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The Irishman: l’epopea dei bravi ragazzi – Recensione del film di Martin Scorsese con Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci in anteprima alla Festa del Cinema di Roma

The Irishman - la recensione
Netflix

Titolo: The Irishman
Genere: drama
Anno: 2019
Durata: 3h 30m
Regia: Martin Scorsese
Sceneggiatura: Steven Zaillian, Charles Brandt
Cast principale: Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci

A chi si è azzardato a chiederlo durante la conferenza stampa alla Festa del Cinema di Roma, Martin Scorsese ha dato una risposta evasiva e volutamente frettolosa. Conosce e apprezza sicuramente C’era una volta in America, ma con il capolavoro di Sergio Leone il suo The Irishman non ha molto in comune. Però, come si fa a non pensare che in buona parte questa sia una innocente bugia?  Non solo per la durata paragonabile (3h 30m contro 3h 49m per Leone). O per lo stesso attore protagonista (Robert De Niro). O, soprattutto, perché entrambi coprono un lungo periodo della storia americana seguendo i loro personaggi principali dall’inizio alla fine della loro travagliata storia.

Però, Scorsese ha, in fondo, ragione. Perché The Irishman è qualcosa di diverso. Qualcosa in più. E anche (ma diciamolo sottovoce) qualcosa in meno.

The Irishman: la recensione - Netflix
The Irishman: la recensione – Credits: Netflix

Il momento giusto per tornare

Erano ventitré anni che De Niro e Scorsese volevano tornare a lavorare insieme. Per farlo hanno dovuto aspettare la storia giusta e il produttore adatto. Che la storia sia l’adattamento del romanzo di Charles Brandt sul Frank Sheeran che afferma di essere colui che ha ucciso e poi fatto sparire Jimmy Hoffa non è dopotutto sorprendente. Perché quel libro contiene un parterre di personaggi che da sempre hanno attirato l’attenzione del regista di New York.

Una collezione di mafiosi (soprattutto ma non solo) italo – americani con i soprannomi da simpatiche canaglie e gli abiti eleganti di chi vuole mostrare di essere uscito dalla miseria. Una miscela esplosiva fatta di boss taciturni che incutono rispetto con la forza di silenzi studiati, assassini dal grilletto facile e la parlantina sciolta, capimafia dai modi bonari capaci di mediare tra opposte fazioni, sindacalisti corrotti che stringono mani tra ali di folla ignara, politici onesti destinati ad una fine precoce.

The Irishman è un omaggio al genere che ha reso famoso Scorsese, a quel tipo di cinema che gli è sempre piaciuto e di cui è stato maestro. Un maestro alla cui scuola hanno studiato in tanti (ed è quasi straniante notare le somiglianze stilistiche tra questo film e il recente Joker di Todd Philips). E che ora torna per dimostrare che è ancora lui a sedere in cattedra.

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The Irishman: la recensione - Netflix
The Irishman: la recensione – Credits: Netflix

Tra vecchi nomi e nuove tecnologie

Ma non c’è solo l’autocelebrazione involontaria di Scorsese in The Irishman. Con questa premessa il film non poteva non diventare anche un omaggio ad una intera generazione di attori che in quei ruoli sono cresciuti seguendo poi altre strade con maggiore o minore successo. Nomi che Scorsese richiama in azione in quella che è anche una rimpatriata tra amici che vogliono dimostrare una volta ancora la loro bravura. La recitazione misurata di un De Niro che si mette al servizio del resto del cast prima di dominare la scena nel finale. Il giganteggiare di un Pacino che dosa calma e furore, ragione e cuore nel ritratto di un personaggio che viveva per vincere. La delicatezza raffinata di un Pesci che tratteggia un capo insolito che fa del dialogo la sua forza.

The Irishman è la generazione di Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Ray Romano che significativamente invita alla festa anche giovani come Bobby Cannavale e Jesse Plemons. Attori rodati più da serie tv che dal cinema come inevitabile segno dei tempi. Ma con storie e volti adatti a proseguire quei ruoli che loro dovranno probabilmente lasciare per sopraggiunti limiti di età.

