagione. Una fine scritta prima ancora di iniziare perché così aveva deciso il general manager Jerry Krause. Perché la squadra aveva vinto tutto e le sue stelle erano troppo luminose da troppo tempo per credere che potessero restare tali ancora a lungo. Meglio, quindi, giocare d’anticipo e iniziare tutto daccapo dopo un’ultima annata.

Un ultimo ballo che non poteva che essere un gran gala d’onore. E che doveva terminare così come tutto era cominciato otto anni prima. Perché quella non era solo una squadra fatta di campioni come ce ne sarebbero stati pochi in seguito. Era il team in cui giocava Michael Jordan. E Michael Jordan non è stato un giocatore di basket. È stato ed è il basket.

The Last Dance ci mette poco a trasformarsi in uno spettacolo quasi apologetico dedicato alla carriera di un dio di questo sport. Lo fa scegliendo un montaggio nonlineare dove ad orientare la freccia del tempo sono i ricordi immortali che intrecciano l’ultimo ballo con i tanti che ci sono stati in passato. Un avanti e indietro che mostra come il ragazzino che non voleva farsi battere dal fratello nel campetto dietro casa sia diventato il campione che mette dentro l’ultimo tiro all’ultimo secondo per scrivere il finale che tutti attendevano.

Uno scorrere di immagini di repertorio in cui tutto intorno cambia: i compagni di squadra, le divise indossate, gli avversari da battere, le sfide da affrontare. Ma dove tutto resta anche uguale perché in campo c’è sempre lui. Con meno chili e meno sigari da fumare. Con meno soldi da scommettere e meno volti cari intorno. Ma sempre con la stessa immutata volontà di ferro: vincere. Con il corollario che chi te lo ha impedito una volta dovrà essere umiliato la volta dopo.

The Last Dance ci restituisce un ritratto tanto reale da essere a tratti persino dissacratorio. Perché il Michael Jordan giocatore è il compagno di squadra di cui non puoi fare a meno, ma che solo per questo sopporti. Un tiranno che da al suo team più del massimo, ma pretende dagli altri intorno a lui niente meno del doppio di quello che potrebbero dare. Scegliendo anche il bullismo verso gli ultimi arrivati se questo può servire a migliorarli. Il fratello maggiore che ti insegna ad andare in bici smontando le rotelle e poi spingendoti giù su una discesa ripida che finisce contro un muro. E, se vai a sbattere, ti dice che è colpa tua e non vali niente. O così o diventi Merckx.

The Last Dance è il ritratto di un campione che aveva lasciato nel suo vocabolario la parola sconfitta solo per poterla usare come una clava contro gli avversari. E contro i suoi stessi compagni se non volevano fare altrettanto.

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The Last Dance: la recensione
The Last Dance: la recensione – Credits: Netflix

L’uomo nello specchio del campione

Regola aurea di ogni docuserie è mostrare il dietro le quinte. Anche quando le quinte sono quelle di un parquet con i canestri ai due estremi. The Last Dance non si sottrae a questo obbligo avvalendosi della ricca collezione di filmati d’epoca in gran parte inediti. Spezzoni che mostrano i riti che precedono ogni match come i discorsi di Michael prima dell’iconico “what time is it? game time uh”. O i festeggiamenti del dopo tra i fiumi di champagne, il fumo dei sigari, le interviste di vincitori e vinti, le premiazioni di chi è riuscito nell’impresa ineguagliata di un doppio three – peat. Momenti magari mai mandati in onda, ma dopotutto meno interessanti perché sono esattamente ciò che ci si aspetta.

La vera forza di The Last Dance è lo sguardo inedito su ciò che Michael era quando non era Air Jordan. Quando al posto della canotta e delle scarpe con il suo logo aveva indosso uno di quegli improponibili (almeno visti oggi) completi dell’epoca o gli abiti compassati da golfista sul green o gli ordinari jeans e maglietta di chi oggi racconta ieri. Scene che a volte lasciano intendere che non ci fosse in realtà alcuna differenza tra il campione in campo e l’uomo fuori dal campo.