Perché gli anni ormai passano per tutti ed è paradossalmente questa banale verità a richiedere un passaggio di consegne che può avvenire solo dopo aver mostrato i volti di un tempo passato. Ed è per questo che The Irishman poteva essere girato solo ricorrendo massicciamente alla tecnologia del de – aging i cui costi potevano essere supportati solo da un colosso. Un gigante che doveva anche avere la forza e il coraggio di lasciare piena libertà a Scorsese. Senza spaventarsi di una durata che scoraggia la visione in sala a favore del più comodo e gestibile streaming casalingo. Necessità che solo un nome poteva soddisfare: Netflix.

E, allora, diventa superfluo discutere se il cinema di Netflix sia o non sia il cinema che merita di partecipare a festival e premiazioni. Perché, come furbamente detto da Scorsese in conferenza stampa, un film andrebbe visto sul grande schermo, ma per farlo deve prima esistere. E, inutile illudersi, The Irishman senza Netflix non sarebbe esistito.

The Irishman: la recensione - Netflix
The Irishman: la recensione – Credits: Netflix

Anche i bravi ragazzi invecchiano

Si potrebbe eccedere in nome dell’ironia notando che, in The Irishman, la più avanzata delle tecnologie è messa al servizio della più vecchia delle storie. Ma non si sbaglierebbe neanche di troppo. Perché la trama del film di Scorsese è dopotutto la versione riveduta e corretta e soprattutto estesa in formato extralarge di Goodfellas. Cambiano i nomi e le situazioni particolari, ma il canovaccio è lo stesso.

Frank (Robert De Niro) non è un adolescente irrequieto, ma un veterano che ha già troppa esperienza di morte. Un precedente che gli rende facile accettare la violenza del mondo mafioso in cui entra quasi per caso facendo poi carriera sotto l’ala protettrice di Russ Bufalino (Joe Pesci). Al suo fianco vedrà scorrere tutta la storia criminale degli Stati Uniti del dopoguerra arrivando a diventare il fidato aiutante prima e amico poi di Jimmy Hoffa (Al Pacino) a cui resterà legato idealmente fino alla fine.

Una storia, quindi, già vista che si riesce ancora ad apprezzare perché Scorsese sa farla scorrere con il giusto ritmo e perché il cast è troppo monumentale per sbagliare anche una sola scena. Nonostante in più di un caso si abbia comunque la sensazione che gli eventi raccontati siano più di quelli necessari. Che, ironia della sorte, sarebbero stati ottimi come episodi autoconclusivi di una serie tv. Questa sovrabbondante esibizione di bravura rischia di fare arrivare stanchi alla parte conclusiva che è quella, in verità, più innovativa.

Perché è nel terzo atto che The Irishman si differenzia dalla precedente produzione del regista. Ai temi prediletti della fedeltà e del tradimento, si aggiunge, infatti, una inusitata riflessione sulla senilità e sul tramonto. Quei bravi ragazzi invecchiano. Vincitori o vinti, per tutti arriva inesorabile il momento della fine. L’attimo in cui la porta è socchiusa solo per non sentirti fuori da tutto. Perché il mondo in cui avevi vissuto non c’è più e sei rimasto solo con le tue storie e le tue colpe. Con la consapevolezza amara di non aver mai sentito di dover chiedere scusa. Il rimpianto delle parole sbagliate che hai detto. Il rimorso di non aver risposto alle accuse mute di quella bambina che ora è la figlia (una convincente Anna Paquin) che non ti parla. L’amarezza di stare ancora mentendo perché le preghiere che reciti sono un abitudine e non una convinzione.

The Irishman diventa, infine, la storia dopo le storie. Il finale mai visto che Scorsese e la sua generazione regala a chi quelle storie ormai le vede solo in tv.

The Irishman: la recensione
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
3.8

Giudizio complessivo

Una epopea americana per celebrare un regista e una generazione di attori che sono la storia del cinema 

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