Perché entrambi volevano solo vincere. Che si trattasse di una finale NBA o di una partita di golf. Di una medaglia alle Olimpiadi o di una sfida a battimuro. Del titolo di MVP o di una mano a poker.  Da qui anche l’ossessione per il gioco d’azzardo. Non un’illusoria scorciatoia per soldi facili. Ma solo l’ennesimo modo per vincere ancora anche quando sai che è improbabile.

The Last Dance, però, mostra anche l’altro Michael. Il vincitore condannato a non perdere mai che può riuscirci solo se sa che il suo sguardo troverà sempre la stessa persona a bordo campo. Quella persona è stata per Michael il padre quasi onnipresente. Una figura talmente indispensabile che la sua tragica morte svuota Michael di ogni sicurezza. Al punto da fargli lasciare il basket quando è ancora al top solo perché i suoi occhi avrebbero cercato invano quella figura in prima fila.

Una confessione inattesa che mostra quanto l’incrollabile fiducia nel proprio essere superiore a tutti in campo fosse, in realtà, una mirabile torre che resta in piedi solo finché poggia su un unico esile piedistallo. The Last Dance mostra quanto quel punto di equilibrio fosse indispensabile per Michael. Che, infatti, tornerà al basket solo quando sarà sicuro di averne trovato uno nuovo nel volto dell’anziano capo della security personale a cui la dirigenza lo aveva affidato.

The Last Dance ci mostra il campione Jordan che si specchia nell’uomo Michael, ma ci fa guardare anche cosa c’era dietro lo specchio.

The Last Dance: la recensione
The Last Dance: la recensione – Credits: Netflix

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Il basket che diventa pop

The Last Dance è Michael Jordan perché Michael Jordan è il basket. Ma l’NBA di The Last Dance è molto più di uno sfondo sontuoso per le imprese del suo principe senza macchia e paura. Merito di sua ariosità Jordan, ma anche dell’intuito manageriale del commissioner David Stern, gli anni 90 vedono, infatti, il basket smettere di essere solo uno sport per appassionati. Diventare, invece, un vero e proprio fenomeno pop. Un successo reso possibile da un marketing tanto aggressivo quanto intelligente. Che trasforma, ad esempio, le scarpe da gioco in oggetti alla moda da sfoggiare con orgoglio e acquistare ad ogni costo. Non a caso la Nike inizia la sua scalata proprio grazie alla felice idea di puntare su un rookie promettente di nome Michael Jordan.

È anche l’NBA che attraversa un periodo d’oro in cui grandi campioni del passato (Magic Johnson e Larry Bird) lasciano la scena a stelle nascenti destinate a scrivere il loro nome negli annali (Isaiah Thomas, Charles Barkley, Reggie Miller, Pat Ewing, Karl Malone). L’epoca irripetibile dei Chicago Bulls che mai saranno in grado di trovare i nuovi Scottie Pippen, Dennis Roadman, Steve Kerr. Ed anche il momento magico di molti giocatori che, senza la guida dittatoriale di Michael Jordan, non saranno in grado di ripetersi. A meno che non sappiano cambiare pelle e diventare allenatori come quello Steve Kerr che proprio Jordan tratterà male inizialmente prima di riconoscerne il valore. Confermato poi dai titoli vinti come allenatore con Golden State Warriors con tanto di record di vittorie strappato proprio al sé stesso giocatore di Chicago. E tante grazie a Matteo per averlo ricordato a chi scrive.

The Last Dance avrebbe potuto adagiarsi sul successo sicuro garantito dal nome Michael Jordan. Ne ha, invece, approfittato per stabilire un nuovo punto di riferimento per i documentari sportivi. A dimostrazione che anche le leggende bisogna saperle raccontare.

The Last Dance: la recensione
4.5

Giudizio complessivo

Raccontare l’epica della leggenda guardando anche l’umanità della persona

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